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Archive for aprile 2020

“Tutti simulano meglio che possono, e se voi non simulaste, sareste bollati come asociali, disturbati, disadattati.” Romain Gary, Pseudo

Ormai quasi al termine del secondo mese di arresti domiciliari da Covid-19, osservando come numerose nazioni europee (tutte?) abbiano chiuso varie attività molto tempo dopo di noi e stiano riaprendo decisamente prima, credo sia lecito porsi qualche dubbio.

Stupido negare l’emergenza sanitaria e le vittime mietute: tutto vero, ci mancherebbe. Una morte atroce, soffocati, in piena solitudine. Senza neanche la possibilità per chi resta di un saluto estremo a quel corpo. L’immagine dei camion dell’esercito a Bergamo che trasportano decine di bare per la cremazione lontano dalla città è qualcosa che non si può né si deve dimenticare.

Si potrebbe discutere sulla tempistica di intervento a livello nazionale e regionale, ma la novità di questa prova penso abbia colto tutti alla sprovvista con sottovalutazione del pericolo, errori, ecc. Se in fase iniziale tutto questo poteva assumere almeno in parte l’alibi dell’imprevisto, è così tuttora?

Certo, molto ci sarebbe da dire sui fondi tagliati alla sanità dalla sinistra e dalla destra negli ultimi decenni come della responsabilità degli evasori fiscali, cose che rendono i morti sopraddetti non eroi ma, appunto, vittime di Stato.

Tuttavia, questo tempo di permanenza forzata nelle proprie case (per altro, non tutti abitano in ville con giardini indipendenti) ritengo sia stato sfruttato malissimo: poteva essere usato più funzionalmente per uno screening generale alla popolazione. Vedi Corea. O altre nazioni che hanno utilizzato fondi importanti a questo scopo o, su questa linea, il tentativo intelligente della stessa regione Veneto. Costi impensabili è stato detto. Perché, in termini di PIL quanto pensate stia costando e costerà il nostro blocco totale? E anche se riapriremo parzialmente dal 4 maggio in poi, davvero si immagina che riprendano subito con un boom di prenotazioni – per altro contingentate – nazionali e internazionali – dopo che l’immagine e la fiducia nel nostro Paese sono state distrutte da politici inetti e dagli avvoltoi dell’informazione – settori come la ristorazione, il turismo, lo spettacolo con tutto l’indotto che queste attività produttive comportano (milioni di posti di lavoro, alla faccia del genio che aveva detto: “Con la cultura non si mangia”)? E tutte le attività manifatturiere e non, di servizi o di vendita, singole, familiari o grandi che siano? Mentre le banche non erogano i prestiti garantiti dal Governo (pare manchino i decreti attuativi, o forse sono le solite banche…), l’economia muore e milioni di cittadini non sanno più che fare: devono rassegnarsi alla miseria?

Il virus al momento non è curabile per noi come per gli altri, quindi in attesa del vaccino, che forse arriverà fra un anno, siamo rimasti fermi tutti: sani, malati, positivi, immuni. Del resto, a parte i ricoverati e i pochissimi “tamponati”, chi può distinguere gli uni dagli altri senza test? Per quanto tempo ancora è realmente sopportabile una condizione del genere, non solo dal punto di vista economico?

Nel frattempo l’arma potente della paura ha fatto centro facile sulla maggioranza di una popolazione confusa, male informata ma anche colpevolmente non pensante: il sospetto dell’untore non serpeggia, è già padrone, e se non si ha la mascherina si viene guardati come criminali. Ma quali mascherine? Ammesso che si trovino, alcune a prezzi indecenti poiché gli sciacalli sono sempre attivi, sono quasi tutte usa e getta: ma chi le getta davvero e non le ricicla? Dunque a che servono? All’occhio, all’apparenza. E così andiamo in giro in un mondo di volti fasciati, di banditi da far west. Ma se un individuo è sano, a che o a chi giovano? Se davvero il virus è nell’aria, inclusa quella di casa mia, amen, è finita per tutti e la mascherina conta quanto una goccia d’acqua nel deserto. Ma è davvero così, ovunque?

Perché aver impedito qualsiasi spostamento, inclusa la corsa individuale o la passeggiata (anche con i bambini) pur a distanza da altre persone? Per evitare inizialmente gli assembramenti, d’accordo. Ma col tempo che ne è di ogni forma di socialità residua? A parte la motivazione sanitaria che, ribadisco, non si vuole effettivamente verificare nella sua portata autentica, a che scopo questa divisione individuale e progressiva di milioni di persone? Ciò che restava del corpo sociale del Paese è stato più che smembrato, polverizzato. Senza cura per lo stato psicologico dei più piccoli (vedi, ad esempio, la chiusura prolungata dei parchi).

Si è persino proposta un’App identificativa (o addirittura braccialetti da galeotti!) per il presunto positivo da scaricare sul proprio telefono: obbligatoriamente? E in caso contrario: una multa, l’arresto? E se volessi camminare senza cellulare per il piacere di passeggiare da solo? Sino a che punto è lecito ledere le libertà individuali? A quale scopo finale? Neanche nella distopia orwelliana più cupa.

Il danno è incalcolabile anche a scuola: un disastro sociale e didattico senza precedenti. Ora si discute se prolungare la fallimentare didattica a distanza (DAD, ennesimo cacofonico acronimo del Miur) anche per il prossimo anno, paventando un problema di sicurezza. Se la questione è rappresentata dalle classi pollaio, perché con coraggio non dimezzarle, migliorando la qualità della didattica, ovvero l’attenzione e la cura del docente verso i propri ragazzi – seguire diciotto alunni non è averne trenta – e, ad esempio, usando per questo scopo le vecchie, enormi caserme dismesse di cui ogni città è già provvista, ristrutturandole e dando anche lavoro in questo momento a imprese edili e poi regolarizzando i docenti precari?

Dipende dall’idea di scuola che i vertici stanno elaborando. Tutto è possibile. Tralasciando i disagi gestionali della DAD (delle lezioni stesse, di divario digitale, ecc.) per le famiglie (che parola ipocrita in bocca alle istituzioni!), se la scuola è solo mera trasmissione di dati e informazioni, non occorrono né aule, né docenti: bastano corsi online che i più volenterosi seguiranno, svolgendo poi ridicoli esami pro forma in rete. Se invece si intende la scuola non solo come apprendimento ma anzitutto come dimensione di crescita e formazione (coscienza, pensiero, umanità, difficoltà, inclusione, attitudini ecc.) dell’individuo nella socialità, allora il luogo fisico “scuola”, diverso dalla propria abitazione, la figura dell’insegnante-guida e l’incontro-scontro con i compagni, l’altro da sé, sono imprescindibili. Se muore la scuola, che è agli ultimi posti nella considerazione generale e di chi comanda in primo luogo (a parte la retorica d’ufficio), tutti abbiamo chiuso. 

Che società stiamo pensando per il futuro? Ne stiamo pensando una? O il panico, la cecità, la scarsità di prospettiva, l’incapacità dei burocrati e di chi deve prendere le decisioni senza scontentare elettori potenziali avranno ancora una volta il sopravvento? Siamo un Paese al capolinea senza essercene resi conto? Ancora una volta, in una situazione critica come quella attuale, i peggiori stanno dando il peggio a tutti i livelli. Scientemente. Di questo non ho dubbio alcuno.

A proposito: dove prenderemo il denaro per continuare questo incubo di fermo forzato? Certo possiamo incolpare i cattivoni nordeuropei di non farci la carità a costo zero, ma perché dovrebbero visto che loro sono già ripartiti avendo chiuso dopo di noi? O davvero si vuole dare retta alle follie sovraniste, dunque appena possibile uscire dall’Unione e dall’euro affrontando in ginocchio, senza credito e da soli gli uragani presenti e futuri della globalizzazione e dei suoi giganti affamati?

Insomma, seguitano a non essere prese decisioni sanitarie, lavorative e sociali opportune e coraggiose, preferendo temporeggiare inutilmente, ovvero senza dare senso direzione e tempo a questo tempo, visto che, di fatto, non si è in grado di garantire cure a tutti in caso di nuove ondate epidemiche. Quindi si cerca di coprire le falle di un sistema fallito con un bluff da poker: sapendo di non avere in mano nulla, si continuano a rilanciare provvedimenti restrittivi (col teatrino berciante e inconsistente delle opposizioni) apparentemente all’infinito sul piatto della paura. In attesa. Del resto come ammettere il contrario, ovvero di sapere di avere sbagliato? Perché sono convinto che chi conta lo sappia perfettamente. Ma se il bluff, fuori dai ristretti confini nazionali, viene o è già stato scoperto?

PS. In attesa di una Liberazione dalla stupidità e malafede nazionali (campa cavallo…), suggerisco la visione dei geniali episodi Rebibbia Quarantine di Zerocalcare dedicati a questo folle periodo: ad esempio, La corsa.

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C. M. Maggi, Capelli rossi, 1935, olio su tela, 80 x 50 cm

Gli spazi espositivi di Villa Borromeo d’Adda ad Arcore (MB) avrebbero dovuto ospitare una nuova importante mostra: Carla Maria Maggi. L’artista ritrovata, un’esposizione dedicata alla straordinaria figura di questa pittrice, attiva negli anni Trenta del ‘900, dalla struggente e profondamente simbolica storia personale.

C. M. Maggi, Fiori viola, 1940, olio su, tela 80 x 60 cm

Carla Maria Maggi (1913-2004) ha dipinto solo pochissimi anni prima di decidere di abbandonare la strada dell’arte per seguire le regole sociali del tempo, che in generale non ammettevano che una donna borghese potesse fare l’artista. Interrotta la sua carriera di pittrice, e dopo un lungo periodo di oblio, le sue opere vennero riscoperte per caso dal figlio, che le trovò nascoste sotto una spessa coltre di coperte nel solaio della casa di campagna. Da quel momento è iniziato il processo di riscoperta della figura artistica della Maggi, culminato nella grande mostra organizzata a Palazzo Reale di Milano alcuni anni fa, curata dalla storica dell’arte Elena Pontiggia.

C. M. Maggi, La prova, 1936, olio su tela, 100×75 cm

La produzione di Carla Maria Maggi è composta da una quarantina di dipinti, tutti di altissimo livello, che comprendono ritratti, nature morte e nudi femminili ritratti dal vero. Pittrice di grande talento, nella sua opera Maggi ha rappresentato magistralmente la società che frequentava: da una parte il bel mondo dell’alta borghesia milanese, dall’altra gli ambienti più bohemiens di Brera e della Scala.

C. M. Maggi, La sigaretta, 1934, olio su tela, 80 x 59 cm

A dodici anni dalla mostra a Palazzo Reale di Milano, le sue opere sarebbero dovute tornare a essere esposte pubblicamente, in un evento d’eccezione curato da Simona Bartolena. La mostra, rinviata a causa dell’emergenza sanitaria Covid-19, era stata realizzata con la collaborazione degli eredi dell’artista, e prevedeva l’esposizione del corpus pressoché completo dei dipinti della pittrice, a cui si sarebbero aggiunte le carte a matite e pastello.

Sara Zolla press

Carla Maria Maggi. L’artista ritrovata

A cura di Simona Bartolena

Villa Borromeo d’Adda

Largo Vincenzo Vela 1 Arcore, MB

8 marzo-3 maggio 2020 (mostra rinviata)

Aspettando Carla Maria Maggi: visite virtuali

C. M. Maggi, Nello studio, 1938, olio su tela, 35 x 55 cm

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La mostra personale di Sissi, Vestimenti è in programma dal 21 gennaio al 19 aprile 2020 presso Spazio Bentivoglio, a cura di Antonio Grulli,  uno dei Main Project di ART CITY BOLOGNA 2020.

L’esposizione, intesa quasi come una piccola antologica, permetterà ai visitatori di approfondire alcune dei temi centrali della produzione dell’artista,  e  raccoglierà un’ampia selezione di sculture-abito da lei realizzate in circa vent’anni di carriera.  Buona parte della produzione di Sissi, infatti, negli anni si è concentrata sulla realizzazione di abiti,  talvolta indossabili, che ha sempre inteso e presentato come vere e proprie sculture, anche all’interno di ampie installazioni o di performance.

Le sculture-abito verranno presentate in un grande progetto installativo pensato appositamente per lo spazio espositivo bolognese. 

La mostra sarà accompagnata da una pubblicazione bilingue (italiano-inglese) edita da Corraini Edizioni,  con testi di Mariuccia Casadio (critica d’arte, curatrice e giornalista), Antonio Grulli (curatore della mostra), e un dialogo di Sissi con l’artista Christian Holstad . 

Press Sara Zolla

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Italo Rondinella, Shipwreck Crime

Sabato 7 marzo con il patrocinio dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) e di UNICEF Italia si sarebbe dovuta aprire a Venezia Shipwreck Crime, mostra personale del fotografo  Italo Rondinella, ospitata  all’interno  degli antichi  Magazzini del Sale  messi a disposizione dalla Reale Società Canottieri Bucintoro 1882. L’evento è stato rinviato a data da definirsi per l’emergenza sanitaria legata al Covid-19, ma il messaggio profondamente umano di queste immagini resta di stringente attualità e merita comunque spazio e attenzione.

Italo Rondinella, Shipwreck Crime
Italo Rondinella, Shipwreck Crime, costa turca dell’Egeo settentrionale, 2017

La mostra consta di una serie di oggetti personali appartenuti alle centinaia di persone che, nella speranza di raggiungere il territorio europeo, hanno tentato di attraversare il breve tratto di mare che separa la costa turca dall’isola greca di Lesbo. In quel tratto di litorale, fra Babakale e Ayvalık, si alternano a singhiozzo spiagge frequentate da vacanzieri ad altri tratti vuoti, dove sono stati trovati gli oggetti dei naufraghi.

Italo Rondinella, Shipwreck Crime
Italo Rondinella, Shipwreck Crime, costa turca dell’Egeo settentrionale, 2017

Queste “cose” – abiti, scarpe, biberon, salvagente e molto altro – sono stati fotografati dall’autore così come rinvenuti sulla riva e successivamente raccolti per formare parte, insieme alle immagini, di questa mostra che ha lo scopo di restituire dignità alle storie anonime di coloro a cui sono appartenuti, molti dei quali non ce l’hanno fatta. 

Press Irene Guzman

Italo Rondinella, Shipwreck Crime

SHIPWRECK CRIME
Mostra personale di Italo Rondinella

A cura di Anna Lucia Colleo con il contributo di Elisa Muliere

7 marzo – 15 aprile 2020 (rinviata a data da definirsi)

Magazzini del Sale / magazzino 5

Dorsoduro 262, Venezia

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Alberto Arbasino (1930 – 2020)

Premessa. L’unica data che ogni anno costantemente tengo a celebrare su questo blog sin da quando è stato aperto nel 2010 è appunto il primo aprile. Quest’anno lo ricordo con alcune pagine di Alberto Arbasino (1930 -2020), occasione anche per rileggere questo lucidissimo maestro di stile recentemente scomparso.

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“E la mondanità, cosa significava nella Milano dei tempi migliori? Informazioni internazionali, battute dialettali, gusto per il teatro e per l’editoria e per la musica, presa in giro dei pomposi e dei coglioni: c’è già tutto, del resto, nel Giorno dell’abate Parini, e in quelle sue descrizioni di ricevimenti (e di coglioni) che sono il vero antecedente di tutti i «lati deboli» milanesi. (Come in Carlo Dossi, del resto).
Il Conte Greppi che nelle pagine di Addio alle armi insegna a Hemingway e ai colleghi il cocktail-champagne al Grand Hotel di Stresa. E ridacchia sulla barzelletta del nuovo farmacista che
deve fare il turno di notte, e gli si presenta una bellona tutta nuda sotto la pelliccia che fremendo chiede un calmante, e lui le vende un collirio… Ma mentre si veste per pranzo, s’affaccia un
domestico, ha una brutta notizia… «Te mel diré duman». «Ma l’è mort el sú fradell!». «E te l’avevi ditt de dimel duman!». Poi alle esequie dell’amata consorte in San Babila, tra il conforto
degli amici del Clubino: «E inscì, anca incoeu, fra una robba e l’altra, emm fatt l’ura del risott».
Com’erano perplesse, la Camilla e sua sorella Luisa, quando le si trovarono più spiritose della vecchia mamma, la venerata Ersilia.”

Alberto Arbasino, Camilla Cederna in Ritratti italiani, Milano 2015, p.153.

“… La vecchia gentildonna che dà una volta all’anno una festa tutta di nobili e d’artisti: in un villinetto costruito nel 1912, però decorato come il Bargello, ma tutto piccino: corridoietti dove si passa uno per volta, armaturine, savonaroline, ferrini battuti alla Sem Benelli. E lì, fra dolcini rinseccoliti e grammofono a tromba, contesse, poetesse, discendenti di remoti anglo-beceri che
abitano dietro la stazione, tenori di novant’anni che cantano la romanza, e tutti: «meglio di Gigli! meglio di Gigli!». E due soprano antiche rivali facevano la Traviata a Pescia e la Manon a Monsummano: ma una delle due s’è sposata a Prato, è ricca, e mostra ogni volta le perle per indispettire l’altra che fa la maestra di canto; e tutte le volte la pianista pettinata corta ripete la sua battuta audace…
Pare un racconto di Palazzeschi!

… E il signor marchese che non dorme con la marchesa al piano nobile ma con l’autista al mezzanino; e si dicono delle cosine per tutta la notte. E si picchiano, magari, anche. Ma dopo
l’ultimo bacino all’alba l’autista se ne va, torna bussando con la colazione, e lo chiama «signor marchese» e non con i nomini per tutta la giornata…
Anche questo pare un racconto di Palazzeschi!
E – si domanda – quando sono successe queste delizie? Oggi, rispondono: continuano a succedere.

La deduzione più ragionevole: allora è la Realtà che imita Palazzeschi!

Ma in realtà, la ‘felicità’ di Palazzeschi consiste in un’estrema eleganza di rapporti fra la Letteratura e la Vita: un’organizzazione letteraria di straordinaria finezza risolta in una straordinaria (apparentemente) semplicità. Non so se altri abbia già osservato come sono ‘organizzate’ le sue storie: esattamente come l’apertura del Bouvard e Pécuchet, l’entrata-presentazione di due compari fintamente gaglioffi su una scena vuota e pronta per una clowneria che pare disposta a esaurirsi in due battute, e porta invece incredibilmente lontano.”

Alberto Arbasino, Aldo Palazzeschi in Ritratti italiani, Milano 2015, pp.357-358.

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