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Melozzo da Forlì, Bartolomeo Platina rende omaggio a papa Sisto IV, 1476-77, affresco staccato, Musei Vaticani, Città del Vaticano

Melozzo da Forlì, Bartolomeo Platina rende omaggio a papa Sisto IV, 1476-77, affresco staccato, Musei Vaticani, Città del Vaticano

Il cremonese Bartolomeo Sacchi (1421-1481) detto Platina da Piadena, suo paese d’origine, fu celebre umanista presso le corti dei Gonzaga e dei Medici, ma soprattutto bibliotecario di Sisto IV: è nell’atto di rendere omaggio in ginocchio davanti al pontefice che lo ritrae Melozzo nel suo affresco più noto.

Platina, oggi forse conosciuto, in tristi tempi tele-culinari, come gastronomo poiché diede alle stampe il delizioso De honesta voluptate et valetudine, scrisse anche altri libri, fra cui una raccolta di biografie papali, il Liber de vita Christi ac omnium pontificum, vero best seller dell’epoca poi ripreso, tradotto, ampliato e commentato nei due secoli successivi alla morte dell’autore.

Bartolomeo Sacchi detto Platina (1421-1481)

Bartolomeo Sacchi detto Platina (1421-1481)

Quale sorpresa estiva per i miei lettori, si riproducono qui le pagine di quest’opera riguardanti la leggenda della cosiddetta papessa Giovanna, peraltro già all’epoca smentita. Potete scaricarle e leggerle zoomandole, provengono da una bella giuntina edita a Venezia nel 1622, messa a disposizione da un amico bibliofilo.

Ci rivediamo fra un mese, buona estate a tutti.

platina (1)

 

platina (3)

 

platina (4)

 

platina (5)

 

platina (6)

Premessa: ogni tanto torno a tradurre. Fa bene a mente e cuore. Stavolta è toccato a Cummings. Dedico questa pagina a mia madre Rita (1949-2016).

Edward Estlin Cummings (1894-1962)

Edward Estlin Cummings (1894-1962)

 

no time ago

or else a life

walking in the dark

i met christ

 

jesus )my heart

flopped over

and lay still

while he passed( as

 

close as i’m to you

yes closer

made of nothing

except loneliness 

 

Edward Estlin Cummings (1894-1962), from Xaipe (1950)

 

 

nessun tempo fa

o una vita fa

camminando nel buio

incontrai cristo

 

gesù )il mio cuore

traboccò

e rimase in silenzio

mentre egli passava( così

 

vicino come io lo sono a te

sì più vicino

fatto di nulla

eccetto che di solitudine

 

Edward Estlin Cummings (1894-1962), da Xaipe (1950)

 

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maybe god

is a child
‘s hand )very carefully
bring
-ing
to you and to
me( and quite with

out crushing)the

papery weightless diminutive

world
with a hole in
it out
of which demons with wings would be streaming if
something had( maybe they couldn’t
agree )not happened( and floating-
ly int

o

 

Edward Estlin Cummings (1894-1962), from Xaipe (1950)

 

 

forse dio

è d’un bimbo

la mano )che con molta cura

por-

ta

a te e a

me( e sen-

za schiacciarlo)il

 

cartaceo sospeso minuto

 

mondo

con un buco

da cui

demoni alati schizzerebbero impazziti se

nulla fosse( forse non si

accordarono) successo( continuando a fluttua-

re dentr

 

o

 

Edward Estlin Cummings (1894-1962), da Xaipe (1950)

 

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to stand( alone )in some 

autumnal afternoon:
breathing a fatal
stillness;while

enormous this how

patient creature( who’s
never by never robbed of
day )puts always on by always

dream,is to

 

taste

    not( beyond

         death and

 

                life )imaginable mysteries

 

Edward Estlin Cummings (1894-1962), from 95 Poems (1958)

 

 

stare ( solo )in qualche

pomeriggio autunnale:

respirare una calma

mortale;mentre

 

quest’enorme così

 

paziente creatura( che

mai da mai è derubata del

giorno ) indossa sempre da sempre

 

il sogno,è

 

assaporare

          non( oltre

               morte e

 

                    vita )immaginabili misteri

 

Edward Estlin Cummings (1894-1962), da 95 Poems (1958)

Premessa: l’articolo che segue apparirà su Mosaïque Magazine n.12, Parigi luglio 2016. 

A proposito di Silvia Naddeo, terrò con questa splendida artista una conversazione sul suo lavoro in occasione della Festa Artusiana 2016 lunedì 27 giugno alle 21.00 presso la Piazzetta Berta e Rita (Via delle Cose Diverse – Via A. Saffi 78) a Forlimpopoli. Non mancate!

Infine, ricordo che è attualmente in corso sino al 3 luglio la sua personale Trasfigurazioni del gusto, a cura di Raffaele Quattrone, presso il Palazzo del Monte di Pietà, Corso Garibaldi 37, a Forlì.

Silvia Naddeo, Eat Meet, 2009

Silvia Naddeo, Eat Meet, 2009

Bistrot Naddeo: realtà, virtualità, relazione

di Luca Maggio

“Il gioco è una funzione che contiene un senso.” Johan Huizinga, Homo ludens

È noto l’episodio narrato da Plinio il Vecchio in cui il pittore Zeusi, orgoglioso di aver ingannato alcuni uccelli che volevano beccare dell’uva da lui dipinta, venne a sua volta ingannato da un telo dipinto su un quadro dal rivale Parrasio.[1]

L’uso e il gioco di moltiplicazione del reale del trompe l’œil è dunque conosciuto sin dall’antichità anche in ambito musivo, basti pensare ai tanti esempi di “asárotos òikos”, il “pavimento non spazzato”, con la rappresentazione dei resti di un pasto e, sebbene l’inganno dell’occhio abbia trovato l’epoca di massimo splendore in età manierista e barocca, è giunto sino al nostro tempo.

Silvia Naddeo, Eg(g)0, 2009

Silvia Naddeo, Eg(g)0, 2009

Non mi riferisco tanto alle varie correnti e personalità dell’arte cinetica del secolo scorso, ma alla grande illusione del cinema e, tecnicamente, al moto dei singoli fotogrammi altrimenti fissi, mentre in anni recenti, a realtà virtuali come Second Life sviluppatesi in termini sempre più sofisticati: “al momento della scoperta del trompe l’œil si provava un piacere simile a quello che oggi proviamo con la realtà virtuale. Era una forma estatica del vedere che nasceva in un momento storico di grande cambiamento. Oggi viviamo nel Neo-barocco, che come il Barocco è un momento di cambiamento storico e sensoriale”[2].

Partendo da una tecnica musiva perfettamente curata nel dettaglio, l’attività figurativa messa a punto da Silvia Naddeo coglie questi ambiti di significato e vi si muove attraverso il punto d’osservazione del cibo inteso sia come passione personale[3] sia come catalizzatore socio-antropologico, essendo sempre più desiderosa di mettere in relazione le sue opere col pubblico o meglio con le persone grazie a media tecnologici multimediali.

Silvia Naddeo, Sweet Things (particolare), 2010

Silvia Naddeo, Sweet Things (particolare), 2010

Nel giro di brevi anni, l’attenzione dell’artista si è spinta da una produzione dall’eco iperrealista come nella carota gigante Eat meat  del 2009 o nelle uova a grandezza naturale di  Eg(g)o e Sweet things del 2009 e 2010, all’avviare studi sulle tradizioni culinarie popolari e tipiche di alcuni luoghi a lei noti come il classico crescione romagnolo con squacquerone e rucola ironicamente chiamato Romagna Pride[4] del 2011 o l’enorme e visivamente sontuosa Transition di ben 170 cm di diametro, realizzata grazie a una residenza d’artista presso la Ismail Akhmetov Foundation di Mosca nel 2012 e rappresentante il blin, la frittella-focaccina della tradizione russa accompagnata da panna acida e caviale, legata a origini antiche e culti pagani: la forma, il colore e il calore ricordano il sole e dunque la transizione di rinascita primaverile, tanto che il primo blin preparato con abiti rituali veniva offerto in senso propiziatorio alle anime dei morti. Poiché la storia del cibo è storia intima della cultura umana, i bliny si ritrovano oggi nella festa della Maslenitsa, corrispondente alla settimana carnevalesca precedente la Quaresima: sono quindi stati assorbiti dal cristianesimo, come del resto è avvenuto in occidente sin dall’associazione vino e pane quali sanguis et corpus Christi.[5]

Silvia Naddeo, Transition, 2012

Silvia Naddeo, Transition, 2012

Parallelamente a queste ricerche, forse nelle prime opere con un sincretismo più vicino a surrealtà, dada e pop della poetica di un Pino Pascali quanto all’apparente semplicità dei disegni, per quanto di realizzazione faticosa, e complessità dei simboli trattati, rispetto ad esempio ai Tableaux-Pièges di Daniel Spoerri (alla nostra artista interessa il cibo integro e non i suoi resti), è sempre più forte nella Naddeo la volontà di coinvolgere lo spettatore in modo più diretto, rendendolo soggetto attivo delle proprie opere.

Silvia Naddeo, Storia di una zucchina

Silvia Naddeo, Storia di una zucchina, 2011

Da una parte iniziano le narrazioni coi rimandi pittorico letterari dell’installazione Byron’s delight, vera e propria déjeuner sur l’herbe del 2011. Dall’altra, sul piccolo formato, ecco spuntare nello stesso anno la Storia di una zucchina in cui la comune verdura tagliata a rondelle racconta su ciascuna di queste la propria vicenda attraverso miniature su carta stampate col computer e incollate sul supporto musivo, dall’annaffiatura del primo seme sino all’ortaggio maturo che si sta guardando e toccando, con una sorta di autobiografia dall’umore meta-teatrale e pirandelliano, essendo comunque finto, ricostruito, in apparenza muto, l’oggetto a mosaico che a suo modo sta invece parlando.

Silvia Naddeo, Byron's Delight, 2011

Silvia Naddeo, Byron’s delight, 2011

Se ogni racconto necessita di un ascoltatore, il passaggio successivo della regia visiva della Naddeo avviene con l’operazione MyPanino del 2013 e consiste nel trasformare il visitatore in costruttore dell’opera, per cui ognuno può scegliere su una tavola gli ingredienti in mosaico preparati dall’artista e fabbricare da sé il panino specchio della propria personalità. Fatto questo si scatta una foto con un dispositivo connesso col sito www.mypaninoproject.com o con un mezzo proprio, smartphone o tablet, per poi condividerlo con l’hashtag #mypanino in vari social network: in pochi secondi, il millenario mosaico passa da tattile a multimediale, creando una galleria, anzi uno spartito di caratteri umani pressoché infinito variando preferenze e disposizione delle poche note di alimenti proposti.[6]

Silvia Naddeo, My panino

Silvia Naddeo, MyPanino (particolare), 2013

Questo si deve all’intuizione di Silvia Naddeo che cercando attraverso il cibo, centro mitico dell’umano, un sistema di relazioni fra oggetto, persona e comunicazione, ottiene quella che per Lévi –Strauss era “un’inversione del rapporto fra il mittente e il ricevente, giacché in fin dei conti è il secondo che si scopre significato dal messaggio del primo: la musica vive sé stessa in me, io mi ascolto attraverso di essa. Il mito e l’opera musicale appaiono dunque come direttori d’orchestra i cui uditori sono silenziosi esecutori.”[7]

Silvia Naddeo, A cena con – No ordinary dinner, 2015

Silvia Naddeo, A cena con – No ordinary dinner, 2015

Approfondendo il discorso sulla realtà virtuale collegata al mosaico, nel 2015 è la volta del progetto A cena con – No ordinary dinner presentato come il precedente al Premio GAeM[8]: su una tavola elegantemente apparecchiata per due sono presenti alcuni cibi in mosaico che rimandano a un misterioso artista, in questo caso Salvador Dalí. Per completare tale quadro e indovinare chi sia l’ospite, una volta che si siede l’invitato può letteralmente entrare nell’universo creativo del convitato di pietra attraverso una Google Cardboard, il visore virtuale che viene così posto in relazione ad un evento artistico, non solo musivo, in modo originale e inedito, creando un circuito ininterrotto che rende (quasi) impossibile distinguere fra sogno e realtà come voleva il vecchio Breton dei Vasi comunicanti (1932).

Sempre nel 2015 la Naddeo porta avanti un piccolo ma significativo piano musivo, Day by Day, un percorso manuale e digitale della durata di un anno in cui per ogni giorno/frammento viene scelta una tessera/frammento simbolo del giorno stesso, posta su un biglietto da visita firmato e datato, il tutto associato a un oggetto caratterizzante l’unicità del momento effimero e infine fotografato e pubblicato su daybydaysilvianaddeo.tumblr.com.

Silvia Naddeo, Day by Day, 2015

Silvia Naddeo, Day by Day, 2015

Questo omaggio quotidiano alla propria materia espressiva è anche testimonianza autentica del carpe diem oraziano, dal momento che “carpere” nel senso usato dal poeta non vuole genericamente dire “prendere, cogliere l’attimo”[9], ma “sbocconcellare” l’intero rappresentato dal tempo, giorno per giorno, anzi istante dopo istante, cercando di assaporare sino in fondo cosa sia quel mistero chiamato vita, senza necessariamente spiegarsi tutto.

Dunque la mente di questa artista è vero luogo dell’incontro di forme e mezzi materiali, umani, virtuali, una sorta di “Bistrot Naddeo” in cui sotto lo sguardo complice, presente, mai giudicante della proprietaria, gli incontri “respirano. I discorsi che vi s’incrociano sono pieni di illusioni e delusioni, desideri e paure, speranze e dubbi: insomma, per dirla tutta, d’intelligenza.”[10]

www.silvianaddeo.com

 

[1] Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, XXXV, 65, Milano 2000, p. 185.

[2] Derrick De Kerckhove, in Flaminio Gualdoni, Trompe l’œil, Ginevra-Milano 2008, p.26.

[3] “So che all’apparenza possa sembrare strano, ma trovo che il mosaico come la cucina abbiano molti punti di contatto e similitudini rispetto al processo creativo. Un mosaicista, come del resto un cuoco, sceglie accuratamente le materie prime che utilizzerà per creare ed esaltare la propria opera. Il taglio delle tessere non si discosta poi tanto dalla preparazione dei singoli alimenti, come poi  l’interazione che avviene tra di essi, l’attesa del risultato che si compone lentamente (e che a volte può richiedere l’aggiunta di un po’ più di condimento), fino al risultato finale che sfocia in un’esperienza di condivisione e nutrimento per i sensi. (…) Ciò che più mi affascina,  per quanto riguarda la tematica del cibo, è tutto quello che si nasconde dietro ad un alimento o pietanza che sia, gli aspetti socio culturali a cui è legato e che lo contraddistinguono.” Silvia Naddeo da un’intervista rilasciatami nel 2011 e pubblicata sul mio blog: https://lucamaggio.wordpress.com/2011/11/09/mosaico-oggi-intervista-a-silvia-naddeo/

[4] Quest’opera fa parte delle collezioni del CIDM – Centro Internazionale di Documentazione sul Mosaico, sezione del Mar – Museo d’Arte della città di Ravenna.

[5] Massimo Montanari, La fame e l’abbondanza. Storia dell’alimentazione in Europa, Bari 1997, pp.24-25.

[6] Volendo associare una musica al lavoro di Silvia Naddeo, il suo usare strumenti classici come la tradizionale tessera musiva in relazione a media contemporanei mi ricorda lo stile jazz di Page One di Joe Henderson e più delle sofisticazioni mascherate di semplicità e ironia di Quatre Hors d’Oeuvres e Quatre Mendiants di Rossini, le dinamiche delicate ma inusuali e piene di brio della Sonate K.282 en mi bémol majeur di Mozart.

[7] Claude Lévi-Strauss, Il crudo e il cotto, Milano 1990, p. 35 (Mythologiques I. Le cru et le cuit, Paris 1964).

[8] Il Premio Giovani Artisti e Mosaico viene organizzato dal CIDM di Ravenna ogni due anni dal 2011.

[9] Secondo il senso che si vuole attribuire alla frase, il latino prevede più verbi col significato di “prendere”, ad esempio l’oraziano “carpere”, oppure “capere” da cui “captivus”/“prigioniero”, o “sumere” nella Vulgata di San Girolamo, quando Cristo offre da mangiare agli apostoli il pane consacrato come suo corpo (Mc 14,22).

[10] Marc Augé, Un etnologo al Bistrot, Milano 2015, p. 83 (Éloge du bistot parisien, Paris 2015).

È passato qualche giorno dall’election day di domenica 19, si può dunque tentare qualche ragionamento a freddo.

Indiscutibile il trionfo dei 5 Stelle, come la débâcle degli altri partiti tradizionali, a principiare dal partitone nazionale, il PD. A Ravenna però ce l’ha fatta. Certo, per un soffio.

A tal proposito, ci vorrebbero umiltà, tempi per un’analisi seria e riflessione su quanto accaduto. Invece, nella palude romagnola, i batraci protagonisti “dell’impresa” hanno gracidato come nulla fosse, anzi stappando boriosamente inopportuni bottiglioni di champagne dopo l’annuncio di questa che, opinione personale, sa di mezza vittoria.

Mi spiego. Stando ai numeri, le precedenti elezioni del 2011 avevano salutato il successo di Matteucci (PD) al primo turno col 54,99% dei consensi, contro il 21,48% dello sfidante di centro-destra.

Cinque anni dopo, il nuovo piddino Michele De Pascale, dopo aver preso al primo turno un 46,50% contro il 27,97% di Massimiliano Alberghini, lo sfidante di centro-destra, ed essere pertanto andato al ballottaggio, cosa inedita in una città-feudo governata dalla sinistra da 46 anni (!), al secondo turno si è attestato appena al 53,25% contro una rimonta pari al 46,75% di Alberghini. Dunque, non esattamente un trionfo da sbandierare.

Ma chi è De Pascale, questo Carneade della riviera? Faccione alla Adam Sandler, solo un po’ più bollito, ex bagnino cervese peraltro nello stabilimento dei suoi ed ex assessore al Turismo della sua cittadina, genero di Claudio Casadio, ex sindaco di Faenza ed ex Presidente della Provincia ravennate, sin da ragazzo nei gangli della sinistra giovanile (partito in quota Bersani-Errani-Fiammenghi, alla bisogna s’è convertito bonacciniano, ovvero renziano) nonché studente (pare iscritto a Giurisprudenza a Bologna: fosse vero, essendo dell’ ’85, sarebbe un po’ fuori corso), insomma uno che non si è esattamente sbucciato le mani nel mondo lavorativo reale, viene posto alla guida della coalizione di centro (presunta) sinistra dopo la morte sfortunata e inattesa lo scorso novembre in un incidente stradale di Enrico Liverani, primo ed effettivo candidato, che almeno aveva la qualità di apprezzare la Yourcenar.

Secondo il verbo rottamante o rottama-mente del renzismo imperante, serviva un volto giovane e sconosciuto per sostituirlo, poco importa se con capacità retorica pari a zero. Ed ecco comparire il De Pascalone di turno.

Intendiamoci: non che Alberghini, sostenuto dai residui berlusconiani e tra le altre forze da Lega e Fratelli d’Italia, ovvero il razzismo e il neo-fascismo più detestabili, sia esattamente il mio ideale. Anzi.

Né credo che al nuovo primo cittadino venga la sindrome di Nerone e dia fuoco a Ravenna per riattivare le cooperative del cemento. Ci mancherebbe.

Solo che, gattopardescamente, penso non cambierà nulla, il più trito status quo verrà mantenuto e ci si ritroverà con le solite immarcescibili facce nei luoghi clou del potere, davanti e soprattutto dietro le quinte, dall’economia alla cultura, senza alcun merito che non sia anzitutto quello d’essere tesserati, associati, affiliati, sostenitori PD, condicio sine qua non per avere la propria fetta di torta, vedi la lista ignobile delle cento imprese che poco prima delle elezioni si sarebbero apertamente schierate pro De Pascale (salvo smentita di alcune di esse in questi giorni, con ennesima figuraccia del partitone): ma il libero commercio dov’è in questa città? E gli altri imprenditori, proscritti?

Posso affermare queste cose non avendo MAI voluto (e mi era stato offerto sin dai tempi universitari) prendere parte alla greppia. Né tesserarmi. Meglio la dignità nuda e povera della libera coscienza. Del resto credo in ciò che dico, scrivo, leggo, insegno: letteratura, poesia, arte.

Come tutti sbaglio, ma ho altri difetti, non quello di mirare al potere sino ad esserne divorato, come certi personaggi tesserati della cosiddetta cultura locale di mia conoscenza dall’alitosi devastante, poiché il marcio sale da dentro.

Pertanto, per scelta privo di interessi personali, posso criticare il potere e chi ne gode e guardarmi ogni mattina allo specchio senza paura di non ritrovare più alcuna immagine. Anzi devo criticare il potere e chi ne gode, perché pur sapendo che gli ideali sociali, cristiani anche, di sinistra riformatrice, laburista, non comunista né ideologizzata in cui credo non sono rappresentati, è mio dovere di cittadino aspirare al meglio comune anche rendendo evidenti le contraddizioni e la corruzione morale di chi vuole darla a bere, addirittura permettendosi pistolotti di cui davvero non è degno. E il PD in questo è sempre stato pessimo maestro.

 

Premessa: si inaugura oggi pomeriggio alle ore 18.00 la prima personale di Roberta Maioli presso Palazzo Rasponi a Ravenna. Il tema è quello attualissimo e scottante dei migranti. Ho trovato le sue opere urgenti, dense di umanità, assenti da retorica. Sono contento e onorato che mi abbia chiesto di scriverle questa presentazione.

Roberta Maioli, Damnatio memoriae, 2016 (foto credit UNICEF)

Roberta Maioli, Damnatio memoriae, 2016 (foto credit UNICEF)

Roberta Maioli. Damnatio memoriae

di Luca Maggio

“Diremo la verità:/ noi siamo l’assenza/ non ci ha generato un cielo né la polvere/ siamo (…)/ ruggine nell’esistenza.” Adonis

Meglio chiudere gli occhi. Andare avanti. Ignorare. Lasciare che affondi questa umanità lontana, oltraggiata, in fuga da guerre, epidemie, carestie. E insieme che affondi il sogno di Adenauer, Schuman, Spinelli e degli altri padri-fari dell’Europa post bellica. Tutto questo non ci riguarda, è finto, televisivo, non ne sentiamo l’odore acre, non ne vediamo lo sporco, le lacrime, non udiamo quelle grida in lingue sconosciute. C’è il fastidio dei campi profughi, pardon “d’accoglienza”, ma per la maggior parte di noi anch’esso resta lontano. Quotidianamente qualcuno fugge, certo, ma i muri (muri nel 2016!) lo fermeranno.

Cosa ci è accaduto? Cosa ci sta succedendo? Chi siamo diventati?

Sui volti su cui è passata Roberta Maioli sono scritte a lettere di fuoco queste domande. Ci presentano il conto, non rappresentando solo bambini fotografati tre, quattro anni fa da operatori Unicef (che ha poi gentilmente concesso gli scatti all’artista ravennate) in campi siriani e curdi, ma lo svuotamento di futuro da quegli occhi. Cos’è dunque la vita per loro? E, di riflesso, per noi?

Sono sette le foto ingrandite dalla Maioli, che sentendo quelle immagini come fatti vivi e non anonimi della storia ha fortemente voluto non tacere e mostrare chi essi siano, chiedendosi chi noi siamo.

L’intervento è in apparenza lieve: macchie di pittura sugli sfondi, senza alcun impressionismo, sui particolari sfocati degli sfondi, sugli accumuli delle cose, baracche, pareti scure, vestiti colorati (come quello magenta della bimba in bianco e nero, citazione dello Schindler spielberghiano) e bende bianche in primo piano sulla faccia di un bambino, tutto ripreso rispettando e intensificando i colori di ciascuna fotografia per rendere più nitidi i volti, farli risaltare senza mai falsificare la verità del fatto fotografico, anzi trattenendola e restituendola esaltata dalla delicatezza di un passaggio minimo di colore, così da accentuare il senso di detrito, di scarto, evanescenza del domani paradossalmente su bambini che rappresentano l’idea stessa del domani. Lineamenti, zigomi, occhi, mani, gambe, corpi troppo carichi di presente e passato recente, di polvere, di mancanze, di assenze di casa e abbracci e favole raccontate prima di addormentarsi.

Roberta Maioli, Damnatio memoriae, 2016 (foto credit UNICEF)

Roberta Maioli, Damnatio memoriae, 2016 (foto credit UNICEF)

Accanto e quasi in contrasto alla discrezione dei pigmenti suggeriti dalle superfici fotografiche è il lavoro più aggressivo, di scavo interiore, dell’installazione con le maschere anonime in tela e colla, ora ricoperte di cera, ora di bianco talvolta sporcato con olio vecchio, inserite su un’impalcatura-zattera di canne qua e là visibili e filo spinato nascosto sul retro, dunque non evidente come le ferite di questi volti senza più volto, ieratici, “schiacciatiannegati” in questa processione d’uguaglianza bianca che ne ha cancellato caratteristiche e identità, senza più memoria né storie personali o sentimenti (sono stati uomini?), drappo cupo di coscienza, strascico lento di fiume di simulacri che appeso alto alla parete cola solido sul pavimento la sua moltiplicazione perduta di facce (quasi un canone inverso rispetto ai migranti siciliani del finale di Nuovomondo di Crialese che rinascevano da un mare bianco latte, nuotando, salvandosi), facce che parrebbero umane e sono solo numero, quello dei dispersi nelle traversate delle tante stragi che si vanno cumulando fra le onde del Mediterraneo e che in forma di cifre altrettanto anonime riferiscono i media europei. Del resto, è cosa nota che i numeri neutralizzino individui, vicissitudini, dolori: la lezione dei tatuaggi nazisti in questo senso è chiarissima. E il messaggio-grido della nostra artista potente.

Roberta Maioli, Damnatio memoriae, 2016

Roberta Maioli, Damnatio memoriae, 2016

Roberta Maioli, Damnatio memoriae, 2016 (particolare)

Roberta Maioli, Damnatio memoriae, 2016 (particolare)

A proposito, Roberta sa che il rischio di banalizzare scivolando nella retorica nel trattare questi temi e di questi tempi è alto. Ma la sua esigenza è nata da una ribellione dell’anima, da una verità insopprimibile e interiore e primaria, da qualcosa che andava affermato a voce alta e mai taciuto. Per questo chiudo affidandomi una volta ancora ai versi del poeta siriano Adonis, perché la poesia è una necessità umana, come il pane ci fa vivere, più del pane ci fa ritrovare umanità: “Ho letto su una foglia gialla che morirò esiliato, ho illuminato i /deserti, il mio popolo è smarrito (…)/ Verrà un tempo tra la cenere e la rosa/ si estinguerà ogni cosa/ rinascerà ogni cosa”.

Roberta Maioli. Damnatio memoriae

27 maggio – 26 giugno 2016

Palazzo Rasponi, via Luca Longhi 9, Ravenna

Aperto tutti i giorni (ingresso libero): orario 15-18

Chiuso il lunedi

Inaugurazione venerdì 27 maggio ore 18

Versi di Adonis

Adonis ('Alī Ahmad Sa'īd Isbir, Qassabīn, Siria, 1930)

Adonis (‘Alī Ahmad Sa’īd Isbir, Qassabīn, Siria, 1930)

 

Il sesso, la poesia, la morale, la sete, il dire, il silenzio e annullare

i catenacci. Ho detto: Seduco Beirut

 

“Cerca l’azione. La parola è morta” dicono altri.

La parola è morta perché le vostre lingue hanno sostituito alla parola

il mimo.

La parola? Volete svelarne il fuoco? Dunque, scrivete.

Dico scrivete e non dico mimate, né dico copiate.

Scrivete – dall’Oceano al Golfo, non odo una sola lingua, non leggo

una parola. Odo rumore. Perciò non intendo chi lancia

fuoco.

La parola è più leggera delle cose e le contiene tutte. L’azione è

direzione e istante, la parola è tutte le direzioni e il tempo. La parola –

la mano, la mano – il sogno:

Ti svelo, oh fuoco, oh mia capitale

Ti svelo, oh poema,

io seduco Beirut, mi veste, la vesto. Erriamo come raggi,

chiediamo: Chi legge? Chi guarda? (…)

 

Adonis, da Una tomba per New York, in Ecco il mio nome, Roma 2009.

Erik Satie (Honfleur, 17 maggio 1866 – Parigi, 1 luglio 1925)

Erik Satie (Honfleur, 17 maggio 1866 – Parigi, 1 luglio 1925)

Spesso rimpiango di essere venuto personalmente nel mondo di quaggiù; non che io provi odio per il mondo. No… Io amo il mondo, il bel mondo – e anche il demi-monde, dato che sono io stesso una specie di demi-mondain.

Ma che mai sarò venuto a fare su questa Terra così terrestre e così terrosa?

Avrò dei doveri da compiere? Sono venuto per assolvere una missione – per fare una commissione?…

Mi ci han mandato per divertirmi… per distrarmi un pochino?… per dimenticare le miserie di un aldilà di cui non ricordo più? Non sarò mica importuno?

Che cosa rispondere a queste domande?

Credendo di far bene, poco dopo essere arrivato quaggiù, mi misi a suonare qualche motivo musicale che mi ero inventato da solo…

Tutti i miei fastidi nascono di qui…

Erik Satie, Recessi della mia vita (2), in Quaderni di un mammifero, Milano 2010, p.98.