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Nell’augurare buona estate a followers, amici o semplici visitatori occasionali, segnalo la mostra allestita agli Uffizi su Piero di Cosimo, importante, ben fatta, completa e dotata di un catalogo che davvero è strumento scientifico prezioso per gli studi anche futuri su questo artista straordinario.

E saluto tutti con qualche consiglio letterario, da non leggere necessariamente sotto l’ombrellone: Il Mediterraneo era il mio regno di Francesco Alliata, Il fiore azzurro di Penelope Fitzgerald, Le api di Carol Ann Duffy, Libro delle laudi di Patrizia Valduga e, sempre in ambito lirico, Emilio Villa. L’opera poetica, testo con la rimarchevole cura di Cecilia Bello Minciacchi, da cui traggo i versi seguenti già mosaicati nel 1986 dagli studenti dell’Istituto Severini di Ravenna.

Di nuovo buona estate a tutti, ci rivediamo a settembre.

Emilio Villa, pannello a mosaico, MAR

Testo di Emilio Villa su pannello musivo a cura dell’Istituto Statale d’Arte per il Mosaico G. Severini, realizzato nel 1986 e attualmente esposto presso il CIDM – MAR di Ravenna

εἰ  μὴν πáντα

τῄδεπερ ἤρυσε

καὶ τὰ πάντα

ἄλλοσε τελεῖ

ἄλλοσε ποι τοῦ αἰῶνος

 

tutto è cominciato qui

ma tutto finisce altrove:

altrove, in qualche porzione

del millennio

 

Emilio Villa, testo greco e traduzione da ΤΑ ΘΕΒΕΙΣΙ ΤΕΙΧΗ – le mûra di t;éb;é (1978; ed. 1981) in Emilio Villa. L’opera poetica, a cura di Cecilia Bello Minciacchi, L’orma editore, Roma 2014, p.434-435.

Ontani-logo comunicato.inddGrizzana Morandi annuncia il secondo appuntamento della rassegna artistica dedicata alla figura del grande pittore Giorgio Morandi, sotto la direzione di Eleonora Frattarolo, con una nuova mostra, che celebra l’incontro con il maestro Luigi Ontani, suo conterraneo: Luigi Ontani incontra Giorgio Morandi. CasaMondo. Nature extramorte antropomorfane.

Luigi Ontani incontra Giorgio Morandi. Nature extramorte antropomorfane (foto Luciano Leonotti)

Luigi Ontani incontra Giorgio Morandi. Nature extramorte antropomorfane (foto Luciano Leonotti)

Luigi Ontani incontra Giorgio Morandi. Nature extramorte antropomorfane (foto Luciano Leonotti)

Luigi Ontani incontra Giorgio Morandi. Nature extramorte antropomorfane (foto Luciano Leonotti)

Luigi Ontani incontra Giorgio Morandi. Nature extramorte antropomorfane (foto Luciano Leonotti)

Luigi Ontani incontra Giorgio Morandi. Nature extramorte antropomorfane (foto Luciano Leonotti)

Realizzata all’interno delle sale dell’abitazione tanto amata dall’artista, la mostra sarà visitabile dal 26 giugno al 26 settembre. L’eclettico e affascinante Luigi Ontani irrompe in ogni camera della casa-studio con una magia in ceramica, “nature extramorte antropomorfane”, appunto, che paradossalmente restituiscono la tridimensionalità agli oggetti delle nature morte di Morandi, le quali vengono così dirottate su significati differenti dalla continua materializzazione del volto totemico di Ontani, che presiede al loro attraversamento dello spazio e del tempo, nonché al riconoscimento e alla religiosa conservazione di un sublime raggiungimento dell’opera di Morandi, ossia l’osmosi tra sogno e realtà.

Luigi Ontani incontra Giorgio Morandi. Nature extramorte antropomorfane (foto Luciano Leonotti)

Luigi Ontani incontra Giorgio Morandi. Nature extramorte antropomorfane (foto Luciano Leonotti)

 

Ontani incontra Morandi. CasaMondo.Nature extramorte antropomorfane

Grizzana Morandi – Casa Studio Giorgio Morandi / Fienili del Campiaro

Direzione artistica, cura mostra e catalogo Eleonora Frattarolo

26 Giugno -26 Settembre 2015

giovedì – venerdì ore 15,00 -19,00

sabato – domenica ore 10,00 -13,00 / 15,00 -19,00

www.comune.grizzanamorandi.bo.it

Premessa: è in corso sino a venerdì 3 luglio la prestigiosa personale di Verdiano Marzi presso la Fourth Presbyterian Church of Chicago (115 East Delaware).

Per questa occasione ho avuto il piacere di scrivere il testo critico che qui presento.

Verdiano Marzi, Biancaneve (particolare), 2015

Verdiano Marzi, Biancaneve (particolare), 2015

Beyond – Oltre

di Luca Maggio

“I have been here before;/ when, where or how I cannot tell.” Dante Gabriel Rossetti

Non ricordo più chi ha detto che il tempo del mito non è mai veramente accaduto perché in realtà accade sempre. È un tempo indefinito, lo stesso delle fiabe, che davvero scorre nella parte più recondita di ognuno di noi. E durerà senza invecchiare generazione dopo generazione sino a che ci sarà l’uomo sulla Terra.

Questo tempo abita le atmosfere della ventina di soggetti che Verdiano Marzi espone oggi a Chicago, sia che si tratti di paesaggi reali (campi, banchise, viaggi neofuturisti sullo Shinkansen), di momenti della giornata (dall’alba ai notturni stellati), di ritratti o di personaggi presi appunto da fiabe o racconti fantastici. Tempo sospeso, dunque. E lo spazio?

Verdiano Marzi, Campi, 2015

Verdiano Marzi, Campi, 2015

Verdiano Marzi, Campi (particolare), 2015

Verdiano Marzi, Campi (particolare), 2015

Non è la prima volta che mi trovo davanti alle sue meditazioni musicali in forma di pietra, qui con prevalenza di tinte fredde, in particolare di azzurri e blu, colori di un “oltre” medianico, forse perché si è nell’ambito del sogno rivelatore o dell’immaginazione lirica, sebbene ci sia sempre qualche tessera o fila di tessere sapientemente posta a riscaldare le altre, e smalti che sono ragionamenti per blocchi gemelli che paiono contrapposti, quinte per l’intrecciarsi scontrarsi sciogliersi degli andamenti in strati colorati, che sembrano a loro volta quasi compressi, costretti a convivere in fasce geologiche (o oniriche) apparentemente disordinate (ma la natura non lo è mai), eppure in equilibrio progressivo, mai fermo, anzi in un gioco continuo e ciclico di rimandi con la luce che investe le tessere, le graffia, torna a colpirle e penetra nelle ferite, negli interstizi minimi e bui, riemerge, sottolinea ancora una volta gli andamenti, i disegni del caos armonico, dissonanze cariche della musicalità dell’espressionismo viennese di inizio ‘900, che da Schoenberg arrivarono agli accordi be-bop di Thelonious Monk[1]. Poi la luce s’ammorbidisce, scivola carezzando le fluidità vetrose degli smalti e torna a noi per accendere ciò che ci è davanti: mani e sogni di Verdiano Marzi.

Verdiano Marzi, Alba, 2015

Verdiano Marzi, Alba, 2015

Verdiano Marzi, Banchisa, 2015

Verdiano Marzi, Banchisa, 2015

E davanti a ogni opera ricomincia la partita, quasi una lotta con la luce, identica nel moto e diversa negli esiti che animano le giustapposizioni cromatiche, con la consapevolezza che ogni fiamma, ogni frammento è stato pensato, amato, tagliato, composto dall’artista (dunque vibra, è letteralmente vivo) dopo percorsi di immersione nella materia, nell’amore per la materia, nel tempo che richiede l’amore per la materia da conoscere sino a ferirsi per darle libertà.

Già, la libertà. Cos’è in arte la libertà?

Quando Gershwin, nella primavera del 1928, venne in Europa e in particolare a Vienna, lo accolse Alban Berg con l’esecuzione della sua dodecafonica Suite lirica. L’americano avrebbe dovuto suonare qualcosa di suo un attimo dopo, ma era visibilmente intimidito. Berg lo volle tranquillizzare dicendo: “Signor Gershwin, la musica è musica.”[2]

Dunque, cos’è in arte la libertà?

Verdiano Marzi, Viaggiando nello Shinkansen, 2015

Verdiano Marzi, Viaggiando nello Shinkansen, 2015

Verdiano Marzi, Viaggiando nello Shinkansen (particolare), 2015

Verdiano Marzi, Viaggiando nello Shinkansen (particolare), 2015

Molte le risposte possibili. Ne tento una: aderire il più possibile e senza compromessi alla propria coscienza creativa, ovvero all’idea di verità concreta che si forma nella mente e tra le mani di un artista. C’è chi sottrae, come volevano i neoplatonici rinascimentali o come, in ambito moderno, il grande Alberto Giacometti, uomo non a caso abitato da cenere, vento e silenzio.

Marzi aggiunge. Alle sue creature, non più solo creazioni, Marzi aggiunge per rispetto della materia stessa, coerente con la sua idea di verità, in un’euforia neorubensiana che vede queste pietre come carni spettacolari cui la luce è chiamata a dare rilievo. È piacere puro. Ottenuto con abilità e con l’intento di coprire ogni millimetro di superficie che tuttavia, data la disposizione dei singoli elementi, non nasconde ma aumenta l’effetto frammentato del mosaico: dunque non si nega la natura del mezzo, la si esalta. Non è pittura: è mosaico finalmente.

Verdiano Marzi, Cometa, 2015

Verdiano Marzi, Cometa, 2015

Verdiano Marzi, Cometa (particolare), 2015

Verdiano Marzi, Cometa (particolare), 2015

Questa è una natura, per quanto di uso antico (sin dall’età sumerica), modernissima quanto agli sviluppi teorici cui può essere collegata: l’unità dell’immagine musiva finale è data dalla relazione di frammenti più o meno grandi. Ed esattamente questa è l’immagine della realtà, la quale appare compatta ai nostri occhi (ogni oggetto, essere vivente è stabile, definito, lo vediamo, tocchiamo ecc.), ma secondo la teoria della gravità quantistica “a loop” [3], lo spazio a livello subatomico non è continuo, anzi ha una struttura granulare, ovvero di quanti di spazio inanellati (a loop appunto), ossia in relazione fra loro e ciascuno con un proprio ritmo, un proprio tempo (dunque anche lo scorrere del tempo univoco è illusione, o meglio è semplicemente ciò che noi percepiamo): ciò che tesse ogni millimetro della realtà che noi crediamo uniforme e in equilibrio è un insieme di miliardi e miliardi di quanti, note dissonanti e in movimento continuo che sono il nostro universo, che siamo noi stessi, come un’immensa subatomica opera dodecafonica. Il mosaico della realtà.

Senza scordare che tutto questo produce poesia: c’è spesso nelle opere di Marzi un’esigenza di cielo, una voglia di respiro, di puntare gli occhi in su: come se lungo la coperta della notte, lentamente si diffondesse ed evaporasse una cometa, una scia che ha il suono lento e struggente dell’Adagietto della Quinta di Mahler.

Verdiano Marzi, Biancaneve, 2015

Verdiano Marzi, Biancaneve, 2015

[1] Alex Ross, The rest is noise, Farrar, Straus and Giroux, New York 2007, p.68 dell’ed. italiana.

[2] Edward Jablonski, Gershwin, Da Capo, New York 1998, p.167.

[3] Carlo Rovelli, Sette brevi lezioni di fisica, Adelphi, Milano 2014, pp.47-56.

Calusca - Finocchiaro, Corrispondenze

Calusca – Finocchiaro, Corrispondenze

Una corrispondenza fatta di segni che solo due pittori possono instaurare: Calusca e Alessandro Finocchiaro, pittori siciliani, uno attivo ad Acireale, l’altro per motivi di lavoro migrato nel nord Italia, per un anno e mezzo hanno condiviso con i loro carteggi esperienze e pensieri, per giungere  inconsapevolmente a questa esposizione fatta di stati d’animo e di emozioni. Trentaquattro opere inedite su carta (tecniche miste e inchiostri) realizzate tra il 2005 e il 2006 saranno esposte presso la Galleria Lombardi di Roma accostate ad alcune opere recenti di entrambi gli autori. La mostra si sposterà successivamente a Vicenza (il 12 settembre) presso l’Officina Arte Contemporanea per proseguire poi il suo percorso itinerante in Sicilia, a voler sottolineare e ripercorrere l’itinerario territoriale attraverso il quale le “corrispondenze” hanno avuto il loro svolgersi.

Calusca - Finocchiaro, Corrispondenze

Calusca – Finocchiaro, Corrispondenze

Calusca - Finocchiaro, Corrispondenze

Calusca – Finocchiaro, Corrispondenze

Dal testo di Marco di Capua:

[…] Ombre, pezzetti, frammenti: è come se, corrispondendo, Calusca e Alessandro Finocchiaro non desiderino altro (c’è un evidente piacere nel fare questo) che estrarre un che di essenziale dal gran corpo della pittura, mostrare certe sue scure cicatrici, feconde perché ancora aperte, non rimarginabili, raccogliendone infine, concisamente, l’energia fondamentale  […] e la sua capacità di apparire e modularsi in modo vario, sorprendente. […] I gesti di Calusca e Alessandro sono quelli di chi, senza paura di bruciarsi, cerchi tizzoni ancora ardenti in un falò semispento. E frughi tra le braci. D’altra parte, è il loro realismo […] la loro fedeltà alle immagini a spingerli verso questa doppia lotta: con i modelli di riferimento, e poi tra se stessi.  […]

Calusca - Finocchiaro, Corrispondenze

Calusca – Finocchiaro, Corrispondenze

Calusca - Finocchiaro, Corrispondenze

Calusca – Finocchiaro, Corrispondenze

Dal testo di Ruggero Savinio:

[…] A volte cerchiamo scampo dalla singolarità. Il destino del singolo pesa su ciascuno, soprattutto sugli artisti. Una singolarità vissuta spesso, anzi esibita, come un attore esibisce il suo ruolo, con compiaciuta partecipazione. Alla singolarità dell’artista chiuso in sé e che rimanda solo a se stesso gli artisti rispondono a volte con un sogno plurale, di comunità. […] Ho conosciuto Alessandro Finocchiaro e Calusca separatamente. Prima di loro, ho conosciuto il luogo della loro origine: Acireale. […] Adesso i due amici pittori hanno deciso di mettere in comune il loro lavoro e il loro temperamento. Lo mettono in comune attraverso lo sguardo, come è giusto trattandosi d’immagini. Le immagini rimandano una all’altra. […]

Calusca - Finocchiaro, Corrispondenze

Calusca – Finocchiaro, Corrispondenze

 

Corrispondenze (12 -27 giugno 2015)

Artisti: Calusca, Alessandro Finocchiaro

Testi in catalogo (Le Farfalle Edizioni): Marco Di Capua, Ruggero Savinio

Galleria Lombardi, Via Monte Giordano 40, Roma

Tel. + 39 06 92595530 | +39 333 2307817 | +39 338 9430546

galleria_lombardi@libero.it

Orario: dal martedì al sabato 11/19 | ingresso libero

Calusca – Alessandro Finocchiaro. Corrispondenze

Press Norma Waltmann – Agenzia di Comunicazione

 

Premessa: è con vero piacere che pubblico il comunicato stampa di questa nuova iniziativa di cui fa parte un’amica artista, Roberta Grasso, che con un team affiatato e grintoso ha dato vita a un progetto tanto intelligente quanto originale. Leggere e scaricare per credere! E un grande in bocca al lupo a tutti voi ragazzi GetCOO.

getcoo logo

È di qualche giorno fa la notizia secondo la quale il brand più conosciuto dell’Emilia Romagna dopo la Ferrari è quello dei mosaici ravennati, Patrimonio Unesco dal 1996. Non sorprende dunque che proprio nella città bizantina, Capitale Italiana della Cultura 2015, sia nata l’idea di una nuova e più efficace esperienza per la fruizione dei monumenti: GetCOO, una App per una nuova esperienza di turismo.mausoleo galla placidia

san vitale

san vitale1

Cos’è esattamente GetCOO? Il nome, anzitutto: “Coo”, in inglese, è il verso del piccione; e chi meglio di un piccione, principe dei centri storici italiani, può aiutare a riconoscere i monumenti su cui vola? Interfaccia user-friendly per una App molto semplice da usare: con lo smartphone si scatta la foto di un monumento, GetCOO lo riconosce e fornisce una scheda del bene con possibilità di approfondimenti. Più veloce che andare su Google, per cui bisognerebbe almeno conoscere il nome del monumento da digitare. Al macero, dunque, le tradizionali guide cartacee, non interattive, e archiviate le esperienze con QR code e tag fisici, spesso incoerenti e pieni di condizionamenti in fase di lavorazione e di fruizione.santa croce

La personalizzazione dell’esperienza turistica sarà il prossimo fronte d’azione per una App già scaricabile in versione gratuita e pienamente operativa con funzionalità base, sia per sistema operativo Android che iOS. Sono  già state mappate alcune tra le più visitate città italiane e straniere: il database è in costante implementazione.

santa maria in porto

GetCOO nasce da un’idea di Stefano Berti, Product manager di GetCOO ed esperto informatico. Il team è composto da Claudio Berti, System administrator, Roberta Grasso e Benedetto Gugliotta, entrambi Cultural Heritage Expert e Social Manager, con la direzione creativa di Jona Sbarzaglia.

www.getcoo.com

Il team GetCOO riceve il Premio speciale per l'innovazione al Salone Internazionale della Ricerca Industriale e dell’Innovazione di Bologna

Il team GetCOO riceve il Premio speciale per l’innovazione al Salone Internazionale della Ricerca Industriale e dell’Innovazione di Bologna – Giugno 2015

Matteo Guidi, Giuliana Racco, detail of the In Between Camps photo series

Matteo Guidi, Giuliana Racco, detail of the In Between Camps photo series

“Non nel soggetto del quadro o nella tecnica del pittore sta la difficoltà dei puzzle, ma nella sapienza del taglio, e un taglio aleatorio produrrà necessariamente una difficoltà aleatoria, oscillante fra una facilità estrema per i bordi, i particolari, le macchie di luce, gli oggetti ben definiti, le pennellate, le transizioni,e una difficoltà fastidiosa per tutto il resto: il cielo senza nuvole, la sabbia, i prati, i coltivi, le zone d’ombra.”G. Perec, La vita, istruzioni per l’uso

All’interno dell’universo delle narrazioni del passato, la formazione dell’identità (o delle identità) ha rappresentato uno strumento di controllo e un oggetto da definire e ridefinire. to Disconfirm, a cura di Vincenzo Estremo presso la bolognese GALLERIAPIÙ, mette in evidenza i modi di smentire e raccontare le narrazioni delle pluralità identitarie. to Disconfirm è un tentativo di utilizzare l’arte visiva per questionare prospettive identitarie sepolte sotto il peso delle istituzioni storiografiche.

Negli ultimi anni le narrazioni che hanno contribuito a formare quella che definiamo “la storia” si sono arricchite di una pluralità di racconti. L’identità è diventata qualcosa in grado di affermare nel tempo (misurazione), un oggetto storico riferibile ad una geografia (locazione).

César Escudero Andaluz_File_Món. 2012_Captura de pantalla 2013-11-30 a las 18 40 54

César Escudero Andaluz, File Món, 2012, Captura de pantalla 2013-11-30 a las 18 40 54

L’arte visiva, nella sua accezione contemporanea si è appropriata della funzioni e delle proprietà delle narrazioni contemporanee in modo da avere a disposizione strumenti culturali in grado di produrre e sviluppare un’adeguata analisi della storia e dell’identità. L’arte si ritrova a riscrivere pezzi di storia e a ri-questionare assunti identitari comunemente accettati, ma soprattutto a negare assunti già dati. Quando Perec sceglie di raccontare le difficoltà del pittore o per meglio dire dell’artista, nel definire il puzzle delle istruzioni per l’uso lo fa partendo da una smentita. Gli artisti con la loro attitudine e con il loro perseverare cercano, nella rete di narrazioni, la possibilità di smentire (mettono in atto l’azione del to Disconfirm). Ecco quindi che ritorniamo a Perec e alla perseveranza con cui Barnabooth sceglie di portare avanti il suo arbitrario piano di vita. Un progetto che pur sembrando utile solo al progetto stesso, ci fa capire come la ricerca artistica sia qualcosa di inutilmente indispensabile. Nella sua inutilità risiede il dono della negazione, il dono della frammentarietà, che spesso è l’insieme delle pratiche che permettono agli artisti di corrodere tutto ciò che apparentemente sembra unico e indivisibile come l’immaginario granitico della storia e dell’identità.

to Disconfirm vuole essere un’occasione per dare forma e fare convivere ricerche diverse tra loro, come gli studi delle interfacce di César Escudero Andaluz (Ávila – Spagna, 1983), le critical documentary film practices di Matteo Guidi (Cesena – Italia, 1978)  e Giuliana Racco (Toronto – Canada, 1976) e di Amanda Gutiérrez (Città del Messico – Messico, 1978) e i lavori installativi di Massimo Ricciardo (Darmstad – Germania, 1979).

Amanda Gutiérrez, Time Topography Liverpool, video still

Amanda Gutiérrez, Time Topography Liverpool, video still

TO DISCONFIRM

a cura di Vincenzo Estremo

23.04.15>13.06.15
GALLLERIAPIÙ

Via del Porto 48 a/b, 40122 Bologna

orari: martedì e mercoledì 14.30-19.30; giovedì e venerdì 12.00-20.00; sabato 11.00-19.00 e su appuntamento
contatti: (+39) 0516449537 ; info@gallleriapiu.com
www.gallleriapiu.com
press: Irene Guzman 

 

 

sovrimpressioni ninapi ravenna

Sovrimpressioni

di Luca Maggio

“Un gioco con problemi seri; questa è l’arte.” Kurt Schwitters

Cosa accomuna personalità, ovvero modus operandi, così differenti come le tre oggi qui riunite? L’accumulo di eredità più o meno in-consapevoli post novecentesche (incluso il loro rifiuto), che è via fruttuosa in quest’inizio di caos nuovo secolare a fare al di fuori dall’altrimenti palude inevitabile del già visto, riferito, citato: impossibile non richiamare una, anzi più tradizioni non tradizionali per fare (e fare di mano non solo di testa con la generosità dell’esperienza) qualcosa che sappia di personale: “arte solitaria di trascinar parole/ verso i doni di molte domande/ mentre all’estremo siamo circondati”[1].

Dunque costruire col sovrapporre, conglomerare, stratificare con la grazia del caso, del non stabilito a priori, Cage dixit, ma sapendo che se si è dentro la macchina creatifera, non si va da una parte qualsiasi, ché una non vale un’altra e alla fine le scelte fatte, per quanto credute automatiche, vanno cavalcate e non sviate, certo a sorprendere chi per primo le batte (in arte chiamato artista, si può ancora dire).

Ed ecco i nostri tre, sotto il segno d’una titolazione mutuata da Zanzotto, altro pezzo verbale buono per il Tempo nostro nuovo: “Difficile e violento è realmente cogliere/ i procedimenti di entrata e ritorni di questi eventi/ come la divinità e varietà delle chine/ e del dolce vuoto, delle beanze tra i dossi, / chine da sé e in sé sorgive con i loro intervuoti”[2].

Si propongono queste tre visioni, ChiariniLanzoniLuschi, da muro a muro, specchi involontariamente riflettenti parti particolari dell’altro negli scheletri o moduli architettonici e angolari filati da Silvia, profilati da Giovanni nei di-segni delle condutture elettriche o nei manufatti inverosimili di falegnameria che tornano in minuzia di legnetti da lego cesellati da Simone, e invitano anche a entrare in sé, in loro, in quel modo-mondo-mondi paralleli che l’artefare loro fa alterando il reale con altra realtà, di-la-tan-do-la, rendendo evidente ciò che la scienza ultima pare confermi (ma ben prima il Borges dei sentieri che si biforcano), il cosiddetto multiuniverso o teoria degli universi paralleli[3].

Silvia Chiarini, Cervo in piazza, 2014, acrilico, tempera e ricamo su tela

Silvia Chiarini, Cervo in piazza, 2014, acrilico, tempera e ricamo su tela

Silvia Chiarini, Triangoli su palme, 2012, acrilico, olio, matita e ricamo su tela

Silvia Chiarini, Triangoli su palme, 2012, acrilico, olio, matita e ricamo su tela

Silvia Chiarini, Los Angeles, 2015, acrilico, tempera e ricamo su tela

Silvia Chiarini, Los Angeles, 2015, acrilico, tempera e ricamo su tela

Così Silvia Chiarini veste in chiaro linee rette e curve, strutture, archisognature, lanci di prospettive, paesaggi in passaggi di colore e tecniche successive, cilindri, macchie, punte, finestre, accenni di, alberi, palmizi e pizzi floriformi, scacchiere e bestie sospese tra fluttuazioni metarinascimentali (da Paolo Uccello a Casorati, da De Chirico al cervo del Sant’Eustachio di Pisanello, il tempo in arte è sempre circolare, attuale) e cromie leggere, chimere vaghe d’eleganza soffiata a fresco da Masolino a Castiglione Olona, ma in visioni che appartengono all’oggi collettivo.

Giovanni Lanzoni, White House Museum, 2012, collage su carta

Giovanni Lanzoni, White House Museum, 2012, collage su carta

Giovanni Lanzoni, La bottega dei tracobetti, 2015, collage su carta

Giovanni Lanzoni, La bottega dei tracobetti, 2015, collage su carta

Giovanni Lanzoni, Anonimous performance, 2014, collage su carta

Giovanni Lanzoni, Anonimous performance, 2014, collage su carta

 

Mentre Giovanni Lanzoni ci prende in giro tutti, il ragazzo, includendosi, ignoto e consapevole, nel gioco. E lo fa malinconicamente come ogni degno Calvero del mestiere, inventandosi uno zoo pop unico, ritagliando teste, pittando a collage mura di carta come cartoline e cartoline come murales e tappeti kitsch, tanto tutto è superficie, inganno, accumulo di frammenti giustapposti, equilibri sghembi di piramidi di sedie e tavolini e asimmetrie volute, fili di bandierine colorate alla Calder (ma recisi a ben vedere), navi di folli, gallerie di ritratti in eco d’un Basquiat in miniatura, a ricordare quanto possa significare il disordine nel cosmo-vita quotidiano, ammesso che Lanzoni parli di quotidiano, saltimbanco dell’anima sua-nostra, lasciatelo divertire ché, amaramente, “gli uomini non dimandano/ più nulla dai poeti”[4].

Simone Luschi, Senza titolo, 2015, legno

Simone Luschi, Senza titolo, 2015, legno

Simone Luschi, Senza titolo, 2015, legno

Simone Luschi, Senza titolo, 2015, legno

Simone Luschi, Senza titolo, 2015, legno

Simone Luschi, Senza titolo, 2015, legno

Simone Luschi, invece, abbandona in apparenza le “sculture teste. Teste, non volti. Fisse ieratiche”[5], esposte sino al mese scorso a Fusignano, per andare in direzione altra. Eppure.

Effettivamente ne abbandona colori e disegni, le distrazioni insomma. Intatta è la via ieratica, anzi indagata in essenza: di quelle teste composte è come se avesse scelto le forme di singoli frammenti da cui partire, certo ora puliti, nudi e poveri in compensato, ragionamenti in chiarità di beige di strutture progressive minime, linee alla LeWitt nei lavori più piccoli e isolati o, in quelli più grandi, di Merzbau schwittersiani che, mentre paiono scivolare, si autogenerano da espansioni di solidi, come le teste generavano i complementi e i completamenti di se stesse, e possono essere abitati dalle strutture più piccole appoggiate dall’artefice in equilibri precarimpossibili quanto finissimi, a un passo dal cadere, come sulle scale, richiamo forse inconscio a Escher, che non portano a nulla, ma bastano a sé, bastano al sé.

Simone Luschi, Senza titolo, 2015, legno

Simone Luschi, Senza titolo, 2015, legno

Simone Luschi, Senza titolo, 2015, legno

Simone Luschi, Senza titolo, 2015, legno

Simone Luschi, Senza titolo (particolare), 2015, legno

Simone Luschi, Senza titolo (particolare), 2015, legno

E sono anche belle queste cose loro, belle sì, detto come un dato accessorio ma non insignificante: l’arte non ha bisogno di bellezza per essere, questo uno dei lasciti più liberatori del ‘900, essendo l’arte analisi consapevole (voluta, desiderata da chi la compie) e coagulata in epifania dell’oggetto più o meno rispondente all’intenzione. In tutto questo “la bellezza è un’opzione per l’arte e non una condizione necessaria. Ma non è un’opzione per la vita. È una condizione necessaria per la vita così come vorremmo viverla (…) è un valore (…), non semplicemente un valore tra gli altri,  (…) ma uno dei valori che definiscono cosa significhi la vita umana nella sua completezza”[6].

Fra i ritagli e le attaccature di un Lanzoni, quelle maschere-omini, quella sua umanità, le cuciture d’una Chiarini a riannodare la superficie altra del quadro alla nostra sensibile (il filo è ponte, fragile, ma è), le archifatture d’angoli nascondigli di Luschi, improbabili e perciò possibili geometrie della mente, ci sei anche tu.

Ravenna, 24 e 28.V.2015

ascoltando Ravel (le Tzigane), Schlippenbach o chi gradite

Sovrimpressioni, Galleria Ninapì, Ravenna 30 maggio - 20 giugno 2015

Sovrimpressioni, Galleria Ninapì, Ravenna 30 maggio – 20 giugno 2015

Sovrimpressioni, Galleria Ninapì, Ravenna 30 maggio - 20 giugno 2015

Sovrimpressioni, Galleria Ninapì, Ravenna 30 maggio – 20 giugno 2015

Sovrimpressioni, Galleria Ninapì, Ravenna 30 maggio - 20 giugno 2015

Sovrimpressioni, Galleria Ninapì, Ravenna 30 maggio – 20 giugno 2015

Sovrimpressioni, Galleria Ninapì, Ravenna 30 maggio - 20 giugno 2015

Sovrimpressioni, Galleria Ninapì, Ravenna 30 maggio – 20 giugno 2015

 

[1] N. Cagnone, Il popolo delle cose, Milano 1998, p. 86.

[2] A. Zanzotto, da Avventure metamorfiche del feudo in Sovrimpressioni, Milano 2001, p.120.

[3] M.J.W. Hall, D.-A. Deckert, H.M. Wiseman, Quantum Phenomena Modeled by Interactions between Many Classical Worlds, in Physical Review X 4, 041013, October 23rd 2014.

[4] A. Palazzeschi, Lasciatemi divertire, in L’incendiario, Milano 1910, p.185.

[5] M. Fabbri, L’uomo ragno e l’esplosione del compensato, 2015.

[6]  A. Danto, L’abuso della bellezza. Da Kant alla Brillo Box, Milano 2008 (ed. orig. Chicago 2003), p.37 e p.179.

 

SOVRIMPRESSIONI

a cura di Luca Maggio e Chiara Fuschini

SILVIA CHIARINI

GIOVANNI LANZONI

SIMONE LUSCHI

Inaugurazione Sabato 30 Maggio ore 18.00

Galleria Ninapì via Pascoli 31 Ravenna 

Dal 31 Maggio al 20 Giugno

Venerdì e Sabato dalle 17 alle 19

Per appuntamento 3471202754 – 3391706194