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Premessa: si inaugura oggi pomeriggio alle ore 18.00 la prima personale di Roberta Maioli presso Palazzo Rasponi a Ravenna. Il tema è quello attualissimo e scottante dei migranti. Ho trovato le sue opere urgenti, dense di umanità, assenti da retorica. Sono contento e onorato che mi abbia chiesto di scriverle questa presentazione.

Roberta Maioli, Damnatio memoriae, 2016 (foto credit UNICEF)

Roberta Maioli, Damnatio memoriae, 2016 (foto credit UNICEF)

Roberta Maioli. Damnatio memoriae

di Luca Maggio

“Diremo la verità:/ noi siamo l’assenza/ non ci ha generato un cielo né la polvere/ siamo (…)/ ruggine nell’esistenza.” Adonis

Meglio chiudere gli occhi. Andare avanti. Ignorare. Lasciare che affondi questa umanità lontana, oltraggiata, in fuga da guerre, epidemie, carestie. E insieme che affondi il sogno di Adenauer, Schuman, Spinelli e degli altri padri-fari dell’Europa post bellica. Tutto questo non ci riguarda, è finto, televisivo, non ne sentiamo l’odore acre, non ne vediamo lo sporco, le lacrime, non udiamo quelle grida in lingue sconosciute. C’è il fastidio dei campi profughi, pardon “d’accoglienza”, ma per la maggior parte di noi anch’esso resta lontano. Quotidianamente qualcuno fugge, certo, ma i muri (muri nel 2016!) lo fermeranno.

Cosa ci è accaduto? Cosa ci sta succedendo? Chi siamo diventati?

Sui volti su cui è passata Roberta Maioli sono scritte a lettere di fuoco queste domande. Ci presentano il conto, non rappresentando solo bambini fotografati tre, quattro anni fa da operatori Unicef (che ha poi gentilmente concesso gli scatti all’artista ravennate) in campi siriani e curdi, ma lo svuotamento di futuro da quegli occhi. Cos’è dunque la vita per loro? E, di riflesso, per noi?

Sono sette le foto ingrandite dalla Maioli, che sentendo quelle immagini come fatti vivi e non anonimi della storia ha fortemente voluto non tacere e mostrare chi essi siano, chiedendosi chi noi siamo.

L’intervento è in apparenza lieve: macchie di pittura sugli sfondi, senza alcun impressionismo, sui particolari sfocati degli sfondi, sugli accumuli delle cose, baracche, pareti scure, vestiti colorati (come quello magenta della bimba in bianco e nero, citazione dello Schindler spielberghiano) e bende bianche in primo piano sulla faccia di un bambino, tutto ripreso rispettando e intensificando i colori di ciascuna fotografia per rendere più nitidi i volti, farli risaltare senza mai falsificare la verità del fatto fotografico, anzi trattenendola e restituendola esaltata dalla delicatezza di un passaggio minimo di colore, così da accentuare il senso di detrito, di scarto, evanescenza del domani paradossalmente su bambini che rappresentano l’idea stessa del domani. Lineamenti, zigomi, occhi, mani, gambe, corpi troppo carichi di presente e passato recente, di polvere, di mancanze, di assenze di casa e abbracci e favole raccontate prima di addormentarsi.

Roberta Maioli, Damnatio memoriae, 2016 (foto credit UNICEF)

Roberta Maioli, Damnatio memoriae, 2016 (foto credit UNICEF)

Accanto e quasi in contrasto alla discrezione dei pigmenti suggeriti dalle superfici fotografiche è il lavoro più aggressivo, di scavo interiore, dell’installazione con le maschere anonime in tela e colla, ora ricoperte di cera, ora di bianco talvolta sporcato con olio vecchio, inserite su un’impalcatura-zattera di canne qua e là visibili e filo spinato nascosto sul retro, dunque non evidente come le ferite di questi volti senza più volto, ieratici, “schiacciatiannegati” in questa processione d’uguaglianza bianca che ne ha cancellato caratteristiche e identità, senza più memoria né storie personali o sentimenti (sono stati uomini?), drappo cupo di coscienza, strascico lento di fiume di simulacri che appeso alto alla parete cola solido sul pavimento la sua moltiplicazione perduta di facce (quasi un canone inverso rispetto ai migranti siciliani del finale di Nuovomondo di Crialese che rinascevano da un mare bianco latte, nuotando, salvandosi), facce che parrebbero umane e sono solo numero, quello dei dispersi nelle traversate delle tante stragi che si vanno cumulando fra le onde del Mediterraneo e che in forma di cifre altrettanto anonime riferiscono i media europei. Del resto, è cosa nota che i numeri neutralizzino individui, vicissitudini, dolori: la lezione dei tatuaggi nazisti in questo senso è chiarissima. E il messaggio-grido della nostra artista potente.

A proposito, Roberta sa che il rischio di banalizzare scivolando nella retorica nel trattare questi temi e di questi tempi è alto. Ma la sua esigenza è nata da una ribellione dell’anima, da una verità insopprimibile e interiore e primaria, da qualcosa che andava affermato a voce alta e mai taciuto. Per questo chiudo affidandomi una volta ancora ai versi del poeta siriano Adonis, perché la poesia è una necessità umana, come il pane ci fa vivere, più del pane ci fa ritrovare umanità: “Ho letto su una foglia gialla che morirò esiliato, ho illuminato i /deserti, il mio popolo è smarrito (…)/ Verrà un tempo tra la cenere e la rosa/ si estinguerà ogni cosa/ rinascerà ogni cosa”.

Roberta Maioli. Damnatio memoriae

27 maggio – 26 giugno 2016

Palazzo Rasponi, via Luca Longhi 9, Ravenna

Aperto tutti i giorni (ingresso libero): orario 15-18

Chiuso il lunedi

Inaugurazione venerdì 27 maggio ore 18

Versi di Adonis

Adonis ('Alī Ahmad Sa'īd Isbir, Qassabīn, Siria, 1930)

Adonis (‘Alī Ahmad Sa’īd Isbir, Qassabīn, Siria, 1930)

 

Il sesso, la poesia, la morale, la sete, il dire, il silenzio e annullare

i catenacci. Ho detto: Seduco Beirut

 

“Cerca l’azione. La parola è morta” dicono altri.

La parola è morta perché le vostre lingue hanno sostituito alla parola

il mimo.

La parola? Volete svelarne il fuoco? Dunque, scrivete.

Dico scrivete e non dico mimate, né dico copiate.

Scrivete – dall’Oceano al Golfo, non odo una sola lingua, non leggo

una parola. Odo rumore. Perciò non intendo chi lancia

fuoco.

La parola è più leggera delle cose e le contiene tutte. L’azione è

direzione e istante, la parola è tutte le direzioni e il tempo. La parola –

la mano, la mano – il sogno:

Ti svelo, oh fuoco, oh mia capitale

Ti svelo, oh poema,

io seduco Beirut, mi veste, la vesto. Erriamo come raggi,

chiediamo: Chi legge? Chi guarda? (…)

 

Adonis, da Una tomba per New York, in Ecco il mio nome, Roma 2009.

Erik Satie (Honfleur, 17 maggio 1866 – Parigi, 1 luglio 1925)

Erik Satie (Honfleur, 17 maggio 1866 – Parigi, 1 luglio 1925)

Spesso rimpiango di essere venuto personalmente nel mondo di quaggiù; non che io provi odio per il mondo. No… Io amo il mondo, il bel mondo – e anche il demi-monde, dato che sono io stesso una specie di demi-mondain.

Ma che mai sarò venuto a fare su questa Terra così terrestre e così terrosa?

Avrò dei doveri da compiere? Sono venuto per assolvere una missione – per fare una commissione?…

Mi ci han mandato per divertirmi… per distrarmi un pochino?… per dimenticare le miserie di un aldilà di cui non ricordo più? Non sarò mica importuno?

Che cosa rispondere a queste domande?

Credendo di far bene, poco dopo essere arrivato quaggiù, mi misi a suonare qualche motivo musicale che mi ero inventato da solo…

Tutti i miei fastidi nascono di qui…

Erik Satie, Recessi della mia vita (2), in Quaderni di un mammifero, Milano 2010, p.98.

seduzione antico mar

È una mostra ben riuscita quella del Mar di quest’anno curata come di consueto da Claudio Spadoni e desidero consigliarla per più motivi.

Anzitutto, è una mostra vera, intendo dire che dietro c’è un’idea, un progetto scientifico con tanto di buoni saggi in catalogo e la cosa in Italia non è affatto così scontata, dal momento che l’insulso e luccicante modello Goldin – Linea d’ombra trova sempre più proseliti, tanto l’importante è fare cassa.

Se la cultura fosse solo un ragionamento economico la grande maggioranza dei capolavori anche solo dell’ultimo secolo, letterari, musicali, artistici in genere, non avrebbe visto la luce dal momento che il nuovo spaventa e subito (spesso anche poi), a parte casi rari, non conquista le masse.

A Spadoni sono stati più volte contestati i presunti bassi numeri delle sue esposizioni, tanto che ha dichiarato di essersi giustamente stancato e che questa sarebbe stata l’ultima volta al Mar, istituzione che peraltro deve a lui un’identità.

Bene, se così è, ha chiuso in bellezza. Al netto del fatto che, per dirne una, i mezzi economici messigli a disposizione da Ravenna sono un quarto di quelli di Ferrara e Forlì, le grandi vicine, vale a dire cinquecentomila euro contro due milioni circa cadauna, per non dire del personale ridotto del Museo ravennate, che eroicamente fa davvero tutto quello che può.

Al di là, però, di questi non insignificanti dettagli tecnici, la mostra è da vedere perché rende evidente nelle varie sezioni il confronto, lo scontro, la ricerca accurata o lo scarto irridente con l’antico sviluppato da tutti i più importanti protagonisti delle avanguardie del secolo scorso, ragion per cui la classicità antica o rinascimentale si rivela non qualcosa di morto come voleva il marinettiano manifesto futurista (e anche lì la comparazione inevitabile era fra un motore ruggente e la Nike di Samostracia), anzi piuttosto essenziale alla costruzione dei percorsi sia individuali che generali dei movimenti d’appartenenza di tanti grandi.

A proposito, i nomi che contano ci sono tutti, anche se, onestamente, non tutte le opere sono di livello fra i maggiori come fra i minori (per dirne una, trovo scadente il Picasso esposto). Ma questo, su oltre centotrenta lavori raccolti, è fisiologico.

La mostra merita e questo è tutto ciò che conta.

MAR – La seduzione dell’antico

7.Carlo Carrà, Madre e figlio, 1934, olio su tela, cm 90x115, Macerata, Fondazione Carima, Museo Palazzo Ricci

Carlo Carrà, Madre e figlio, 1934, olio su tela, cm 90×115, Macerata, Fondazione Carima, Museo Palazzo Ricci

10.Giorgio De Chirico, Cavalieri in un paese, olio su tela, cm 40x50, Cortina d'Ampezzo, Museo d'Arte Moderna e Contemporanea Mario Rimoldi, Regole d'Ampezzo

Giorgio De Chirico, Cavalieri in un paese (senza data), olio su tela, cm 40×50, Cortina d’Ampezzo, Museo d’Arte Moderna e Contemporanea Mario Rimoldi, Regole d’Ampezzo

31.Pablo Picasso, Teté d'homme barbu, 1964, olio su tela, cm 46x33, Bologna, collezione privata

Pablo Picasso, Teté d’homme barbu, 1964, olio su tela, cm 46×33, Bologna, collezione privata

14.Lucio Fontana, Ritratto di ragazza, 1929-30, gesso colorato in azzurro alla base del collo, cm 32.5x18.5x22.5, Milano, Galleria Tonelli / Verona, Studio la città

Lucio Fontana, Ritratto di ragazza, 1929-30, gesso colorato in azzurro alla base del collo, cm 32.5×18.5×22.5, Milano, Galleria Tonelli / Verona, Studio la città

21.Leoncillo, Natura morta con bottiglia e polipo, 1943, terracotta invetriata, cm 36x30x21, Roma, Collezione Fabio Sargentini

Leoncillo, Natura morta con bottiglia e polipo, 1943, terracotta invetriata, cm 36x30x21, Roma, collezione privata

12.Marcel Duchamp, L'envers de la peinture, 1955, tessuto, penna e collage, cm 73.5x48, collezione privata

Marcel Duchamp, L’envers de la peinture, 1955, tessuto, penna e collage, cm 73.5×48, collezione privata

2.Enrico Baj, La vendetta della Gioconda, 1965, collage su tavola, cm 55x46, Vergiate, Archivio Baj

Enrico Baj, La vendetta della Gioconda, 1965, collage su tavola, cm 55×46, Vergiate, Archivio Baj

Franco Angeli, Souvenir, 1974-78, smalto su tela, cm 100x150x3.5, Collezione Luigi Achilli

Franco Angeli, Souvenir, 1974-78, smalto su tela, cm 100x150x3.5, collezione privata

Tano Festa, Michelangelo, 1967, smalto su tela, cm 81×65, Milano, Collezione Intesa Sanpaolo, Gallerie d’Italia, Piazza Scala

Tano Festa, Michelangelo, 1967, smalto su tela, cm 81×65, Milano, Collezione Intesa Sanpaolo, Gallerie d’Italia, Piazza Scala

18.Yves Klein, Venus d’Alexandrie, 1962, pigmento ikb su resina, cm 72×35×26, Collezione privata Stefano Contini

Yves Klein, Venus d’Alexandrie, 1962, pigmento ikb su resina, cm 72×35×26, collezione privata

Marino Marini, Pomona, 1943-44, bronzo, cm 107.6x27.8x26.4, Pistoia, Fondazione Marino Marini

Marino Marini, Pomona, 1943-44, bronzo, cm 107.6×27.8×26.4, Pistoia, Fondazione Marino Marini

Giulio Paolini, Mimesi, 1975, calchi in gesso, due calchi: cm 48×23.5×25.5, due basi: cm 120×35×35, Torino, Fondazione Giulio e Anna Paolini

Giulio Paolini, Mimesi, 1975, calchi in gesso, due calchi: cm 48×23.5×25.5, due basi: cm 120×35×35, Torino, Fondazione Giulio e Anna Paolini

Michelangelo Pistoletto, Venere degli stracci, 1967, cemento, stracci e mica, cm 150x250x100, Biella, Cittadellarte-Fondazione Pistoletto

Michelangelo Pistoletto, Venere degli stracci, 1967, cemento, stracci e mica, cm 150x250x100, Biella, Cittadellarte-Fondazione Pistoletto

Bill Viola, Il quintetto del ricordo, 2000, video, cm 365.8×548.6×731.5, Rovereto, MART, Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto

Bill Viola, Il quintetto del ricordo, 2000, video, cm 365.8×548.6×731.5, Rovereto, MART, Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto

alvi eccentrici

Oh, che prosa raffinata le minibiografie, ben quarantadue, di Geminello Alvi, ora in terza ora in prima persona scritte: i ritratti suoi di Eccentrici (come probabilmente l’autore, sin nel nome, altrimenti serio economista) di attori e sportivi e aviatori e combattenti e scrittori ecc., possono allietare il più crepuscolare dei pomeriggi, non già perché siano vite divertenti, anzi spesso è vero il contrario, ma è il piacere di leggere chi sa scriverle che rende questo libretto una perla.

E di più avrei goduto se non avessi avuto presente il precedente di Eugenio Baroncelli (Libro di candele, Mosche d’inverno, Falene), defilato maestro e geniale di minibiografie stilisticamente insuperabili, tanto da far diventare questo genere, o sottogenere letterario che si voglia, semplicemente arte.

Tornando agli Eccentrici, numerose le pagine di pregio, ma volendo indicare una preferenza direi quelle su Arletty, la Garance degli Amanti perduti di Carné, capolavoro assoluto del ’45 sceneggiato da Prevért, di cui Alvi coglie a perfezione l’essenza in tre paginette e mezza. Il cinema, mentendo, amplia e spiega (nella doppia accezione di chiarire le cose e anche stendere vele o ali) la vita talvolta meglio della vita stessa e se non avete mai visto quella pellicola, spiace, ma non sapete cosa sia l’amore. Al cinema, quanto meno.

“Eppure l’amore, quella lieve aria che toglie all’amante il respiro, possiede più del denaro: il tempo. (…) Così l’esistenza di quasi tutti tornerà nel millenovecento disperato caos, però senza l’eternità rivelata dall’amore, dallo specchio che ha il tempo dell’istante.” Geminello Alvi, Eccentrici, pp. 57-58, Milano 2015

 

Giusto di Gand (o Pedro Berruguete), Cardinal Bessarione, anni '70 del XV secolo, Musée du Louvre, Parigi

Giusto di Gand (o Pedro Berruguete?), Cardinal Bessarione, anni ’70 del XV secolo, Musée du Louvre, Parigi

 

I libri sono pieni delle parole dei saggi, pieni degli esempi degli antichi, dei costumi, delle leggi, della religione. Vivono, discorrono, parlano con noi, ci insegnano, ci ammaestrano, ci consolano, ci fanno presenti – ponendole sotto gli occhi – cose remotissime dalla nostra memoria. Tanto grande è la loro forza, la loro dignità, la loro maestà e infine la loro sacralità, che, se non ci fossero i libri, saremmo tutti rozzi e ignoranti, senza alcun ricordo del passato, senza alcun esempio e non avremmo conoscenza alcuna delle cose umane e divine; la stessa urna che accoglie i corpi degli uomini avvolgerebbe nell’oblio anche i loro nomi.

Cardinal Bessarione (Trebisonda, 1403 – Ravenna, 1472), dalla lettera al doge Cristoforo Moro, 31 maggio 1468.

 

Sara Vasini

Sara Vasini, I want to sleep with you, 2016, corallo rosso corallo nero e marmo in oggetto già fatto

Premessa: credo di non aver mai fatto una premessa prima di una delle mie interviste. Ma questa intervista è speciale. Mi ha commosso l’amore totale, l’identificazione di questa ragazza con la sua materia-anima-carne viva e quotidiana, il mosaico, l’aria che la fa vivere.

Ho rispettato le parole, il corsivo, le Maiuscole dell’artista, perché persino i caratteri delle sue parole-tessere hanno significato e desiderano essere scritte come lei le ha pensate.

Anche di questo, grazie, Sara.

Dedico questa pagina a Michele Tosi, professore (anche di Sara) e grande studioso del mosaico, purtroppo recentemente scomparso.

 

Sara Vasini (Bellaria, 1986): quando hai capito che il mosaico faceva parte di te, del tuo mondo-modo di ragionare? Racconta di questa folgorazione, dei tuoi maestri, degli incontri che ti hanno formata.

Quando facevo la terza media, Paolo Racagni e Marco de Luca sono venuti a presentare l’Istituto d’Arte per il Mosaico Gino Severini.

Non ricordo le parole, ma tutt’ora è rimasto quel fascino del mosaico che mi avevano trasmesso. Con molta umiltà e dedizione presentavano un Mondo, come in Correspondances, di Charles Baudelaire, e volevo scoprire quella magia che è il mosaico, che non ha parole.

Avevano fatto vedere una cassetta, uno seduto alla destra e uno alla sinistra del televisore – al centro il mosaico. Ricordo con precisione le mura di San Vitale, il resto delle immagini le ho rimosse. Se penso al mio incontro con il mosaico è questo, e sono ancora lì, fuori, fuori a contemplare le mura di San Vitale, aspettando qualche messaggio confuso.

Ricordo il primo giorno di scuola, Paolo Racagni ci ha fatto tagliare dalla prima ora. Siamo entrati, ci ha presentato tagliolo e martellina, ci ha fatti sedere e abbiamo iniziato a tagliare del marmo.

Poi, le scuole medie e i primi anni delle superiori sono un po’ un Medioevo. Anni poco chiari, ma pieni di colore, dove gli Altri non riescono ad intenderci, perché noi stessi non riusciamo ad intenderci. Ora, mi sento veramente tanto fortunata ad aver avuto il mosaico in quel momento, è la mia lingua madre. Non avevo parole per esprimermi, finché non ho incontrato il mosaico, e nel tempo, negli Alti e nei bassi della mia vita il mosaico è sempre stato Casa, è sempre stato l’abbraccio e la carezza di una Madre. L’Astrazione non è solo ne gli occhi degli Imperatori, è anche in chi fa mosaico, nel momento stesso in cui fa mosaico.

Sono molto legata all’Istituto d’Arte per il mosaico di Ravenna. C’è un’energia particolare quando incontro altre persone che hanno fatto quella scuola, un’intesa, un tacito accordo che si riassume nella parola mosaico. L’Istituto d’Arte di Ravenna è Educazione alla durata interiore. In un mondo dove tutto è veloce l’Istituto d’Arte ci Donava – ci Dona! – il diritto di essere del tutto fuori moda, fin da piccini.

Sara Vasini, Prometeo, 2015, madre perla smalto marmo conchiglie e oro in oggetto già fatto, 11x19 cm

Sara Vasini, Prometeo, 2015, madre perla smalto marmo conchiglie e oro in oggetto già fatto, 11×19 cm

Insomma, l’Istituto d’Arte per il Mosaico è il Vero Maestro. Poi, i Professori – sì, Maestri a loro volta – cambiano, passano, ma tutti Loro hanno il Rispetto della tradizione.

Ultimamente stavo rileggendo L’Arte del Marmo di Adolfo Wildt e nel saggio critico che lo accompagna di Elena Pontiggia ho trovato quello che rappresenta tutti i miei Maestri di Mosaico: L’arte nasce dall’originarietà, non dall’originalità.

Nessuno dei miei Maestri mi ha imposto il proprio stile. Tutti i miei Maestri mi hanno insegnato mosaico sul campo, senza parole. Il mosaico non s’insegna con le parole, ma con il fare, con messaggi confusi. Nessuno di loro mi ha mostrato i propri lavori, sì, li ho scoperti poi – tempo al tempo. Tutti i miei Maestri mi hanno lasciata libera.

Ho avuto veramente tanti Maestri di mosaico, ne ho tuttora talmente tanti che citarne uno toglierebbe la Grazia a un Altro, scrivendone i nomi qua in fila (poi, non tutti i miei Maestri di mosaico hanno fatto un mosaico). Potrei iniziare dal primo all’ultimo, ma in mezzo ci sono piccoli incontri con persone che ho incontrato anche solo per un minuto che hanno detto quella frase saggia che mi ha dato la forza di amare ancora di più il mosaico.

Tutti i miei Maestri di mosaico sono Filosofi, che parlano attraverso la materia, attraverso il rapporto, l’armonia, che si crea tra una tessera e l’altra, nell’andamento.

Marcello Landi, ai tempi dell’Istituto d’arte direttore, diceva che a un certo punto al mosaicista vengono le mani da pianista; s’aprono, s’allungano nel toccare i tasti-tessere.

E sì, il mosaicista è un musicista, di un suono segreto. Il silenzio è cosa della materia e del mosaicista, mentre crea un mosaico e mentre è nel mondo. L’unico suono che gli appartiene è quello tra tagliolo e martellina. Del resto, come ha detto Federico Nietzsche Tutti parlano, parlano e nessuno dice niente.

Non mi sono mai resa conto del fatto che il mosaico facesse parte di me, perché sono stata educata fin da piccola al mosaico. Ho preso coscienza del mondo attraverso il mosaico, come dicevo prima è la mia lingua Madre, il mosaico mi ha insegnato a ragionare. E penso veramente di non avere null’altro al mondo se non il mosaico.

Come un giorno mi disse Ines Morigi Berti: Nella vita puoi avere solo una passione, perché devi dedicarti a lei, totalmente.

Sara Vasini

Sara Vasini, Latte +, 2016, smalto filato in oggetto già fatto

Nel tuo processo creativo, usi il rigore del mosaico bizantino, non necessariamente le tessere tradizionali, anzi. Penso alle serie Nasso, ma anche a Una stanza tutta per sé, titolo significativamente mutuato dalla Woolf. A questo proposito c’è poi tutto il rapporto intimo che hai con la parola, specie se in versi. Potresti illustrare con esempi di tue opere i tratti salienti della tua poetica?

Il mosaico è filosofia del rapporto fra entità differenti – le tessere -, ma allo stesso tempo è concetto pratico di una filosofia monista. Insomma, dal generale al particolare, il mosaico offre differenti spunti di riflessione, che a mio avviso convivono in totale armonia in qualsiasi ambito della vita li si applichi. Il mosaico è come una Religione, con precetti e morale, e quando si lavora si prega. Ma il mosaico è anche una droga (allego un lavoro che sto facendo in questo momento, insomma, che mi guarda perché ora sto scrivendo, Latte + ispirato ad Arancia meccanica di Stanley Kubrick, mosaico filato in ceramica).

Il mosaico è già Arte Concettuale dal momento in cui, in epoca Bizantina, nel suo farsi utilizza tessere di smalto per riflettere la Luce, che rappresenta simbolicamente Dio. È già Arte Concettuale quando all’esterno ritroviamo la semplicità, la povertà dei mattoni e all’interno lo Splendore e la Ricchezza degli Ori e della Pasta Vitrea, a dire che non è importante l’esteriorità ma l’interiorità (questa è una delle motivazioni che mi porta a fare mosaico dentro a oggetti già fatti, e non a ricoprirli).

La ricerca concettuale è un Minotauro fatto per metà di materia e metà di parole, quando le parole non bastano viene in soccorso la materia e viceversa.

Se nei miei lavori metto a proprio agio il Minotauro non è perché la mia educazione bizantina è stata deviata dalla ricerca visiva degli anni Sessanta. Il mosaico Bizantino è ricerca concettuale da molto tempo prima.

La vera tradizione del mosaico bizantino non è qualcosa di materiale che si possa definire in tecnica, a mio avviso. La vera tradizione del mosaico bizantino è una religione del tutto concettuale che sta nel Mondo delle Idee, al di là della materia, nell’Astrazione.

Sara Vasini, Nasso, 2013, Giardino e Chiostro della Biblioteca Oriani, Ravenna

Sara Vasini, Nasso, 2013, installazione presso il giardino e chiostro della Biblioteca Oriani, Ravenna

 

Sara Vasini, Nasso, 2013, Giardino e Chiostro della Biblioteca Oriani, Ravenna

Sara Vasini, Nasso, 2013, legno di rovere, base 9,3×9,3 cm, altezza 250 cm, installazione presso il giardino e chiostro della Biblioteca Oriani, Ravenna

Nasso è un lavoro che nasce in funzione ad un Luogo.

Il luogo è il Chiostro della Biblioteca Oriani, in piazza San Francesco a Ravenna. In epoca Medioevale, il Chiostro rappresentava il percorso del pellegrino e del peccatore per arrivare al centro, al giardino, a Dio. In epoca fascista questo chiostro è stato tagliato. Dunque, oggi, non vi è più possibilità di catarsi. Un gioco a cui non si può giocare.

Ho deciso di riprodurre, rielaborare, il Jenga.

Il Jenga è un gioco da tavolo, il suo nome è tratto dalla lingua Swahili e significa costruisci. Il gioco consiste nella sistemazione di tessere rettangolari, tre per piano, sovrapposte in altezza andando a formare una torre. I giocatori a turno sottraggono un blocchetto – una tessera – dalla torre e lo posizionano sulla sommità della torre. Durante il gioco la torre diventa sempre più instabile, e colui che ha tolto l’ultima tessera, che farà crollare la torre stessa, ha perso. Il vincitore è colui che precede il perdente.

Data l’impossibilità di catarsi del pellegrino e del peccatore, data l’impossibilità di gioco, ho deciso di rielaborare il Jenga rendendolo celibe come il Chiostro stesso. Le tessere del Jenga, rettangolari come le stesse dei mosaici bizantini per andare più a fondo – come denti nella carne, diceva la mia Maestra di mosaico Adriana Morelli -, sono in legno di rovere, Quercus Petraea. Lo stesso rovere che preserva (il rovere è uno tra i materiali più pregiati per le botti) il liquido di quel Dio ignoto, Dioniso, che ha lasciato in Nasso Arianna, nell’isola della pazzia. Nell’isola dell’eterno ritorno. La pazzia, l’abbandono, un chiostro che non ci lascia più la possibilità di redenzione a lato del sepolcro del sommo Poeta che tanto aveva Cantato la catarsi attraverso il rituale del Viaggio.   

Sara Vasini, Una stanza tutta per sé

Sara Vasini, Una stanza tutta per sé (particolare di una pagina), 2014, inchiostro acquarelli e tempere su carta, 25×35 cm

Una stanza tutta per sé nasce come omaggio a Ines Morigi Berti. Era l’insegnante di Adriana Morelli. Alle superiori fui accolta a casa sua con Felice Nittolo per un’intervista. Casa sua era il suo studio. Le chiesi perché trasfigurasse dei mosaici su cartoni di Altri, Lei mi rispose che nella vita si può avere solo una passione, perché bisogna dedicarsi a lei totalmente. Ho deciso di ricordarla traducendo un testo che me la ricorda molto. Una stanza tutta per sé è un’insieme di lezioni tenute da Virginia Woolf in un college femminile, il tema del “workshop” era La donna e il Romanzo. In questo libro la Signora Woolf spiega alle studentesse una cosa molto bella: l’artista non è donna o uomo, l’artista è androgino. L’artista deve avere qualcosa di femminile e qualcosa di maschile. E cosa deve avere un artista per poter lavorare alla sua propria ricerca? Un po’ di denaro per potersi mantenere e una stanza tutta per sé, dove poter lavorare e sognare in tutta tranquillità.

Sara Vasini, Una stanza tutta per sé

Sara Vasini, Una stanza tutta per sé, 2014, installazione, dimensioni variabili

 

Sara Vasini, Una stanza tutta per sé, 2014, installazione, dimensioni variabili

Sara Vasini, Una stanza tutta per sé, 2014, installazione, dimensioni variabili

Lo studio della Signora Berti è le prime Stanze di un’artista nelle quali ho avuto l’Onore di essere accolta. Ho semplicemente trasfigurato un testo scritto, come nel mosaico si trasfigura un’immagine. Ho eliminato la crenatura, per rappresentare l’incomunicabilità della sua perdita, della perdita della Signora Berti. Tuttavia, la storia della crenatura viene da molto lontano.. Dopo il Premio Tesi, dopo Nasso, tu, Luca, mi hai consigliato La casa di carta di  Carlos Marìa Domìnguez; ad un tratto nel libro apparì la parola crenatura, non conoscevo quella parola, cercai il suo significato. La crenatura è quel vuoto – interstizio? – tra una parola e l’altra, quel vuoto che dona senso ad ogni singola parola – tessera? – . Decisi di abolire la crenatura, abolire l’interstizio, per poi ritrovarlo tra una pagina e l’altra durante l’istallazione del lavoro. Il mosaico in Una stanza tutta per sé sta anche nel rapporto tra una pagina e l’altra.

Semplicemente: il mio Minotauro non voleva dire Dio attraverso la Luce delle tessere, come nel mosaico bizantino. Il mio Minotauro voleva parlare senza parole a Ines Morigi Berti, seguendo sempre le regole della composizione. Ogni lavoro, ogni Minotauro, è un mondo a sé. In funzione del concetto, della riflessione, cambio materiale. Certo è che la luce degli smalti rimane una delle più affascinanti.

Sara Vasini, Tu (particolare), RAM 2015, oro conchiglie marmi e smalti in oggetto già fatto, ditale da cucito

Sara Vasini, Tu (particolare), RAM 2015, oro conchiglie marmi e smalti in oggetto già fatto (ditale da cucito), installazione, dimensioni variabili

A che punto sei della tua vita, Sara? Dove ti trovi adesso e quali, se ne hai, progetti prevedi per il futuro?

Sto frequentando il biennio di mosaico presso l’Accademia di Belle Arti di Ravenna. Sono passati anni dal triennio. In questi anni ho avuto l’onore di assistere in studio uno scultore. Ho fatto esperienze mie proprie. Ora, ho deciso di terminare la carriera scolastica, ancora fuori dalle mura, sempre in attesa.

Desidero solo aver seguito in questa cosa piena di Grazia che è il mosaico. Ho ventinove anni e mi sento ancora una quattordicenne: tutte le volte che ne inizio uno nuovo, è sempre la prima volta e non mi sento mai all’altezza del suo Nome.

Il progetto per il futuro forse è proprio questo: rimanere quella quattordicenne che non si sente all’altezza, e seguitare fino all’ultimo dei miei giorni a fare mosaico.

Come mi disse Ines Morigi Berti nel suo studio: Sono sempre stanca, ho poche ore di lucidità al giorno, ma in quelle ore faccio mosaico.

Sara Vasini: favoleperadultiancorabambini.blogspot.it

Sara Vasini, Astrazione, incisione, inchiostro su pergamino argenteo, istallazione, dimensioni variabili, 50x70 cm per stampa (foto di Maurizio Nicosia)

Sara Vasini, Astrazione, 2010, incisione, inchiostro su pergamino argenteo, installazione, dimensioni variabili, 50×70 cm per stampa (foto di Maurizio Nicosia)

 

Sara Vasini, Astrazione, incisione, inchiostro su pergamino argenteo, istallazione, dimensioni variabili, 50x70 cm per stampa (foto di Maurizio Nicosia)

Sara Vasini, Astrazione, 2010, incisione, inchiostro su pergamino argenteo, installazione, dimensioni variabili, 50×70 cm per stampa (foto di Maurizio Nicosia)