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Georges Mathieu, Omaggio a Odoacre, 1959, paste vitree, vetro soffiato, vetro a foglia metallica oro, smalti, su pannello in cemento, cm 241×107, MAR – Ravenna

A Ravenna, dal 18 settembre al 10 ottobre 2021 sarà aperta la mostra Omaggio a Odoacre nel centenario della nascita di Georges Mathieu (1921 – 2021) presso le due sedi di Pallavicini 22 e niArt gallery. Nella prima sarà esposto il video-progetto originale di Alessandro Tedde di Antropotopia sul rivoluzionario mosaico del ’59 del geniale maestro francese, il cui originale è conservato presso il museo cittadino MAR; nella seconda sarà visibile la sequenza fotografica che documenta la realizzazione dell’opera facente parte dell’Archivio Collezione Ghigi Pagnani.

A vario titolo, per compiere questo percorso, sono state coinvolte diverse istituzioni pubbliche e private (Comune, MAR, Rotary, Antropotopia, Accademia di Belle Arti, Il Vicolo editore ecc.) da ringraziare doverosamente. Essendo uno dei curatori e avendo scritto uno dei testi critici in catalogo, desidero esprimere la mia personale gratitudine alla squadra di amici con cui abbiamo portato a termine “l’impresa”: Claudia Agrioli, Euroa Casadei, Felice Nittolo, Matteo Zaccherini e ultimo, ma non ultimo, Alessandro Tedde che quasi un anno fa ha avuto l’idea da cui tutto il resto è nato. Grazie a tutti voi.

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Georges Mathieu mentre realizza l’Omaggio a Odoacre, 1959, sequenza fotografica dell’Archivio Collezione Ghigi-Pagnani, Ravenna

Catturare l’impermanenza. Il mosaico di Georges Mathieu visto da Alessandro Tedde

di Luca Maggio

“…nei crampi di questa luce” Vittorino Curci, Poesie (2020-1997)

Mosaico anomalo quello che Georges Mathieu pensò e realizzò – pare in sole sette ore e con l’aiuto di quattro mosaicisti di scuola ravennate – nel 1959 per la Mostra dei Mosaici Moderni curata da Giuseppe Bovini, che poi successivamente lo avrebbe intitolato Omaggio a Odoacre[1], a mio avviso indovinandone la natura energetica di splendore barbarico.

Mosaico foriero di conseguenze per le generazioni nuove che sull’esempio tellurico dell’artista francese – eliminazione del cartone preparatorio, soprattutto coincidenza di ideatore e esecutore nella figura di un artista unico – capirono che con le antiche tessere si poteva fare un’arte inedita, non solo di trasposizione o traduzione da un disegno o bozzetto colorato altrui, di pittore famoso ma estraneo alla tecnica impiegata da ignoti benché valenti artigiani del mestiere.

Non che Mathieu fosse mosaicista, però accettò la sfida sul finire di quei meravigliosi suoi concitati anni ’50 e in un lasso di tempo brevissimo, lui pittore, sconvolse la vicenda moderna del pensare il mosaico anche grazie all’aggiunta di elementi affini al mosaicare o meglio musivare, come il vetro soffiato di riutilizzo delle fornaci veneziane, sempre da lui selezionato.

Georges Mathieu mentre realizza l’Omaggio a Odoacre, 1959, sequenza fotografica dell’Archivio Collezione Ghigi-Pagnani, Ravenna

Ne risultò un’opera che, come detto, rivoluzionò il futuro del mosaico, nel rispetto delle caratteristiche di questo autore lirico-informale, a partire dalla velocità di esecuzione, per altro erede di componenti varie, dall’automatismo post-surrealista, alla gestualità materica del gruppo nipponico Gutai, dalla capacità di concentrazione e ritualizzazione zen, a un vitalismo traboccante e personalissimo, mai disgiunto dall’eleganza del suo segno-gesto.

Lo studio e la lentezza sino a quel momento intrinseci al fare musivo saltarono. Non solo: il soggetto, espresso con le cifre di Mathieu – scenografie pirotecniche e centrifughe -, riuscì a mantenere l’irruenza pittorica del francese (a differenza di altri cartoni informali della mostra del ’59, trasposti con risultati decisamente meno efficaci), nonostante qui si tratti di materiali ben più pesanti dei suoi pennelli da airone della tela. Tre esplosioni stellari con prevalenza di raggi in vetro bianco e una, la più alta, in rosso, giocate su piani cartesiani più e meno (im)perfetti eludono la bidimensionalità musiva, simulano la pittura spremuta dal tubetto e propagano la forza loro dirompente su un universo dal fondo tachiste in tre colori di tessere irregolari: il nero – quello del cosmo stesso dove pianeti e soli, galassie e supernove e buchi neri danzano implodono divorano rinascono materia – poi il rosso, quasi tenaglia a nord e a sud dei tre fuochi centrali e l’oro, la luce (che giunge, che fugge?) all’estrema sinistra del quadro. Nell’insieme pare quasi una mappa, come il disegno di un golfo – uno dei porti di Ravenna antica? – con i colori, rosso e oro, provenienti da Roma, poi divenuti identitari anche dell’ultima capitale alto-adriatica dell’Impero occidentale.

Georges Mathieu mentre realizza l’Omaggio a Odoacre, 1959, sequenza fotografica dell’Archivio Collezione Ghigi Pagnani, Ravenna

Fu forse questa suggestione a fornire l’idea del titolo Omaggio a Odoacre al professor Bovini? Certo è che sulle monete il generale romano d’origine scira Odoacre appare capelluto e baffuto, proprio come lo stesso Mathieu e come si conveniva a un autentico guerriero germanico, poi divenuto primo re d’Italia, avendo deposto senza troppo clamore nel settembre del 476, come testimonia Giordane (VI sec.) nella sua Romana, l’ultimo imperatore ragazzino, Romolo Augustolo. Chissà se compì quell’atto per brama di potere, per figurare ancora condottiero magno agli occhi dei suoi o, alfine, per amore inatteso di quella civiltà e di quella città, Ravenna, che non erano le sue di origine, ma lo divennero de facto, proprio come accadde un secolo più tardi al “convertito” Droctulf, duca longobardo, la cui incredibile vicenda è restituita dalla narrazione attenta di Paolo Diacono[2] e dall’intuizione poetica di Borges[3].

A proposito di fonti antiche, viene in mente la nota lettera a Candidiano di Apollinare Sidonio che così descrive la vita nella Ravenna del convulso V secolo: “…e ciò perché, mentre sei felicemente esule a Ravenna, con le orecchie trafitte dalle zanzare padane, ti saltella intorno la loquace turba delle rane municipali. In quella palude, con rovesciamento continuo di tutte le leggi di natura, i muri cadono e le acque stanno ferme, navigano le torri e le navi non si muovono, i malati passeggiano e stanno a letto i medici, i bagni sono freddi e nelle case si crepa di caldo, i vivi patiscono la sete e i sepolti nuotano nell’acqua, vegliano i ladri e dormono le autorità, i chierici praticano l’usura e cantano i salmi i Siri, i mercanti fanno i soldati e i monaci fanno i mercanti, i vecchi giocano alla palla e i giovani ai dadi, portano le armi gli eunuchi e i soldati federati fanno i letterati. Guarda un po’ che razza di città è quella dove tu hai casa, una città che più facilmente ha potuto avere un territorio che un terreno!”.[4]

Alessandro Tedde, video-progetto sull’Omaggio a Odoacre di Georges Mathieu, 2021, Pallavicini 22, Ravenna

Una città dei contrari che certo non sarebbe sfigurata nel catalogo delle Città invisibili calviniane. Esattamente questo legame degli opposti congiunge tutte le fila di queste parole col lavoro grafico e cinematografico che Alessandro Tedde ha dedicato all’Omaggio a Odoacre del ’59.

Il non-mosaico in senso tradizionale dell’artista francese, opera nomade – come le incandescenze cromatiche al suo interno, mobili e in moto continuo (dal nero-buio alla luce dell’oro e viceversa), come le genti da cui discendeva Odoacre, come la vita di Mathieu stesso – e che traghetta l’energia scattante della pittura informale e anticipa il futuro del mosaico e immette quest’ultimo nel panorama dei linguaggi artistici contemporanei, viene a congiungersi come un ossimoro con la propria presenza stabile e monumentale (cm 241×107) anche in termini di pannello in cemento, cornice in metallo e materiali usati (paste vitree, smalti, vetro soffiato, vetro a foglia metallica oro).

A sua volta tutta questa energia intrappolata ma sempre pronta a esplodere al primo sguardo che la percepisca, diviene levità in forza delle splendide foto dell’Archivio Ghigi-Pagnani[5], che ne rendono viva la freschezza esecutiva mentre tutto stava accadendo. Questa formidabile sequenza – mosaico fotografico del mosaico biografico ritratto – nel video ideato e montato da Alessandro Tedde quale omaggio a Mathieu nel centenario della nascita, vede sovrapporsi al bianco e nero della storia retroproiettata su un telo e che si dipana e chiarisce tessera per tessera, azione dopo azione – a sua volta atto d’amore e rimando agli albori del cinema, ovvero al fucile fotografico del geniale Étienne Jules Marey – l’insieme dell’opera stessa stampata a colori e a grandezza naturale su una garza, trovando così completamento nella leggerezza delicata di questo materiale, ricomponendo all’unisono sotto i nostri occhi la scintilla creativa e il lavoro ultimato.

Alessandro Tedde, video-progetto sull’Omaggio a Odoacre di Georges Mathieu, 2021, Pallavicini 22, Ravenna

Come dichiara Tedde: “Ciò permette di rivivere la nascita del nuovo mosaico e del nuovo stile proposto da Mathieu”, quasi antiteticamente rispetto all’originale conservato al museo MAR, poiché nel caso odierno su un supporto non solo fragile, ma estremamente mobile – basta un refolo da una finestra o un soffio umano per movimentarlo – capace quindi di cogliere l’eco del vitalismo sorgivo di linee-forme-cromie di Mathieu e apparire sparire con un semplice click. L’azione scenica, benché si presenti frontale, diviene potenzialmente ondosa e avvolgente anche grazie alla musica composta per l’occasione da Matteo Zaccherini, ponte di forze volto a occupare in senso tridimensionale l’intera sala espositiva, riverberando quale eco mnemonico suoni e immagini nei visitatori e forse cogliendo indirettamente un’intuizione: se l’americano Pollock, sciamano, danzava sulle tele sue, il nomade Mathieu, l’entusiasta (colui che, dotato di νθουσιασμός/enthusiasmós, è abitato da un dio dentro di sé), dipingeva partiture musicali in grado di generare mondi o, come Le sacre du printemps di Stravinskij, di celebrare l’energia primordiale dell’universo.

Georges Mathieu, lettera all’amico e collezionista Roberto Pagnani, Archivio Collezione Ghigi-Pagnani, Ravenna

[1] Linda Kniffitz, Georges Mathieu – Gruppo Mosaicisti. Omaggio a Odoacre 1959, in AA.VV., La collezione dei mosaici contemporanei, a cura di Linda Kniffitz e Chiara Pausini, Ravenna 2017, pp. 56-57.

[2] Paolo Diacono, Historia Langobardorum/Storia dei Longobardi, Libro III, 18-19, Milano 2006, pp. 308-311.

[3] Jorge Luis Borges, Storia del guerriero e della prigioniera, in L’Aleph, Milano 1996, pp. 46-51.

[4] Apollinare Sidonio, Epistulae, I, 8, 2-3, in Mario Pierpaoli, Vita e personaggi di Ravenna antica, Ravenna 1984, pp. 143-144.

[5] Si ricorda che il noto mecenate e collezionista ravennate Roberto Pagnani (1914 – 1965) fu amico di Georges Mathieu, ne segnalò il nome a Giuseppe Bovini per la mostra del ’59 e in quello stesso anno lo ospitò in casa propria per un lungo periodo prima e durante l’esecuzione materiale dell’opera in questione, continuando a mantenere ottimi rapporti con l’artista (nella casa di Parigi Mathieu ricambiò l’ospitalità nei confronti di Pagnani, poi si rividero anche a Venezia e a Basilea), come testimoniato dalle lettere e dai telegrammi esposti in questa occasione.

Cristina Kristal Rizzo, Prélude, foto di Jacopo Jenna

Sono tanti gli appuntamenti che si svolgeranno quest’anno negli spazi dell’EXATR e dell’Arena Forlivese per Ipercorpo – XVII Festival Internazionale delle Arti dal Vivo dal 15 al 19 settembre 2021 a Forlì.

Salvo Lombardo, Outdoor Dance Floor, foto Giulia Di Vitantonio

Per la Sezione Teatro Danza ci sarà la pluripremiata danzatrice Cristina Kristal Rizzo con lo spettacolo BoleroEffect ispirato alla partitura del Bolero di Maurice Ravel, la più popolare esistente al mondo; il regista Salvo Lombardo di Chiasma, porterà in scena Outdoor Dance Floor uno spettacolo che reinterpreta il concept della sala da ballo. Ospite internazionale, la grande coreografa e performer svedese Ilona Jäntti, con Atlas, spettacolo che unisce circo contemporaneo, danza, animazioni video e architettura. La selezione En Avant! offrirà cinque spettacoli di giovani coreografi in collaborazione con Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi di Milano. 

WastePlanet
ZimmerFrei, Family Affair (2015-2021), frame da video

Sempre nell’ambito della performance, per la Sezione Arte, avremo l’artista italiana Sissi, che lavora da sempre sul tema del corpo, dell’abito e dell’habitat; seguiranno gli appuntamenti con Giovanni Ozzola, Emanuele Bacheri, Davide Rivalta, e Corinna Gosmaro. Altra presenza gradita sarà il duo Zimmerfrei, con la videoinstallazione Family Affair: un invito all’ascolto di una moltitudine di storie che ritraggono lo stato della famiglia contemporanea. Per la Sezione Musica, gli ascolti si svolgeranno tutti all’interno del meraviglioso spazio dell’Arena Forlivese che accoglierà anche gli appuntamenti della già menzionata Sezione Arte del Festival. Due saranno gli artisti principali per la Musica: gli assoli di Marco Frattini e Drovag.

Drovag

E poi ancora workshop, incontri, mostre: insomma una ricca serie di appuntamenti da non perdere!

Sara Zolla press

Marco Frattini

Dal 31 agosto al 12 settembre si terrà presso lo spazio espositivo Pallavicini 22 di Ravenna la personale di Sergio Zanni Sull’identità del sommo poeta…, curata da Roberto Pagnani e con un testo critico in catalogo di Luca Maggio.

Sebbene l’artista sia noto come scultore, in mostra sono esposte numerose opere di grande dimensione tutte su carta a carboncino e pastelli colorati con soggetto unico Dante Alighieri, realizzate nell’ultimo anno appositamente per questo evento.

L’identità per certi versi pirandelliana che ne emerge, rivela un intellettuale-poeta-politico in crisi col suo tempo, forse anche con la propria vita, un esule sconfitto in grado però di serbare intatta la fede nel libro e nella parola, custodi del suo vero volto, in grado di consentirgli il salto temporale che ne restituisce la grandezza immutata anche a noi posteri.

Per il finissage di domenica 12 settembre è prevista la lettura poetica di “Come una memoria ferita. Galleria dantesca” da “Silhouette” di Luca Maggio, a cura dell’autore e degli attori Giuditta di Meo e Kingsley Ngadiuba, con accompagnamento musicale originale di Matteo Ramon Arevalos al sitar.

Ps. Oltre all’artista Sergio Zanni, come sempre ringrazio anche per questa bella esperienza gli amici della Pallavicini 22, Claudia Agrioli, Euroa Casadei e Roberto Pagnani, cui aggiungo con piacere per questa occasione Matteo Ramon Arevalos e gli attori Giuditta di Meo e Kingsley Ngadiuba, per altro segnalati da un altro amico e collaboratore della galleria, Alessandro Tedde (grazie Ale!).

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Sergio Zanni. Looking for Dante

di Luca Maggio

“Hai mai pensato di andare via e non tornare mai più? Scappare e far perdere ogni tua traccia, per andare in un posto lontano e ricominciare a vivere, vivere una vita nuova, solo tua, vivere davvero? Ci hai mai pensato?” Luigi Pirandello, Il fu Mattia Pascal

Di Durante di Alighiero di Bellincione di Alighiero, detto Dante, si sa poco stando ai documenti ufficiali. Quanto alle opere, nemmeno un manoscritto autografo è rimasto. Eppure è uno degli autori e personaggi storico-letterari su cui più si è commentato e immaginato, costruendo vere e proprie metropoli di parole e gallerie di opere d’arte, derivate soprattutto dal suo poema più celebre, la Commedia.

Così uno dei suoi primi estimatori, Boccaccio, lo descrive nel Trattatello che gli dedica: “Fu il nostro poeta di mediocre statura, ed ebbe il volto lungo, e il naso aquilino, le mascelle grandi, e il labbro di sotto proteso tanto, che alquanto quel di sopra avanzava; nelle spalle alquanto curvo, e gli occhi anzi grossi che piccoli, e il color bruno, e i capelli e la barba crespi e neri, e sempre malinconico e pensoso.”

Fosse verosimile, non proprio una bellezza… col particolare di capelli e barba neri e crespi (quasi) mai tenuti in considerazione nelle rappresentazioni degli ultimi settecento anni.

A Ravenna si conserva ciò che resta delle ossa, anche se quello che importa in questa sede è l’identità del suo mito popolare tanto presente come idea di intellettuale-poeta-politico e di ideali combattuti di un’epoca feroce, la sua, e del tributo di padre della lingua nostra volgare che ancora oggi gli si deve, quanto sfuggente nel suo essere stato uomo pubblico e la sua negazione, maschera pirandelliana di sé stesso, anche involontariamente.

Forse proprio per questo lo scultore ferrarese Sergio Zanni, artefice dei lavori realizzati appositamente per questa occasione ai quali ha lavorato alacremente nell’ultimo anno, lo ha ritratto in una serie di bozzetti a carboncino e pastelli colorati su carta di ampio (cm 100×70) se non di grandissimo formato (cm180x100): il bozzetto e la fragilità del supporto scelto comunicano subito un’idea di precarietà, di work in progress (anche se sono in realtà opere finite), in più di qualche caso con lo sfondo lasciato volutamente bianco o con i colori che non riempiono appieno il soggetto raffigurato.

C’è sempre un margine lasciato al non detto, all’incompletezza, al non poter del tutto comprendere il mistero legato alla fantasia potentissima di questo “ingombrante” uomo del suo e nostro tempo.

Difatti Zanni per il viso riprende le fogge della tradizione (volto liscio, naso importante, berretto rosso, l’alloro), citando più o meno direttamente Botticelli – anche per l’imbuto spiraliforme infernale, che a volte gli è di spalle, a volte è presentato accanto, come un plastico della sua mente – e ancora Domenico di Michelino, Blake e Doré fra gli altri, con un certo gusto per la monumentalità delle pose dovuta sia al personaggio effigiato, sia a richiami storico-artistici autorevoli e di molto precedenti, non tanto Chia e prima ancora i pittori legati ai cicli decorativi di Novecento come Sironi, Funi, Severini o Campigli, quanto l’Auriga delfico (V secolo a.C.), bronzo classico e feticcio di Zanni, più volte tornato nell’ambito del suo percorso, anche solo nei particolari del panneggio, come in alcuni di questi suoi Dante.

Dunque qual è l’identità che emerge dalla visione di questi frammenti di specchio tutti parziali rispetto a un io tanto complesso? È un uomo pensoso e pensieroso, ora malinconicamente romantico, fermatosi a metà lettura e seduto alla Goethe su un orizzonte marino e friedrichiano, ora tristemente appoggiato a una collinetta rocciosa per contemplare con desolazione la sua Firenze perduta – la casa-patria, gli affetti, una vita -, ora atterrito dall’ingresso nella selva oscura, ora curioso di fronte allo spettacolo dei peccatori infiammati benché confortato dall’amico-maestro-guida Virgilio, ora ancora severo e quasi giudicante, con un libro come compagno fedele – l’Eneide, la sua stessa Commedia, qualche altro sacro codice? – ora felice finalmente nell’estasi dell’infinito stellato.

È un Dante esistenziale (pre-esistenzialista?) e narrativo quello di Zanni, in ciò assai coerente con la produzione di questo artista, è un ingenuo sconfitto dai giochi della politica, dal suo stesso non facile carattere, orgoglioso, risentito, bilioso, eppure un giusto o che tale si è creduto, un fallito senza più un soldo, stanco mendicante di prestigio, senza più altra speranza che non il suo Dio e l’Amore che rappresenta, uomo compiuto del medioevo cristiano eppure un gigante capace di valicarne i confini, proiettando la luce dell’astrazione letteraria nei secoli a venire, personalità indubbiamente capace di Weltanschauung, di “visione del mondo (…). Welt significa mondo, schauen è il verbo guardare. Anschauen equivale a guardare bene, con attenzione. Quindi, molto letteralmente Weltanschauung si può tradurre: guardare il mondo con molta attenzione, guardarlo bene, tanto da arrivare a capirlo. Avere un’idea del mondo, una visione, una concezione: una filosofia. (…) Da quando i filosofi non se la sentono più di offrire visioni del mondo, rimangono solo i poeti ad avere Weltanschauungen – che affiorano dal ritmo e dalle metafore, dalle immagini, dalla carne e dal sangue dei loro versi, dal loro pensiero involontario.” (G. Manacorda, Strappi siberiani, Roma 2021, p.150)

Benché secoli addietro visioni del mondo filosofiche non mancassero e lo stesso Alighieri è debitore ad esempio di quella tomistico-tolemaica, oggi che tutto questo è trascorso da innumerabile tempo resta vivo proprio nelle sue parole il volto suo più autentico altrimenti inafferrabile, nei loro significanti e significati e sistema di mondi e numeri e scale vorticose di valori generati dalle forre della mente dantesca, in grado di oltrepassare il contingente e le miserie annesse per comprendere come voleva Borges nell’immaginare una miniatura orientale nel Prologo dei Saggi danteschi “ciò che fu, ciò che è e ciò che sarà, la storia del passato e quella del futuro, le cose che ho avuto e quelle che avrò, tutto ciò ci aspetta in qualche punto di quel labirinto sereno…”: il libro, appunto.

Il suo libro (Commedia certo, ma anche Vita nuova e Convivio e De vulgari eloquentia etc.) è il suo autoritratto: non casualmente Zanni in numerosi lavori – anche non esposti – di questa serie lo ritrae con questo oggetto magico, propiziatorio nei confronti della divinità e nostri, suoi lettori futuri – o contemporanei. Nel libro Dante ha riposto ogni sua energia, raziocinio, fede, capacità e via di fuga. Non è improbabile che, vista la sua condizione di esule obtorto collo, abbia fatto un pensiero simile a quello di Mattia Pascal citato in esergo: andare via, ricominciare. Ma dove e con quali mezzi?

A proposito di ricorsi e anticipazioni storico-letterarie, viene in mente il singolare, una volta tanto ironico e borgesiano aneddoto che Sciascia riporta nel suo Nero su nero: “Petrarca morì nella notte tra il 18 e il 19 luglio del 1374 (…). Stroncato da una sincope improvvisa, reclinò la testa sul libro che stava leggendo. Accorso a sollevarlo, il fedele discepolo Lombardo della Seta vide «come una nuvoletta in su salire» l’anima del maestro. La sera del I marzo 1938, Gabriele D’Annunzio moriva allo stesso modo. Nessuno vide la sua anima in su salire. Ma stava leggendo Petrarca. Se non sapessimo che cosa Petrarca stava leggendo quando la morte lo colse, diremmo che – nel labirinto del tempo o nella siderale circolarità fuori del tempo – stava leggendo D’Annunzio.”

Non sapremo mai se Dante abbia avuto accanto lo spirito pirandelliano che, dovendo aspettare qualche tempo prima di venire al mondo, gli abbia insufflato il desiderio di partire verso una vita altra. Per altro, non che non ci abbia provato girando di corte in corte negli ultimi venti anni dei limiti suoi mortali, rendendosi forse conto che da sé stessi non si può fuggire, e in fondo era il mondo di nani dintorno a essere sbagliato, non lui, Durante, il poeta.

Ecco la risposta: scrivere: lì, nella parola, l’alternativa, il salto e il volo, lo spazio sconfinato della similitudine e delle combinazioni per ricreare sensi e esistenze – anche la propria – valicando a forza di illuminazioni i confini bui e altrimenti impossibili del tempo.

Pubblico il testo apparso sull’ultimo Mosaïque Magazine (n.21 – Aprile 2021) sull’amica Takako Hirai, una grande artista che stimo da tantissimi anni ormai. Ringrazio Renée Malaval per aver avuto l’idea di questo incontro.

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Takako Hirai. Della consolazione

di Luca Maggio

“When I sat near the sea/ among parched yet flowering weeds…”

                                                                           Adrienne Rich, The images

Lo studio di Takako Hirai a Ravenna è al pianterreno di una corte interna in un palazzetto del centro storico. Si affaccia su un piccolo prato dove lei ha creato una sorta di installazione naturale in progress: ha scavato una cavità nella terra circondandola di sassi resi ormai invisibili dall’erba cresciuta, un piccolo e quasi sacro omphalos (ombelico) privato, da visitare quotidianamente e in cui piantare qualche seme e qualche altro vegetale preso dal fiume. Questi spostamenti, sebbene compiuti nel pieno rispetto delle pianticelle coinvolte, hanno fatto riflettere molto l’artista sulla violenza del gesto di sottrazione di un elemento naturale dalla sua terra verso un’altra.

Qualcosa è nato, ha continuato a crescere, qualcosa è morto e ha contribuito lo stesso a generare vita nuova. Foglie si intravedono nel buio del fondo in cui passa la luce e tendono a salire, mentre altri muschi lambiscono l’orlo e sono prossimi a precipitarsi al suo interno. L’aria e la luce sono i ponti invisibili che consentiranno al verde fuori e dentro la circonferenza di unirsi. Credo che questo intervento dica molto dell’artista in questione, del suo modo di pensare e sentire la vita e la natura.

Takako, originaria di Kumamoto in Giappone, viene da studi pittorici. Ma presto si rende conto che i tempi e i mezzi della pittura non sono abbastanza per lei. Trova nel mosaico, e in quello di Ravenna in particolare, il suo completamento ideale che la farà giungere a una cifra artistica originale e perfetta per esprimere finemente la delicatezza e l’unicità della sua poetica, conducendola anche a vincere premi importanti in ambito musivo e a esporre con successo in diverse nazioni europee e asiatiche.

Per avvicinarsi alle cose sue occorre tempo, lo stesso che serve a Takako per pensarle e, talvolta dopo un breve schizzo sulla carta, per iniziare a crearle. Il tempo per lei non è solo un’esigenza pratica: è un concetto vitale. Il tempo frenetico, non riflessivo, la macina quotidiana a cui tutti siamo sottoposti è l’opposto del suo mondo. Il mosaico l’ha aiutata a capire la necessità di un tempo proprio, interno, oltre il tempo stesso. Quasi un “senza tempo” naturale in cui perdersi, anche. Mi vengono in mente i versi di un grande poeta, Giorgio Caproni: “L’ultima mia proposta è questa: se volete trovarvi,/ perdetevi nella foresta.”

Ecco apparire la magia dei suoi Giardini segreti, steli di ferro zincato esili e flessibili come canne o erbe naturali piantati su vecchi e massicci legni ritrovati, sulla cui sommità poggiano, incastonati come gioielli, biglie o tessere di vetro tagliate dall’artista. Il resto lo fanno il vento, il fiato umano, la luce che attraversa l’opera e noi in piedi o seduti lì davanti, ipnotizzati, cullati, persi nel mare d’erba metallica e riflessi luminosi che da lì si diffondono. E consolano. “Il corpo dovrebbe essere «riempito di luce», completato nell’armonia.” (Wendell Berry, The Unsettling of America: Culture and Agriculture, 1977).

Forse uno dei fili rossi che unisce le opere di Takako con la sua propria persona consiste nella volontà di consolare, sé stessa anzitutto e chiunque abbia la fortuna di toccare con i propri occhi quel suo sentire divenuto mosaico, certo accettando di dedicare vero tempo a tutto questo e a sé stessi in definitiva.

Così, con attenzione, ecco intravedersi silhouette umane fra le sue tessere verdi: è lei, è l’artista, sono i suoi pensieri mimetizzati, o meglio identificati con le forme musive della natura, sino a divenire l’essere umano stesso l’ombra di un albero, ovvero ancora una volta la coscienza più intima dell’artista riflessa nelle e dalle forme naturali, oltre che sutura ideale della frattura sempre più evidente tra uomo e natura.

La verità è dentro: ascoltala. Questo confermano le opere della Hirai che non a caso trova le sfumature di verde di Vene – quelle umane, quelle terrestri – aprendo la roccia e scoprendo il colore all’interno del marmo poi ricomposto in colature che possono ricordare muschi selvatici.

La verità è dentro: meditala. Così Takako usa grossi blocchi di legno invecchiato, che dà sicurezza, stabilità, forse l’illusione di poter battere il tempo esistendo da secoli, e scava al loro interno piccole nicchie-preghiera colme di mosaico, tessere di pietra o schegge dello stesso legno, tane per sé, minuscoli templi-ombelico come quello nel prato davanti al suo studio, uteri in miniatura in cui ritrovare il senso della vita, talvolta così difficile da affrontare, così capace di farci provare la nostra inadeguatezza. Dice Alce Nero, grande sciamano Sioux: “il potere della crescita è radicato nel mistero, nella notte, e sale verso la luce. I semi germinano nel buio della terra, prima di conoscere l’estate e il giorno. Nella notte del grembo lo spirito diventa carne viva.”

Takako Hirai ha capito l’importanza di fermarsi e ci invita alla consolazione del suo cammino fatto di gesti, tessere, disegni, fili metallici, gusci di noce, vetri, martelline, legnetti che sto attento a non calpestare uscendo dal suo studio, da questo sua piccola porzione di mondo dove in silenzio lei fa, dallo spazio di quest’artista dove in un angolo, sopra una mensola ma a portata di mano, riposa un rametto secco di cipresso di palude, ancora così odoroso.

Fruit Exhibition 2021

È partita la call per partecipare a Fruit Exhibition 9, il festival e market internazionale dell’editoria d’arte indipendente che si terrà domenica 5 settembre 2021 a Bologna. 

Dopo l’esperienza interamente digitale del 2020, in questa nona edizione il pubblico potrà finalmente tornare a toccare con mano prodotti difficili da reperire nei grandi circuiti di distribuzione, in una location a cielo aperto ma centralissima, il Parco della Montagnola, pronto ad accogliere tutte le proposte provenienti da micro editori d’arte, self-publisher, graphic designer, illustratori e artisti, case editrici di grafica contemporanea, magazine, etichette musicali, stampatori artigianali. Gli aspiranti espositori, italiani e internazionali, potranno prenotare fin da subito la propria partecipazione, con una modalità semplificata direttamente dal sito internet della manifestazione.

Fruit Exhibition propone anche quest’anno un programma di workshop che trattano vari aspetti dell’autopubblicazione cartacea e digitale e offrono occasioni professionalizzanti per chi è già esperto o sperimentali per chi si sta avvicinando a questo mondo. Sarà inoltre presentato in anteprima il documentario Art Book Stories, un’indagine sul mondo dell’editoria artistica indipendente che il regista Christian Battiferro ha ideato con la collaborazione degli studenti del corso post-diploma McLuhan (Fondazione Fitstic). Fruit Exhibition 9 sarà anche l’occasione per proclamare il vincitore della seconda edizione di FIP Fruit Indie Publishing, indetto da Fruit Exhibition in collaborazione con Favini per premiare il miglior progetto editoriale sul tema del “viaggio”.

Irene Guzman press