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Archive for novembre 2010

Gian Lorenzo Bernini, L'estasi o transverberazione di Santa Teresa d'Avila (particolare), 1647-51, Cappella Cornaro in Santa Maria della Vittoria, Roma

“La man che ne le dita ha le quadrella/ con duro laccio al molle tergo è avvolta…, sono versi di Anton Giulio Brignole Sale, patrizio e letterato genovese del primo ‘600 e si riferiscono alle pratiche sadomasochiste che egli intratteneva con la moglie, Paola Adorno, entrambi ritratti superbamente da Van Dyck, in posa convenientemente ufficiale, s’intende. Per dovere di cronaca, aggiungo che la povera Paola, dalle e ridalle, un brutto giorno restò sotto i colpi delle quadrella (un tipo di pugnale), ormai esangue. E fu così che Anton Giulio si convertì a vita più morigerata e lasciò questo mondo in veste di gesuita.

Questa storia è rappresentativa della sensualità secentesca, giocata spesso sul confine, quanto mai labile, fra massimo del profano e altezze del sacro: vanno da sé i rimandi alle illusioni/allusioni berniniane dei volti e dei corpi femminili in pieno godimento di Santa Teresa d’Avila transverberata e della Beata Ludovica Albertoni morente, rispettivamente in Santa Maria della Vittoria e in San Francesco a Ripa a Roma.

Un erotismo teatralmente allegorico, su cui soffiano venti insieme ultraterreni e non, che agitano le vesti e le carni marmoree del Bernini, come le metafore dei versi del Marino o quelli saffici di suor Juana Inés de la Cruz, la posa e il sorriso dell’Amor vincit omnia di Caravaggio o le pagine avventurose della vita di Cristina di Svezia (lesbica dichiarata, ma in quanto ex regina ed ex protestante convertita al cattolicesimo, sepolta addirittura in San Pietro), dunque modus tipico di un secolo che Manzoni definirà sudicio e sfarzoso: del resto, non è forse l’epoca delle Marianne de Leyva, monacate a forza e non solo a Monza?

Michelangelo Merisi detto Caravaggio, Amor vincit omnia, 1602, Staatliche Museen, Berlino

Sotto tonache e drappi, sotto le prime parrucche di stato e pulci, meno ufficiali ma diffuse senza distinzione di classe, il bel mondo aristocratico, prelatizio e borghese, come il popolino di bische e tavernacce bamboccianti, cercava come poteva di passarsela, nei limiti di guerre, pestilenze e proclami inquisitori e anche l’arte la scienza e la filosofia procedevano fra luci di intuizioni fertilissime e ombre nere di caligine, fra il rogo di Giordano Bruno e le scoperte di Galileo e Keplero, basilari per Newton, mentre Reni, sviluppando la lezione classicista dei Carracci, dipingeva divinità umanate (Flavio Caroli) dai corpi perfetti, diafani, talvolta nudi e sempre puri, col rossore appena accennato delle gote, e il maudit Caravaggio consumava la sua parabola esistenziale e pittorica inventando, grazie ad un gioco di specchi e camere oscure, il teatro iperrealista della sua maturità, violento e pietoso, borromaico e inarrivabile per novità capite da pochi all’atto di nascita e imitate da tutti in seguito.

Guido Cagnacci (1601-1663), La morte di Cleopatra, Kunsthistorisches Museum, Vienna

Questi due estremi, Caravaggio e Reni, sono anche i poli attrattivi del santarcangiolese Guido Cagnacci (1601-1663), partito come figlio di un conciapelli e in viaggio costante fra Rimini, Forlì, Bologna, Roma, Venezia e Vienna, dove finirà i suoi giorni presso la corte di Leopoldo I d’Asburgo, dopo aver dipinto e soprattutto amato molto, talvolta costretto alla fuga per amore, anima romagnola passionale e rissosa, come si conviene ai tempi di lame facili in cui visse.

La sua figura, già rivalutata una cinquantina d’anni fa da Arcangeli e Gnudi, è stata oggetto nel 2008 di una mostra forlivese con studi critici rinnovati, a cura di Daniele Benati e Antonio Paolucci, in cui decine di opere sacre e laiche del Cagnacci venivano messe in relazione a diverse tele di suoi contemporanei, maestri ideali e non, quali il Merisi e alcuni caravaggeschi come Van Honthorst, Vouet, Serodine e i Gentileschi, e soprattutto, sul versante emiliano-romano, Lanfranco, Reni e Guercino.

Una selva di influenze da cui Cagnacci riuscì a ricavare una cifra propria, quella della sensualità all’interno del binomio vincente eros-thánatos: tipicamente cagnaccesche infatti e ben più delle pudiche commissioni religiose sparse per la Romagna, sono sante ed eroine come le Maddalene penitenti, le Lucrezie o le Cleopatre morenti, che tanto successo ottennero anche presso la corte asburgica, coi loro capelli sciolti, labbra rosse e semiaperte, pelli chiare, seni turgidi e scoperti, modelle probabilmente amate dal pittore e consegnate alla storia in attimi di contrizione sospesa fra languore di lacrime, morte sopravvenente e carnalità decisamente più terrene, spesso sedute su “seggioloni finto-Cinquecento di pelle rossa, con le loro borchie” (Alberto Arbasino), accessori che forse non sarebbero spiaciuti a Gianni Versace o alla Westwood degli esordi.

Teatro e maraviglia, mistica e lubricità, corpi d’arte pruriginosi, colmi d’erotismo e porte per un oltre divino così desiderato da trovare espressione piena, anzi coincidenza col piacere estremo, il più forte conosciuto dall’uomo, quello sessuale.

Guido Cagnacci (1601-1663), Maddalena svenuta, Galleria Nazionale d'Arte Antica di Palazzo Barberini, Roma

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Marco Petrus, Corso Sempione, 1998, coll. priv.

Nessuno ma tornano (I)

In fondo al sottoscala ci sono ossa di animali,/ toccate una per volta. Noi ci svegliamo/ sopra uno sgabello e sappiamo concretezza/ di vivere: nel finimondo rimane questa bocca,/ questa stagione cava che ha spille di carnevale/ e slancio di dolore, mentre gli ascensori/ continuano, come giaculatorie. Piove forte./ Tutto il drappello si sbriglia/ tra una panetteria e l’altra, bersagliato dai sassi.

Milo De Angelis, da Terra del Viso (1985), in Poesie (Milano, 2008)

Marco Petrus, Casa del Vento, 2009, coll. priv.

L’oceano intorno a Milano

(I) Milano lì davanti, lì davanti/ come un’idea a perpendicolo/ o uno sbocco di sangue/ nel centimetro più lungo tra le tempie/ guardiamo i pianeti della fortuna,/ le scatolette che ci danno un confine/finché una strada ci conduce/ nel colloquio straniero/ mendicanti di hotel/ con l’idea e lo scisma dell’idea.

(IV) Vita è solo vita/ e non ci lascia prima di comprendere/ e batte sui segnatempo, sull’inverno/ intuito dalla scorsa mente. I camion/ restano lì, spirituali. Ora una città/ ci aziona il respiro.

(V) Ed è Milano: silenzio che chiama le cose,/ nostro diritto naturale, la stessa sensazione/ degli occhi che cercano un’orbita/ finché un passaggio obbligato tra le macerie/ ci porta il battito/ oltre l’Idroscalo, all’ombra dei reattori/ ci divide in memoria e mandragola/ ci sprofonda nel sangue senza musica.

Milo De Angelis, da Biografia sommaria (1999), in Poesie (Milano, 2008)

Marco Petrus, Torre, 2007, coll. priv.

Italian Factory – Marco Petrus

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Interno del Teatro lirico Alla Scala di Milano, inaugurato il 3 agosto 1778 (progetto originario dell'architetto Giuseppe Piermarini)

Meneghino: «Demm donca a trà, che ve dirò d’i coss/ che ve faran servizij./ Son stàe alla guerra an mì/ e so comè la va. Ve cuntarò/ tutta l’istoria de sta vitta braeva/ dalla raeva alla faeva./ E no guardé, che sia on tàe badin/ che no sa lesg nè scrivv,/ se ben no g’ho scricciura nè latin/ in la cà della tegna,/ chi paerla par amor, l’amor gh’insegna.»

(Meneghino: «Datemi dunque attenzione, che vi dirò delle cose/ che vi faranno servizio./ Sono stato anch’io alla guerra/ e so come va. Vi conterò/ tutta la storia di questa vita brava/ dalla rava alla fava./ E non guardate se sono un tapino/ che non sa né leggere né scrivere,/ se anche non ho né scrittura né latino/ nella casa della tigna,/ chi parla per amor, l’amor gl’insegna.»)

Carlo Maria Maggi, da I consigli di Meneghino (atto I, scena II), 1697

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I paroll d’on lenguagg, car sur Gorell,/ hin ona tavolozza de color,/ che ponn fà el quader brutt, e el ponn fà bell/ segond la maestria del pittor.// Senza idej, senza gust, senza on cervell/ che regola i paroll in del descor,/ tutt i lenguagg del mond hin come quell/ che parla on sò umilissim servitor//  e sti idej, sto bon gust già el savarà/ che no hin privativa di paes,/ ma di coo che gh’han flemma de studià:// tant l’è vera che in bocca de Usciuria/ el bellissem lenguagg di Sienes/ l’è el lenguagg pù cojon che mai ghe sia.

(Le parole di una lingua, caro signor Gorelli,/ sono una tavolozza di colori,/ che possono fare il quadro brutto, o farlo bello,/ a seconda del talento del pittore.// Senza idee, senza gusto, senza un cervello/ che regoli le parole nel discorso,/ tutti i linguaggi del mondo son come quello/ che parla un suo umilissimo servitore:// e queste idee, questo buon gusto già lo saprà/ che non sono privilegio di un paese,/ ma delle teste che hanno voglia di studiare:// tant’è vero che in bocca a Vossignoria/ il bellissimo linguaggio dei Senesi/ è il linguaggio più coglione che ci sia.)

Carlo Porta, I paroll d’on Lenguagg car sur Gorell, 1810

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Cecch: «Minga domà i codegh ghe mangi, ma on porscell intrighi s’el voeur! (…) Ma che famm, che famm d’Egitt! L’è la forza natural che gh’ho in del sangu! Mi coi mè  settant’ann sui spall, sont pussee giovin de lú! La generazion che ven su adess l’è tutta da strasc!»

(Cecch: «Non mangio mica soltanto le cotiche, ma un maiale intero se lei vuole! (…) Ma che fame, che fame d’Egitto! È il vigore che ho nel sangue! Io, con i miei settant’anni sul groppone, sono più giovane di lei! La gioventù oggi è tutta da buttare allo straccivendolo!»)

Carlo Bertolazzi, da El nost Milan: la povera gent (atto III, scena I), 1893

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Trâ, ‘me ‘na s’giaffa salti trì basèj,/ e passi in mezz a l’aria, al ver teater/ che l’è mè pàder ‘me sarà nel temp,/ e schitti, curri, e ‘l sbatt che fa la porta/ l’è cume l’aria che me curr adré./ A trì, a quatter, al sping de la linghéra,/ mì vuli i scal e rivi al campanèll./ Mia mama, adasi, la sciavatta e derva,/ mè pader rìd, e mì me par per nient.

(Gettato, come uno schiaffo salto tre gradini,/ e passo in mezzo all’aria, al vero teatro/ che è mio padre come sarà nel tempo,/ e scatto, mi affretto rapido, e lo sbattere che fa la porta/ è come l’aria che m’insegue dietro./ A tre, a quattro, alle spinte della ringhiera, / io volo le scale giungo al campanello./ Mia madre, adagio, ciabatta e poi apre,/ mio padre ride, e a me sembra per niente.)

Franco Loi, da Stròlegh (Torino, 1975)

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Alba Mediolanum in Galvano Fiamma, Chronica de antiquitatibus civitatis Mediolani, prima metà del XIV sec., Biblioteca Trivulziana, Milano

 

“Considerata in rapporto alla sua posizione, la nostra fiorentissima città è famosa perché situata in una bella, ricca e fertile pianura, dove il clima è temperato e fornisce tutto quanto è necessario alla vita umana, tra due mirabili fiumi equidistanti, il Ticino e l’Adda: non senza ragione essa assunse il nome di Mediolanum, come a dire che si trova come una lingua in mezzo ai due fiumi. Alcuni però stranamente affermano che essa prese il nome Mediolanum da un porco che vi fu trovato con il dorso coperto in mezzo di lana. Anticamente questa città fu anche chiamata Alba perché, essendo la meno macchiata di vizi, brillava più di tutte le altre con fulgente candore. La Storia Lombarda narra che essa fu fondata dai Galli: perciò alla sua regione diedero il nome di Gallia Cisalpina.”

Bonvesin de la Riva, De magnalibus Mediolani (1,I), 1288 (trad. di Giuseppe Pontiggia, Milano, 1974)

 

Duomo di Milano

 

“Renzo, salito per un di que’ valichi sul terreno più elevato, vide quella gran macchina del Duomo sola sul piano, come se, non di mezzo a una città, ma sorgesse in un deserto; e fermò su due piedi, dimenticando tutti i suoi guai, a contemplare anche da lontano quell’ottava meraviglia, di cui aveva tanto sentito parlare fin da bambino. Ma dopo qualche momento, voltandosi indietro, vide all’orizzonte quella cresta frastagliata di montagne, vide distinto e alto tra quelle il suo Resegone, si sentì tutto rimescolare il sangue, stette lì alquanto a guardar tristamente da quella parte, poi tristamente si voltò, e seguitò la sua strada. A poco a poco cominciò poi a scoprir campanili e torri e cupole e tetti; scese allora nella strada, cammino ancora qualche tempo, e quando s’accorse d’esser ben vicino alla città, s’accostò a un viandante, e, inchinatolo, con tutto quel garbo che seppe, gli disse: «di grazia, quel signore».”

Alessandro Manzoni, I promessi sposi (cap. XI), 1840-42

 

Umberto Boccioni, La città che sale, 1910-11, MoMA, New York

 

“Milano è come la punta di un iceberg.

Sotto, immensa, c’è la sua storia. Ogni tanto un’onda ne scopre un frammento, prima che le acque, nell’opera di corrosione inarrestabile che questa città si è proposta per esistere sempre presente a se stessa, nel presente, lo riportino sotto. (…)

Milano non ne vuole sapere di essere se stessa.

Sta diventando sempre qualcos’altro.

Ci arrivi, decidi di passeggiarci, passeggi in un perenne cantiere e pensi a quando sarà finito.

Il cantiere.

La città.

Ma non finiscono mai, il cantiere, la città, e continuano a cambiare.”

Aldo Nove, Milano non è Milano (Bari, 2004)

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Francesco Borromini, Cupola di San Carlo alle Quattro Fontane, 1638-41, Roma

“Barocco è il mondo, e il G. ne ha percepito e ritratto la baroccaggine.” Carlo Emilio Gadda

Ci sono saggi che possono cambiare la visione della vita, la percezione del circostante e noi stessi in relazione al circostante (a patto, poi, di viverla la vita): Guardare, Ascoltare, Leggere di Claude Lévi-Strauss, Le parole e le cose di Michel Foucault, Il gesto e la parola di André Leroi-Gourhan e le molte pagine di Marcel Mauss, Peter Brook, Emile Cioran… (senza contare poeti e romanzieri).

Altri maestri ampliano la conoscenza, aprendo finestre nuove sull’immagine e l’essere profondo dell’uomo, per domande nuove, sempre più importanti delle risposte: la Alpers, Stoichita, Bataille, Dorfles, Zeri, Sedlmayr, Warburg, Wind, Settis, Focillon, Ruggero Pierantoni, Flaminio Gualdoni, Emilio Villa, Yeshayahu Leibowitz, Pavel Florenskij, Gilbert Durand, Elémire Zolla, Marius Schneider, Agostino, Chuang-Tzu, Epitteto, Lucrezio, Pascal, Rūmī e i mistici d’occidente, Franco Farinelli, Ernesto De Martino, Giovanni Semerano, Bachtin, Barthes, Debord, Bauman, Benoit Mandelbrot, Fritjof Capra…(senza contare artisti e musicisti in particolare).

Barocco moderno: Roberto Longhi e Carlo Emilio Gadda (Milano, 2003) di Ezio Raimondi, si colloca a metà fra questa seconda categoria intellettuale e una terza, di riscoperta dei classici del nostro tempo: in 180 pagine vengono ripercorse le intuizioni stilistiche e di pensiero di due grandi autori, l’uno, Roberto Longhi (Alba, 1890 – Firenze, 1970), su cose d’arte, essendo il grande critico che è stato (purtroppo anche un uomo terribilmente meschino, come ebbe a ricordare più volte Zeri, ma qui interessa principalmente lo scrittore), oltre che uno dei maestri di Raimondi, l’altro, Carlo Emilio Gadda (Milano, 1893 – Roma, 1973), o meglio l’ingegnere, su tutto ciò che ha scritto, essendo il genio letterario più grande di tutti, nonché l’autore più importante del ‘900 italiano: basti La cognizione del dolore (1963) a renderne testimonianza imperitura.

Caravaggio, Ragazzo morso da un ramarro, metà anni ’90 del XVI sec., Fondazione Longhi, Firenze

Raimondi tesse con incanto i punti di avvicinamento e gli sviluppi differenti dei due, anzitutto partendo dall’amore condiviso per la luce (e le ombre) in Caravaggio e l’ironia sublime del Manzoni dei Promessi, romanzo non a caso ambientato nel ‘600, purtroppo studiato per obbligo a scuola, perciò condannato alla iattura di non trovare i dodici lettori cui “don Alessandro” idealmente si rivolgeva.
Il mondo è cosa barocca: etimologicamente (barocco: sillogismo strano o pietra irregolare) e ontologicamente, come ha intuito Gadda: la forma stessa delle verdure, di certi animali gibbosi o delle nostre ossa, i loro nomi, le parole stesse. E altrettanto la vita è groviglio complesso, enorme, imperfetto, matassa barocca piena di cavità, insenature, gole nascoste, le cui ombre sono percettibili poiché definite dal desiderio della luce di arrivare: un non finito per natura, né finibile con la sola banalità, immensità della (nostra) morte.

Dunque il romanzo, lo scrivere, come il produrre di tanta arte novecentesca, riflettendo la vita e sulla vita, non può che essere, per estensione, altrettanto aggrovigliato, spesso coerentemente non concluso, come in Gadda o nell’Uomo senza qualità di Musil, altro autore magistralmente affrontato da Raimondi, ed entrambi, Gadda e Musil, percorsi da una vena amara-ironica inesauribile, dovuta alla constatazione stessa di com’è, appunto, la vita: persino Longhi ha più di qualche sferzata ironica, quando non di sarcasmo aperto.

E tornando ai carsismi barocco-novecenteschi, non possono che venire in mente gli “sfregi” finissimi d’infinito di un Fontana e prima ancora le sue ceramiche-sculture, come del resto le figure di cenere di Giacometti, che le parole di Yves Bonnefoy, nel meraviglioso Osservazioni sullo sguardo (Roma, 2003), confrontano all’opposto con le immagini picassiane e morandiane, altri paradigmi vitali e, per certi versi, dolorosi del secolo XX, ormai definibile a pieno titolo come età del barocco moderno.

Alberto Giacometti fotografato da Henri Cartier-Bresson nella Galleria Maeght di Parigi, 1961

Fondazione Roberto Longhi

Carlo Emilio Gadda.net

Centro studi Carlo Emilio Gadda – Longone al Segrino

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Santi di Tito (1536-1603), Ritratto postumo di Niccolò Machiavelli (1469-1527), Palazzo Vecchio, Firenze

Partitomi del bosco, io me ne vo ad una fonte, e di quivi in un mio uccellare, ho un libro sotto, o Dante o Petrarca, o uno di questi poeti minori, come Tibullo, Ovidio e simili: leggo quelle loro amorose passioni, e quelli loro amori; ricordomi de’ mia, godomi un pezzo in questo pensiero.

Transferiscomi poi in sulla strada, nell’hosteria, parlo con quelli che passono, dimando delle nuove de’ paesi loro, intendo varie cose, e noto varii gusti e diverse fantasie d’huomini.

Viene in questo mentre l’hora del desinare, dove con la mia brigata mi mangio di quelli cibi che questa povera villa e paululo patrimonio comporta. Mangiato che ho, ritorno nell’hosteria: quivi è l’hoste, per l’ordinario, un beccaio, un mugnaio, due fornaciai. Con questi io m’ingaglioffo per tutto dì giuocando a cricca, a trich-trach, e poi dove nascono mille contese e infiniti dispetti di parole iniuriose, e il più delle volte si combatte un quattrino, e siamo sentiti non di manco gridare da San Casciano. Così, rinvolto in tra questi pidocchi, traggo il cervello di muffa, e sfogo questa malignità di questa mia sorta, sendo contento mi calpesti per questa via, per vedere se la se ne vergognassi.

Venuta la sera, mi ritorno a casa ed entro nel mio scrittoio; e in sull’uscio mi spoglio quella veste cotidiana, piena di fango e di loto, e mi metto panni reali e curiali, e rivestito condecentemente, entro nelle antique corti delli antiqui huomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo, che solum è mio e ch’io nacqui per lui; dove io non mi vergogno parlare con loro e domandarli della ragione delle loro actioni, e quelli per loro humanità mi rispondono; e non sento per quattro hore di tempo alcuna noia, sdimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte: tutto mi transferisco in loro.

Niccolò Machiavelli (1469-1527), dalla Lettera a Francesco Vettori del 10 dicembre 1513, dall’esilio dell’Albergaccio.

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Ahi serva Italia, di dolore ostello,/ nave sanza nocchiere in gran tempesta,/ non donna di provincie, ma bordello!” Dante Alighieri,  Purgatorio, Canto VI, 76-78

Si è dato conto nel post precedente della memoria dovuta ad un grande italiano, Vittorio Foapater patriae senza ombra di retorica, figura intellettualmente onesta della sinistra non comunista.

Dunque una voce tuttora di riferimento, se fosse ascoltata dagli amorfi, quando non conniventi, PD e sindacati vari, in un frangente della nostra democrazia così buio come quello attuale, quando più che mai occorrerebbero coesione, voci unite e concretezza di proposte sul lavoro, il welfare, la maledetta precarietà (benedetta da quasi tutta questa classe politica e vigliaccamente battezzata col nome di un morto ammazzato, Biagi, che non aveva terminato né così pensato la legge che porta il suo nome), la tassazione e la riforma fiscale, il rilancio economico e d’immagine della nazione, le agevolazioni connesse per dare ossigeno alle imprese, ma anche pene certe e severe sull’evasione fiscale, le liberalizzazioni non selvagge, l’energia, la sanità, la famiglia tradizionale e non (e certo non quella dei blabla di convegni e family day, spesso promossi da gente indegna), l’istruzione ormai allo sbando (salvo i fondi abbondantemente elargiti per le scuole private), la ricerca azzerata dai tagli, i disgraziatissimi beni paesaggistici e culturali (più che emblematico l’ultimo crollo pompeiano, ovviamente sine culpa), cinema, teatro e cultura in generale vilipesa (del resto Bondi è un nulla e per Tremonti tutto ciò è men che inutile), il ritiro troppo a lungo rimandato dall’Afghanistan (ma qualcuno ha calcolato le spese per la Difesa degli ultimi dieci dodici anni, senza contare le perdite umane, civili e militari? Mentre in patria le forze d’ordine non hanno benzina, sebbene i politici non si neghino le scorte…), una legge elettorale non liberticida (ma quale partito la vuole veramente?), l’immigrazione, un federalismo equo e ragionato, la gestione rifiuti e dei problemi del Mezzogiorno, mafie anzitutto, etc., tutti frammenti di un Paese bloccato, specchio di un governo inerte, assente, incapace d’ogni agire nonostante la maggioranza schiacciante del 2008, essendo il suo capo sotto “ipnosi giudiziaria”, come l’ha denominata Paolo Mieli, e da anni ormai, per cui al volgo non spetta che “godersi” gli stacchi pubblicitari di Montecarlo, delle feste con le escort (ma non si chiamavano prostitute?), o del delitto della settimana, tutto pur di distrarre dagli impegni presi, dai problemi non risolti e cumulati.

Ma la responsabilità di questa impasse disastrosa è da attribuirsi anche alle mancanze della sinistra (dalla mai pensata legge sul conflitto d’interessi quand’era al governo per ben due volte, all’assenza di una ventina di deputati PD, grazie a cui è passato il famigerato scudo fiscale tremontiano del 2009 in favore dei grandi e grandissimi evasori, mafiosi inclusi, a numerose altre occasioni perse), che paralizzata dalla visione del proprio ombelico non trova soluzioni alternative serie da opporre ad una crisi economica devastante, al populismo ipocrita che impera e a cui compartecipa, alla notte di ogni etica, all’arroganza senza ritegno anzi alla violenza della politica, alla corruzione e al degrado dilaganti, trasversali (La casta di Stella e Rizzo è un must), oltre al connesso svilimento della magistratura, atto pericolosissimo, ormai quotidiano, cui si assiste come impotenti di fronte a certa maggioranza, al governo e ai media pubblici e privati direttamente loro rispondenti e asserviti.

Ora, di fronte a questo “regime di seduzione”, secondo la definizione dello storico Adriano Prosperi, autore della raccolta recente Cause perse (Torino, 2010), di fronte a sollecitazioni comunque positive sia all’interno del Partito Democratico, dove pure ci sono persone capaci (si pensi alle iniziative di quest’ultimo week-end del sindaco di Firenze Matteo Renzi), che in zone limitrofe (Vendola, il Movimento 5 stelle, il Popolo Viola), cosa fa il PD?

Alle regionali in Piemonte accusa Grillo e i suoi di avergli sottratto voti (come Di Pietro alle ultime politiche, del resto), anziché fare autocritica e capire perché quegli elettori delusi non possano né vogliano più votare PD: esattamente come si comporta il grande, si fa per dire, demagogo: è colpa dei comunisti, della stampa, della televisione, dell’Europa, delle toghe rosse, di Fini, dei propri coordinatori, mai una responsabilità propria. E chi non lo vota, è un “coglione”, ricordate?

Intanto s’avanza la Lega, questa sorta di nuova DC razzista, calata tra le valli, nella pancia delle valli, e dove arriva piazza i suoi in barba alla meritocrazia tanto sbandierata: la vicenda del “Trota”, neo consigliere regionale in Lombardia (come la Minetti, già igienista di Mr B., per il Pdl, ma i casi sono migliaia, essendo la norma, e in tutti gli schieramenti politici), è più che esemplare in questo senso. E poi continuare a urlare “Roma ladrona” o rinverdire battute tristi come SPQR, avendo propri ministri al governo, credo debba procurare ai dirigenti leghisti una sorta di libidine da fessaggine e creduloneria del proprio elettorato quasi senza pari.

Intanto, così temporeggiando, il PD, che negli anni ha cambiato molti nomi e nessuna faccia, ha definitivamente perso quasi per intero il nord del Paese, abbandonando amministratori capaci come Illy, Cacciari, la Puppato e Chiamparino, e da Roma, sostanzialmente, tacendo. Ogni tanto balbetta, quando proprio non può farne a meno perché l’ultimo bunga bunga di Mr B. è sotto gli occhi di tutti, ma resta vuoto come un guscio di noce, com’è nella sua natura del resto e laddove governa da decenni ininterrottamente, avendo creato una rete (come a Ravenna, ma sarà argomento di un altro post), non si comporta diversamente dal fintamente criticato Pdl o, si sarebbe detto in altri tempi, come nella vecchia, immarcescibile trinariciuta tradizione  baffoncomunista: tutti zitti, qui comando io, il Partito coi suoi vertici, so io chi va messo sulle poltrone e il resto del popolo… eseguire e basta! Avete presente le foto di Stalin sul podio coi suoi (lì almeno, ogni tanto, ne scompariva qualcuno “purgato”) e sotto migliaia di cittadini-compagni a sfilare.

Una strategia assai ben capita dall’imprenditore Berlusconi, che, in più, sa come indorare la pillola, anzi renderla vendibile, appetibile, richiesta: come ha intelligentemente spiegato Beppe Severgnini in La pancia degli italiani. Berlusconi spiegato ai posteri (Milano, 2010), egli è un grande assolutore: hai frodato il fisco? E che sarà mai… Hai violato una delle tante, troppe leggi? E che sarà mai… Sei andato con una minorenne o hai usato il sesso per fare carriera? E che sarà mai… Stracquadanio, deputato Pdl, docet (mentre se sei gay il problema c’è, dice il Premier, non potendo fare a meno delle sue irresistibili battute). Bisogna pur godersela la vita, no? Non come quei tristi comunisti…

A tutti dispensa ciò che più desiderano, l’assoluzione, non la soluzione: così ogni freno è saltato. Persino i cardinali giustificano le sue bestemmie e da pluridivorziato lo comunicano. Pazienza per chi non sa approfittarne.

Certo, ogni tanto qualcuno tira fuori del marcio vero, come l’ottimo Report di Milena Gabanelli sull’affaire Antigua, lo scorso 17 ottobre… Masi e ma no, si vedrà di farla tacere (basti vedere le vicissitudini per la messa in onda di Vieni via con me: a proposito, splendido l’intervento di Saviano su “Falcone e la macchina del fango” e visto lo share ottenuto dalla trasmissione, ci sarebbe molto da discutere sul fatto che gli italiani vogliono solo tv spazzatura e reality).

C’è un rimedio possibile, ipotizzabile a questo precipitare che pare senza soluzione di continuità, anche per scongiurare che, alla vigilia del 150° dell’Unità, l’Italia si spacchi in due, tre, cinque, venti pezzettini malridotti e difficilmente ricucibili? Sì, auspicabile quanto meno: ripeto, la responsabilità e l’inazione del maggior partito d’opposizione sono grandi: quando capiranno di non contentarsi del disco rotto e vacuo dell’antiberlusconismo, palliativo ormai consunto, e, anziché proporre nuovi fallimentari ulivi (ancora altre sigle? Pure vecchie…), renderanno noto cosa vogliono seriamente fare in merito ai problemi gravissimi di questo assai malconcio Paese (e solo un amore altrettanto disperato mi spinge a esprimermi così), coalizzando in un programma vero gli sforzi riformisti, con alternative plausibili e ben comunicate, finalmente Mr B. apparirà agli italiani, certo non a quelli che ne ricevono benefici e prebende, ma a tutti gli altri (e sono la maggioranza da riconquistare), per quello che è: un satiro invecchiato, corrotto, ricco certo, ma solo, un Hook spielberghiano imparruccato e truccato per nascondere gli anni, amico, ça va sans dire, di altri pirati quali Bush jr, Putin, Lukašenko e Gheddafi, e terrorizzato dalla giustizia famelica del coccodrillo.

Certo, per fare questo c’è bisogno di un atto di coraggio da parte della dirigenza attuale del PD: mettersi definitivamente da parte (come già richiesto otto anni fa a Piazza Navona dal regista Moretti e dai girotondisti). Contentarsi di consigliare eventualmente e nulla più, come gli ex leader di tutte le democrazie occidentali che sono davvero tali.

Così forse questa favola brutta, durata anche troppo a lungo, potrà avere una fine e ricominceremo a sognare, a costruire la realtà.

Ps. . Il senso delle opinioni espresse in questa pagina non vuole essere la rassegnazione alla denuncia qualunquista. Certo, toccando tanti e tali argomenti, il rischio della retorica da bar c’è. Ma le sono superiori e credo, spero, siano emerse chiaramente, la rabbia e lo sdegno, soprattutto la voglia di cambiare, animata dal mio essere e pensare da libero, forse sbagliando, ma senza tessere o mani da dover baciare.

Né la conclusione voleva essere bonariamente e ingenuamente speranzosa circa le virtù civiche nostrane: secolare è la tradizione amorale italica, favorita anche dalla gerarchia ecclesiastica, come ricordato più e più volte da Dante a Machiavelli, da Guicciardini al Leopardi del Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani e così via, dal sistema clientelare dell’antichità a quello fascista, sino ai giorni nostri telecratici. Eppure, non si può tacere, se non per speranza, per disperazione.

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