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Auguro a tutti un’estate serena e un po’ più fresca! Vi saluto con Lucrezio, ci rivediamo a settembre.

Luca

 

Postremo quodvis frumentum non tamen omne

quidque suo genere inter se simile esse videbis,

quin intercurrat quaedam distantia formis.

Concharumque genus parili ratione videmus

pingere telluris grenium, qua mollibus undis

litoris incurvi bibulam pavit aequor harenam.

Quare etiam atque etiam simili ratione necessest,

natura quoniam constant, neque facta manu sunt

unius ad certam formam primordia rerum,

dissimili inter se quaedam volitare figura.

 

Tito Lucrezio Caro, De rerum natura, II 371-380

 

Se osserviamo la spiga di un cereale qualsiasi

ogni seme, a guardarlo, appare diverso dall’altro

e ogni specie dispone di forme diverse.

Né sono uguali fra loro le belle conchiglie

abbandonate sul lido alla carezza dell’onda

che torna a spianare la sabbia or ora increspata.

Ciò vale per tutte le parti che sono alla base

di quanto crea la natura: esse non sono pensate

come le opere umane, seguendo un solo modello,

ma vanno volando nel vuoto in molti aspetti diversi.

 

Ontani a Bali

Non è la prima volta che acquisto e apprezzo le pubblicazioni Humboldt Books, la cui eleganza ne fa prodotti unici studiati e calzati nel dettaglio su ciascun tema e autore (ad esempio in Dreams di Gianfranco Baruchello e Michele Mari: la costa bianca fa la differenza).

Ritengo che con Ontani a Bali si siano superati: è perfetto. Dal colore di copertina, all’oro delle lettere, aprendo con le foto di Giovanna Silva in eco ghirriano nel Sud-est asiatico e ponendo il testo in fondo, dopo le immagini, inframmezzato dai di-segni del “mago” Ontani.

A proposito: lo scritto di Emanuele Trevi è un capolavoro di equilibrio e cultura e stile in levità (come le fiamme del rogo finale), in cui si amalgamano lirismo, osservazioni personali e psico-mitologiche e si comprende appieno, finalmente, la geniale unicità di Luigi Ontani meglio di tanti saggi di mestiere in cataloghi ego-riferiti e non vissuti, poiché narrando in prima persona degli ogoh ogoh balinesi, della cerimonia-festa-processione collettiva che li conduce dalla preparazione meticolosa alla loro distruzione spettacolare, mostra come “le prime storie, i grandi archetipi, si siano formate nelle mente dell’uomo: non come immagini credibili del mondo, governate dai principi della logica, ma come vortici di violenza e desiderio, allucinazioni, slittamenti imprevedibili del dopo nel prima, dell’umano nel bestiale, del bestiale nel cosmologico.” Volume bellissimo.

E bravo Hirst che ha saputo reinventare sé stesso dopo la caduta del 2008!

Quella veneziana di Palazzo Grassi e Punta della Dogana è una mostra che consiglio per ogni età e grado di conoscenza: ognuno potrà leggere ciò che vuole, inclusi i divertiti e divertenti saccheggi e citazioni di cui il nostro fa uso ampio e consapevole.

È un gran bazar in cui si mescolano differenti livelli fra realtà e finzione, Topolino e l’Antichità, anime, manga e miti, l’arte e la sua negazione, una profusione d’oro e meraviglia neobarocca e presa in giro della stessa, invito a credere ancora nel potere dell’immaginazione e del feticismo dell’oggetto manu-arte-fatto (ma non dall’artista, sia chiaro) e sospetto d’un nichilismo totale del senso di tutto ciò, non a caso sospeso fra precisione infinitesima del dettaglio più minuto e chiassosa baracconata hollywoodiana, benché presentata in grande stile ovvero come Hirst (e Pinault) comanda.

Damien Hirst – Treasures from the Wreck of the Unbelievable

Damien Hirst – Treasures from the Wreck of the Unbelievable

Damien Hirst – Treasures from the Wreck of the Unbelievable

Dunque una via d’esposizione-narrazione da riscoprire e esplorare per l’arte dei prossimi anni (certo avendo i mezzi adeguati) o un unicum celebrante la sua stessa resa di fronte all’immagine liquida contemporanea (© Bauman) con festa finale e fuochi d’artificio? Inoltre, ha ancora senso parlare di individualità sacrale-post romantica dell’artista o a certi livelli è più che mai necessario avere oltre a un finanziatore anche una squadra organizzativa che produca non solo gli oggetti ma le idee stesse, cui poi l’artista pone il proprio nome-marchio?

A proposito: quanto finora ho scritto potrebbe non avere pieno senso se non si tiene conto del cinismo anche economico dell’arte della comunicazione di cui Hirst è fra i maestri riconosciuti: forse è questo il vero punto e unico scopo di tutta questa montagna di cose (accumulazione di sontuosa e luccicante e affascinante paccottiglia di lusso): far parlare di sé, dell’evento, del cosiddetto artista. E la possibilità di scattare liberamente fotografie lungo tutto il percorso credo sia parte di questa strategia dello spettacolo di diffusione dell’immagine.

 

Damien Hirst – Treasures from the Wreck of the Unbelievable

Damien Hirst – Treasures from the Wreck of the Unbelievable

Damien Hirst – Treasures from the Wreck of the Unbelievable

Tirando le somme, il biglietto e il (pur costoso) catalogo valgono la pena, purché stiate al gioco dell’inganno-fattoide narrativo: “Nel 2008, al largo della costa orientale dell’Africa fu scoperto un vasto sito con il relitto di una nave naufragata (Apistos – l‘Incredibile). Il ritrovamento ha avallato la leggenda di Cif Amotan II, un liberto di Antiochia, vissuto tra la metà del I secolo e l’inizio del II secolo d.C. (…)”.

Damien Hirst – Treasures from the Wreck of the Unbelievable

Ora, tralasciando il nome Cif (potrebbe simpaticamente ricordare un noto detersivo proprietà della multinazionale anglo-olandese Unilever o meglio ancora l’acronimo “Cost, Insurance and Freight” – ovvero “costo, assicurazione e nolo” – una delle clausole abituali nelle transazioni commerciali internazionali), guarda caso la storia di questo ritrovamento parte dal 2008, data del fatidico crollo delle quotazioni di Hirst, mescolando ancora una volta biografia e attività artistica. Il gioco (di cui ovviamente fa parte anche questa pagina come le centinaia di altre che argomentano su questa mostra: basta averne contezza e poi lasciarsi andare) continua senza soluzione di continuità. Buona visita.

Damien Hirst – Treasure from the Wreck of the Unbelievable

Damien Hirst – Treasures from the Wreck of the Unbelievable

Damien Hirst – Treasures from the Wreck of the Unbelievable

Damien Hirst – Treasures from the Wreck of the Unbelievable

Foresta Umbra, Gargano

La notizia è di ieri ed è una volta tanto buona: i siti italiani Unesco passano da cinquantuno a cinquantatré grazie alle faggete delle tre riserve naturali dello Stato di Sasso Fratino, Foresta Umbra e Foresta di Falascone e alle mura veneziane che circondano i centri storici di Bergamo (la mia Bergamo!), Palmanova e Peschiera del Garda.

Certo, una cosa è la quantità dei beni culturali, altra è la qualità con cui vengono poi trattati, conservati, rispettati. Ma questo riconoscimento è comunque positivo sia per il concetto di patrimonio naturale e culturale diffuso, sia per l’immagine del nostro Paese e come impegno per la sua tutela futura.

www.unesco.it

unesco.org

Porta San Giacomo e mura veneziane, Bergamo Alta

 

 

Foglie di Luca Maggio

Doppia personale, l’idea di Felice: due artisti differenti per età e provenienza in dialogo-confronto.

Takako, Sara e le Foglie: le persone e il tema da me scelti per questo viaggio comune.

Foglie, dunque: l’una ha trovato una scrittura arborea e terrestre, lucente in loro assenza evocativa. L’altra, innamorandosi dell’immagine conchiglia-foglia di mare, ne ha tratto un tutto-pieno in apnea atemporale.

Sulle foglie e altre mimesi[1]

“Se è vero che un giorno perderemo tutto/ serbando in noi l’oro delle foglie” Vesna Parun

Da parete a parete l’occhio cammina su lucori d’oggetti inutili, l’arte, e riconosce le più piccole gemme, doglie di primavera che per nascere si nascondono lasciandosi cadere nella morte colorata d’ogni autunno, quando il tronco nudo dà attenzioni le più minute alla vita d’inverno, alle luci fievoli, al calore tenue che pure giunge in linfa sotto le zolle compattate dal gelo sino all’apice, prima della primavera.

Poi, altre cose si posano, sospese: foglie sui rami e ali sull’aria, le ombre sul corpo. È l’epica silenziosa delle foglie, che s’abbeverano di sole e pioggia e nel cuore umbratile delle pinete vanisce l’umano e allenta il tempo[2], che non è linea né curva, ma un incessante interagire granulare[3].

Esseri minimi s’affollano sulle foglie, su vene e arterie, linfocanali evidenti in controluce, come i miliardi di cellule quadrangolari che senza sapersi collaborano al mutare della vita, al colore e alla stagione, al calore e alla definizione.

I ricordi, anche d’artista, mistificazioni involontarie, auto-mitologie di pomeriggi estivi e tardi, o dell’attimo prima d’assopirsi, i ricordi che sanno d’ingannare chiamano ognuno al proprio gioco, chiedono tempo da restituire in melanconie saporose affette da immagini e parole per colmare il tempo stesso, e farlo poi marcire come fiore o frutto di luce decaduto. Si è così all’oro d’un autunno al femminile, odore vago, klimtiano, di noci il cui gheriglio si circonda di cornici. Non resta che mangiare, uccidere, ricominciare.

Il sorriso di Afrodite permea ogni attimo ogni pulviscolo che accade anche solo se pensato e tutto avvolge come un unico mistero di luce e pietra e carta e vetro. Nulla lascia alla fuga di Orfeo.

Takako Hirai, Komorebi, 2017, marmi, sassi di fiume, smalti, malta

Chi s’addentra nel bosco non vede le chiome d’alberi ma avverte l’incanto del fruscìo. Il resto è Komorebi ovvero “la luce che cade dalle foglie” e dall’alto trabocca come un eccesso liquido e getta sui corpi distesi ombre verdi, polle di tessere che non originano dalla terra ma da fenditure che s’insinuano nel fogliame non visibile e lo attraversano in ipotenuse lucenti.

Takako Hirai, Lùcono, 2017, vetri, gesso

Quello dei tempi recenti di Takako Hirai è un riflettere sui riflessi del vetro, dunque un ragionare di luce mai barocca né ostentata, che anzi si lascia cogliere pudicamente, per caso quasi, preferendo emergere nascosta da nevicate gessose in frammenti trasparenti, isolati, appena sporgenti, e luccicare solo se l’occhio ne sa cogliere i bagliori finissimi (Lùcono), rilucenze che s’infittiscono nel minuzzarsi e s’inseguono nel “mare degli alberi” o Jukai, foresta zen-ernstiana, Stonehenge da scacchiera, intagliata con delicatezza feroce quanto infinitesima col cutter in legnetti d’abete, pino, faggio.

Takako Hirai, Jukai, 2017, vetro, alabastro, onice, legni

E sopra ogni totem, incastonata o appoggiata, una tessera vetrosa sempre sagomata col cutter, strumento della giovinezza dell’artista, nostalgia e dunque ritorno alla gioia della prima età con la difficoltà e il dolore felice del taglio, per trovare una quiete forse possibile nel rifugio del ricordare derive d’erba, per i più da estirpare e per Takako da salvare nel segno mimetico del disegno (L’erbaccia mia), essendo parte dei prati una volta ancora della sua infanzia. Nulla si esaurisce di ciò ch’è verde nella memoria.

Takako Hirai, L’erbaccia mia , 2017, lapis, carta

 

Sara Vasini, Avant que je m’ennuie, 2017, tecnica mista in oggetto già fatto

Sara muove dal cercare conchiglie che il mare rifiuta sulla battigia e lei fiuta e accoglie nelle sue tasche per portarle piene in terra, all’opposto del gesto ultimo della Woolf, e le intende come foglie cadute del mare, da ridurre in lamine-tessere sottili per comporre vortici danzanti d’andamenti musivi che riempiano tutto il breve spazio dei supporti suoi che hanno invece vastità di mondi e non sopportano (o temono) i buchi neri del nulla che circonda le opere, ma che se trovasse spiraglio le farebbe implodere. Ecco l’horror vacui barocco della Vasini nelle cornici di Avant que je m’ennuie, labirinto-autoritratto quanto mai autentico – Sara non sa fingere – , dov’è bloccato allo scorrere del tempo ogni accesso e dove ingresso e uscita coincidono (impossibili) in ogni punto e i rari momenti colorati non sono che inganni.

Sara Vasini, Avant que je m’ennuie (particolare), 2017, tecnica mista in oggetto già fatto

Necessità centripeta di riempire e riempire per tutto tenere – e proteggere – e nulla lasciar fuggire è anche il suo calligrafare (ma qui la giunzione con l’oriente è casuale, nata ben prima di questa mostra essendo da anni parte del percorso dell’artista) riscrivendo l’Ulysses di Joyce[4], privando le parole-tessere della crenatura ovvero dello spazio-vuoto-interstizio fra esse in un grandinare di segni-foresta impenetrabili e inerenti il romanzo-flusso della modernità, che pure copre un giorno solo di durata per centinaia di pagine, fogli-foglie, ora arabesco cartaceo da parati, su cui l’occhio cammina da parete a parete.

Ps. A mia madre, scomparsa un anno fa, dedico questa pagina, scritta ascoltando Cantéyodjayâ e Petites Esquisses d’oiseaux di Olivier Messiaen, nel giugno 2017. 

Sara Vasini, What did you do in the Great War, Mr Joyce?I wrote Ulysses. What did you do?, 2014-2017, work in progress, inchiostro su carta

 

Foglie – Doppia personale: Takako Hirai e Sara Vasini

a cura di Felice Nittolo e Luca Maggio

niArt Gallery, via Anastagi 4a/6 (Zona Porta serrata) Ravenna

dal 24 giugno all’8 luglio 2017

orari: martedì, mercoledì 11,00- 12,30; giovedì, venerdì 17,00-19,00; sabato 11-12,30 /17-19

Web : www.niart.eu

NB. In galleria è disponibile la fanzine della mostra numerata da 1 a 300 e firmata da artisti e curatori.

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[1] Per Platone la mimesi artistica umana non era apprezzabile in quanto corruttrice e ingannatrice (Sofista), essendo copia della realtà che è già copia dell’idea, a meno che non fosse indirizzata verso precisi scopi didattici (Repubblica). Aristotele invece rivaluta il concetto poiché non solo l’arte è catartica, ma la mimesi procura il piacere della conoscenza (Poetica, 1448b 5-15) e l’artista non si limita a imitare, ma partecipa al creare stesso attraverso la sua téchne, che è “una disposizione produttiva accompagnata dalla ragione” (Etica Nicomachea, 1140a 7). Fatta salva l’utilissima e libera inutilità dell’arte, questa pagina è filoaristotelica.

[2] Come non citare The Peregrine (1967) e  soprattutto The Hill of Summer (1969) del pressoché sconosciuto John Alec Baker: “La collina riposa su un giaciglio di silenzio profondo. La luce del mare irrompe con un chiarore di ali pallide. I pioppi sono immobili. Brillano le foglie lisce dell’anserina (…).”, L’estate della collina, Palermo 2008, p.158.

[3] È (quasi) impossibile dare una definizione esaustiva di cosa sia “realmente” il tempo. Per comprendere meglio la questione: C. Rovelli, L’ordine del tempo, Milano 2017, in particolare pp.73-82, 107-111, 163-171.

[4] Il titolo completo di questo work in progress (peraltro espressione joyciana) di Sara Vasini è What did you do in the Great War, Mr Joyce? I wrote Ulysses. What did you do? (2014-2017).

 

a r t g a l l e r y    niArt

F O G L I E – Doppia Personale

TAKAKO HIRAI                           SARA VASINI

dal 24 giugno all’8 luglio 2017

INAUGURAZIONE SABATO 24 GIUGNO ore 21,00

a cura di Felice Nittolo e Luca Maggio

 

Doppia personale, ovvero una mostra con protagonisti due artisti differenti per età e provenienza in dialogo-confronto.

Foglie è il tema scelto dal critico e co-curatore Luca Maggio, proposto a Takako Hirai e Sara Vasini, che hanno trovato soluzioni musive terrestri e marine apparentemente opposte e finissime, oltreché pienamente rispondenti alle rispettive poetiche.

Cosa: Foglie – Doppia personale

Chi: Takako Hirai e Sara Vasini

Dove: niArt Gallery, via Anastagi 4a/6 (Zona Porta serrata) Ravenna

QuandoVernissage sabato 24 giugno alle ore 21,00 / dal 24 giugno all’8 luglio 2017

orari: martedì, mercoledì 11,00- 12,30; giovedì, venerdì 17,00-19,00; sabato 11-12,30 /17-19

su appuntamento chiamando il n. 338 2791174

email : artgallery@alice.it

Web : www.niart.eu

Patrocinio: Comune e Provincia di Ravenna

NB. In galleria sarà disponibile la fanzine della mostra numerata da 1 a 300 e firmata da artisti e curatori.

Mario Schifano, Coca Cola, 1962

“Sono molto eclettico, questo sì. Ma non me ne importa niente. La mia maniera è guardare: le cose sono tutte diverse fra loro, e io voglio rappresentarle nella loro diversità. Non amo la psicologia, o i quadri che parlano di una psicologia. Né amo la psicologia dell’artista.”

Mario Schifano, 1972, in Mario Schifano, approssimativamente, 2008