Feeds:
Articoli
Commenti
Claudio Borghi, Fiori alti, 2010, acciaio verniciato, 209 × 84 × 28 - 51 × 66 × 35 cm, Fondazione Leonesia Puegnago (BS)

Claudio Borghi, Fiori alti, 2010, acciaio verniciato, 209 × 84 × 28 – 51 × 66 × 35 cm, Fondazione Leonesia Puegnago (BS)

Claudio Borghi (1954) ha recentemente ha realizzato la grande scultura Teatrino del tempo leggero per la piazza Cavour del Comune della sua Barlassina.

Per l’occasione è stato pubblicato il bel volume …dalle cinque alle sette (Silvana Editoriale 2014), da cui è tratto il seguente commento di Maddalena Mazzocut-Mis che apre il primo dei tre saggi in catalogo:

“Credo che ti possa piacere questo inizio: “la pensiamo allo stesso modo”. E allora ci vorrebbe un bel punto e basta. Lasciamo che l’opera parli; che parli il suo respiro e, più ancora, che la sua forma ci colga impreparati, quando all’improvviso, volgendo lo sguardo, ci cattura negli spazi trasparenti che disegna. Se è così, facciamo in modo che la nostra timidezza faccia avanzare la protagonista e che lasci nell’ombra due persone che mangiano una buona pizza sotto un grande albero, un mezzogiorno di primavera. No, tu preferiresti un buon gelato, tra le cinque e le sette, dopo una giornata di lavoro: due chiacchiere e quel tempo che scorre calmo, perché tutto segue, almeno in quelle due ore, un suo ordine…”

Claudio Borghi, Interno, 2013, acciaio verniciato, 115 × 13 × 15 - 146 × 35 × 11 cm

Claudio Borghi, Interno, 2013, acciaio verniciato, 115 × 13 × 15 – 146 × 35 × 11 cm

Così Anna Comino li chiude:

“…Qui Claudio Borghi esprime in pieno la sua spiritualità plastica: tra le pieghe dell’acciaio trovano posto i suoi pensieri, le sue letture, le sue meditazioni. Appunti che spesso raccoglie in brevi testi e che traduce in forme scultoree che quasi gli sfuggono dalle mani. E in questa atmosfera rarefatta la magia del bosco ritorna suono. Ma questa volta è respiro.”

Claudio Borghi, Teatrino del tempo leggero, 2013, ferro, 50 x 15 x 33 cm

Claudio Borghi, Teatrino del tempo leggero, 2013, ferro, 50 x 15 x 33 cm

 

Claudio Borghi – Dalle Cinque alle Sette

2 – 23 maggio 2015

niArt, via Anastagi 4a/6 Ravenna

martedì e mercoledì 11-12,30, giovedì e venerdì 17-19, sabato 11-12,30/17-19

www.niart.it  ; www.niart.eu  ; artgallery@alice.it

Ingresso libero

 

Claudio Borghi, Teatrino del tempo leggero (particolare), 2014, acciaio corten, 290 x 605 x 200 cm, Piazza Cavour, Barlassina (MB)

Claudio Borghi, Teatrino del tempo leggero (particolare), 2014, acciaio corten, 290 x 605 x 200 cm, Piazza Cavour, Barlassina (MB)

 

Salvo Ligama, Lo scherzo di Giotto, 2014

Salvo Ligama, Lo scherzo di Giotto, 2014

Domani, martedì 28 aprile alle ore 18.00, la galleria PORTANOVA 12 di Bologna, specializzata in street art e illustrazione, aprirà la mostra 8bit_un mondo a pixel di Salvo Ligama, prima personale dell’artista siciliano, a cura di Antonio Storelli, con un testo critico di Emanuela Zanon.

Salvo Ligama, Adamo, 2014

Salvo Ligama, Adamo, 2014

Salvo Ligama,Eva, 2014

Salvo Ligama,Eva, 2014

Salvo Ligama, Martirio a colazione (Uova liberamente tratte da un’opera di Marcello Berenghi), 2014

Salvo Ligama, Martirio a colazione (Uova liberamente tratte da un’opera di Marcello Berenghi), 2014

Con 8bit_un mondo a pixel, Ligama porta il pubblico in un mondo che, come fa intuire il titolo, riproduce i meccanismi di scomposizione e dissoluzione dell’immagine in pixel tipici del virtuale digitale, ma con la maestria di chi conosce e sa usare i colori e la pittura. Lungo un percorso espositivo di circa 20 opere di medio formato, lo spettatore si imbatterà in ritratti, scene di personaggi umani e animali “pixelati” con acrilico, resine e tempera su cartone, che intuirà guardandoli a distanza, fino a riconoscerli interponendo un obiettivo digitale, lo schermo di uno smartphone, ritrovando con la ricomposizione retinica soggetti della grande tradizione pittorica, da Venerdì Santo e Adamo ed Eva, a Eucarestia, fino a  riferimenti estremamente contemporanei come Siamo a sud di Roma e Martirio a colazione (Uova liberamente tratte da un’opera di Marcello Berenghi) o riferimenti non privi di una certa ironia come Lo scherzo di Giotto o Biancaneve è in pericolo.

Salvo Ligama,Eucarestia, 2014

Salvo Ligama,Eucarestia, 2014

Salvo Ligama,Eucarestia (particolare), 2014

Salvo Ligama,Eucarestia (particolare), 2014

Salvo Ligama,Inri, 2015

Salvo Ligama,Inri, 2015

Salvo Ligama,Inri (particolare), 2015

Salvo Ligama,Inri (particolare), 2015

Con composizioni di bilanciata nitidezza, che rompono in realtà la riproducibilità del digitale, e l’inserimento di alcuni elementi dipinti con l’espediente pittorico del trompe l’oeil, Ligama riesce a manifestare una riflessione sui nuovi canoni suggeriti dalle tecnologie odierne senza abbandonare la sua vocazione originaria: la riflessione sull’uomo e sulla sua storia, interrogativi universali e delicate suggestioni emotive.

Salvo Ligama, Il desiderio di Apollo, 2014

Salvo Ligama, Il desiderio di Apollo, 2014

Salvo Ligama, America, 2015

Salvo Ligama, America, 2015

Salvo Ligama, America (particolare), 2015

Salvo Ligama, America (particolare), 2015

L’indagine dell’artista prende dunque spunto da quesiti che diventano cruciali nella contemporanea virtualità delle immagini e di cui ci suggerisce possibili risposte coinvolgendoci attivamente. Lo esplicita bene il testo critico di Emanuela Zanon: come conciliare i tempi lunghi della pittura e la soggettività con il “voluttuoso regno digitale” in cui siamo immersi? A chi si rivolge la pittura e quali codici linguistici deve usare per leggere “l’inestricabile intreccio di illusorietà e pragmatismo che caratterizza le nostre nuove abitudini percettive e comunicative”?

Salvo Ligama, Siamo a sud di Roma, 2015

Salvo Ligama, Siamo a sud di Roma, 2015

Salvo Ligama, Siamo a sud di Roma (particolare), 2015

Salvo Ligama, Siamo a sud di Roma (particolare), 2015

Se l’accesso alle cose è ormai raramente diretto e la digitalizzazione pare averci regalato il prodigio della “presenza nell’assenza”, Salvo Ligama si avvicina alla resa del visibile riproducendo con la manualità degli strumenti pittorici proprio quella scomposizione cromatica in pixel che palesa la non corrispondenza dell’immagine virtuale al vero. I pixel sono per l’artista gli atomi di una nuova materia telematica e inconsistente, sono i pigmenti di una pittura che si sforza di essere contemporanea, sono un modo per avvicinarsi alle cose e per avvicinarsi alla storia. Allo stesso tempo costruire le cose “pezzo per pezzo” gli permette di analizzarne da vicino la materia, l’epidermide dell’immagine in una storia di adattamento dei pacati intermezzi della pittura alla frenesia e al frastorno della nostra era.

Salvo Ligama, La resa dei conti, 2015

Salvo Ligama, La resa dei conti, 2015

8bit_un mondo a pixel, personale di Salvo Ligama

A cura di Antonio Storelli

Testo critico Emanuela Zanon

Vernice: Martedì 28 aprile ore 18.00

Periodo di apertura: 28 aprile – 23 maggio 2015

Sede espositiva: Galleria Portanova 12, Via Porta Nova 12, Bologna

Orari: tutti i giorni feriali 16.30-19.30

www.salvoligama.jimdo.com

Facebook Portanova 12 – Galleria d’arte: www.facebook.com/12portanova

Press Culturalia di Norma Waltmann

Premessa: sono particolarmente contento di presentare attraverso le sue stesse parole questo progetto originale di Silvia Naddeo, una giovane artista che merita incoraggiamento, stima e ogni successo. Cara Silvia, continua così!

Silvia Naddeo, Day by Day, 015

Silvia Naddeo, Day by Day, 015 

Ispirazione quotidiana, mosaico destrutturato e digitale

Day by Day è un progetto artistico di Silvia Naddeo.

Un percorso lungo un anno: 365 giorni e altrettante piccole tessere andranno a raccogliere, documentare, mostrare un intero anno di ispirazioni quotidiane.

Il gesto rituale, lo sviluppo di un’abitudine, il mood che accompagna chi vive l’arte giorno per giorno: ognuno di questi elementi si inserisce nel processo creativo, fondendosi con il quotidiano, il materiale, il digitale.

Silvia Naddeo sceglie quotidianamente la tessera che rappresenterà la sua giornata, l’emblema di un’ispirazione istintiva. Sul biglietto da visita con la tessera, l’artista aggiunge data e firma: un preciso momento di vita – fotografato con un comune smartphone – è ora impresso sul cartoncino e condiviso con il resto del mondo attraverso i canali social.

Ogni nuovo giorno è una potenziale opera d’arte e, attraverso questo gesto rituale, l’artista interpreta il rapporto con la quotidianità. Il biglietto da visita rappresenta il ritrovarsi, il riconoscersi e la resa dei conti che, ogni giorno, affrontiamo con il nostro io.

Il risultato di questo percorso sarà una raccolta di 365 biglietti, simbolo di un intero anno di vita fatto di attimi e sensazioni, arte e quotidianità.

Tumblr: day by day – silvia naddeo.tumblr.com

Facebook: www.facebook.com/page/Day by Day

Silvia Naddeo, Day by Day, 002

Silvia Naddeo, Day by Day, 002

Daily inspiration, destructured digital mosaic

Day by Day is a project by italian artist Silvia Naddeo.

A year-long journey: 365 days and as many little tesseras will collect, document and represent an entire year of daily inspirations.

The ritual, the development of an habit, the mood of who lives art day by day: each one of these elements takes part in the creative process, joining the daily routine in a digital way.

Silvia Naddeo chooses the tessera that represents her day, symbol of an instinctive inspiration. Attached the tessera, she completes the card with date and signature: a definite life moment – photographed using a common smartphone – is now captured and impressed on the card and then shared through social networks.

Each day is a potential work of art and this ritual represents the artist’s interpretation of the daily routine. The business card represents a reckoning, the way we recognize and meet ourselves every day.

This journey will result in a collection of 365 cards symbolizing a slice of life made of moments and emotions, art and routine.

Tumblr: day by day – silvia naddeo.tumblr.com

Facebook: www.facebook.com/page/Day by Day

Silvia Naddeo, Day by Day, 081

Silvia Naddeo, Day by Day, 081

 

 

Trobla by Tok Tok - personal furniture

Trobla by Tok Tok – personal furniture

Da tempo conosco e stimo l’attività artistica e di designer di Andrej Koruza, sloveno di nascita, che col gruppo Tok Tok – personal furniture, realizza mobili e oggetti eco-compatibili oltre che di elegante semplicità.

L’ultimo prodotto pensato in un paio d’anni di ricerca da questo ensemble così creativo è Trobla, un innovativo altoparlante fatto interamente di legno e adatto per iPhone e altri smarthphone. L’obiettivo dichiarato è “proporre più ecologia nel mondo dell’elettronica e dell’intrattenimento, che ogni giorno producono enormi quantità di e-rifiuti”, oltre ad essere una bella occasione lavorativa che questo team decisamente si merita.

Trobla by Tok Tok - personal furniture (illustrazione di Nina Mršnik)

Trobla by Tok Tok – personal furniture (illustrazione di Nina Mršnik)

Per realizzare questo progetto necessitano fondi (basterebbe raggiungere la quota di 10.700 $): ecco perché questi ragazzi hanno lanciato una campagna di raccolta finanziamenti col sempre più diffuso metodo del crowdfunding, in questo caso sulla piattaforma Kickstarter.

Personalmente ho già contribuito e invito tutti, lettori di passaggio o affezionati followers a donare un contributo, anche minimo, e soprattutto a spargere in fretta la voce su qualsiasi social (Facebook, Twitter, Instagram), oppure via e-mail o attraverso il classico vecchio passaparola: la campagna dura sino a maggio!

Qui di seguito le indicazioni (in inglese) per procedere: coraggio, non fate mancare il vostro aiuto e un grande in bocca al lupo ad Andrej e a tutta la squadra Tok Tok!

Tok Tok – personal furniture

Facebook: Tok Tok – personal furniture

Premessa: come ogni anno tengo a festeggiare la ricorrenza del “pesce d’aprile” (ecco perché, come consuetudine, non ho pubblicato questo lunedì). Quest’anno lascio la parola all’intelligenza ironica, intellettuale, dissacrante, paradossale del grande Duchamp che, passata la Pasqua, terrà compagnia ai miei lettori sino a lunedì 13 aprile. Buone festività.

Marcel Duchamp, Roue de bicyclette, 1913

Marcel Duchamp, Roue de bicyclette, 1913 

Nel 1913 ebbi la felice idea di fissare una ruota di bicicletta su uno sgabello da cucina e di guardarla girare.

Qualche mese dopo comprai una riproduzione a buon mercato di un paesaggio invernale, di sera, che chiamai Farmacia dopo avervi aggiunto due piccoli tocchi, uno rosso e l’altro gallo, sull’orizzonte.

A New York nel 1915 comprai in un emporio una pala da neve su cui scrissi: “In advance of the broken arm” (Anticipo per il braccio rotto).

È più o meno in quel periodo che mi venne in mente il termine readymade per indicare questa forma di manifestazione.

C’è un punto che voglio definire molto chiaramente: la scelta di questi readymade non mi fu mai dettata da un qualche diletto estetico. La scelta era fondata su una reazione d’indifferenza visiva, unita a una totale assenza di buono o cattivo gusto… dunque un’anestesia completa.

Una caratteristica importante: la breve frase che scrivevo sul readymade.

Questa frase non descriveva l’oggetto come avrebbe potuto fare un titolo, ma era destinata a condurre la mente dello spettatore verso altre regioni più verbali. Talvolta vi aggiungevo un particolare grafico di presentazione; in tal caso, per soddisfare la mia simpatia per le allitterazioni, lo chiamavo ready-made aided (readymade aiutato).

Marcel Duchamp, Égouttoir, 1964 (originale perduto del 1914)

Marcel Duchamp, Égouttoir, 1964 (originale perduto del 1914)

Un’altra volta volendo sottolineare l’antinomia fondamentale tra l’arte e i readymade, immaginai un readymade reciproco (reciprocal ready-made): servirsi di un Rembrandt come tavolo da stiro!

Ben presto mi resi conto del danno che poteva procurare l’offerta indiscriminata di questa forma di espressione, e decisi così di limitare la produzione dei readymade a un piccolo numero ogni anno. Mi accorsi allora che per lo spettatore, più ancora che per l’artista, l’arte è una droga ad assuefazione e io volevo proteggere i miei readymade da una simile contaminazione.

Un altro esempio del readymade è che non ha niente di unico… la replica di un readymade trasmette lo stesso messaggio; infatti quasi tutti i readymade esistenti oggi non sono degli originali nel senso proprio del termine.

Un’ultima osservazione per concludere questo discorso da egomaniaco: come i tubetti di pittura utilizzati dall’artista sono prodotti di manifattura e già pronti, dobbiamo concludere che tutte le tele del mondo sono dei readymade aiutati e dei lavori di assemblaggio.

Marcel Duchamp (1887-1968) A proposito dei ready-made, in Art and Artist, London, luglio 1966, p.47 (Marcel Duchamp, Scritti, Milano 2005, pp.165-166).

Marcel Duchamp, Fountain, 1917 (fotografata da Alfred Stieglitz)

Marcel Duchamp, Fountain, 1917 (fotografata da Alfred Stieglitz)

Premessa: sabato 21 marzo, primo giorno di primavera, questo blog ha compiuto cinque anni. Sono lieto di festeggiarne il compleanno pubblicando questo mio inedito su Lampedusa, una grande opera di un grande artista, Marco Bravura.

Marco Bravura, Lampedusa, 2014, cm 200x250

Marco Bravura, Lampedusa, 2014, cm 200×250

“Languore d’inverno:/ nel mondo di un solo colore/ il suono del vento”, Matsuo Bashō

Che resta, alla fine? Qualche oggetto a dire che siamo stati. Perché le cose che crediamo di possedere hanno in realtà vita assai più lunga dei loro proprietari, come qualunque corredo funebre di tomba antica può testimoniare o come Borges, il sublime, scrisse nel finale di Las cosas[1]: “Dureranno più in là del nostro oblio; non sapranno mai che ce ne siamo andati”.

In apertura della medesima poesia è invece posto un elenco (“Le monete, il bastone, il portachiavi/… le carte da gioco e la scacchiera,/ un libro e tra le pagine appassita/ la viola…), cose appartenute all’autore che ne tracciano un ritratto più intimo di mille pagine biografiche, perché “gli oggetti assumono la funzione di veri e propri compagni nella vita emozionale. Noi pensiamo insieme a loro, loro vivono con noi mentre noi pensiamo”[2].

E quali cose vediamo nell’opera Lampedusa di Marco Bravura? Un elenco sparso e raggelante nel suo disordine armonico di oggetti d’uso quotidiano dei migranti in fuga dalle coste libiche[3] che sono al contempo metafora di se stessi, potendo provenire da qualsiasi altra parte del mondo: cose, insomma, ritrovate sulla spiaggia di Lampedusa, una volta ancora unici testimoni sopravvissuti ai corpi dei loro ex possessori ormai inghiottiti dal mare: bambolotti, cappelli, sandalini e scarpe, un coniglietto di peluche, un barchetta giocattolo, un cucchiaio, bottiglie e borracce, un biberon, flaconi e qualche recipiente di plastica, bicchieri e uno spazzolino.

Tutto ricoperto da tessere bianche. Accecanti. Una porzione di ex vite fermata con la colla e col mosaico che definitivamente blocca imitando ciò che dovrebbe essere il moto perpetuo per eccellenza, quello delle onde marine, qui sospese come un ossimoro spaziale e temporale, in una porzione di attimi, minuti, ore che in realtà sono per sempre: le stesse onde che poco prima hanno compiuto la strage, sembrano ora carezzare questi oggetti abbandonati sulla bibula harena[4] lucreziana, sulla sabbia che s’imbeve incessantemente. Ma tutto è rigido, fermo, morto. Come le maschere di cera degli antenati in uso nelle domus romane.

Anche l’impiego del bianco uniforme pare un ossimoro nella storia di un autore come Bravura che ha fatto della bellezza e dello scintillio dei colori quasi una cifra stilistica. Ma il bianco è qui una necessità funeraria, come in Guernica: queste cose disposte a formare una danza macabra contemporanea, sono più eloquenti delle foto dei corpi straziati, come le immagini dei cumuli di scarpe, vestiti e valigie di Auschwitz, bianche come ossa scarnificate, più bianche dei gessi dei morti pompeiani, bianche e candide come i gigli che annunciavano l’arrivo della pallida Morte nella pietà popolare d’occidente, bianche come il lutto dell’estremo oriente, come la tempesta di neve che tutto copre e annienta in uno dei Sogni[5] di Kurosawa.

Perché il bianco, somma di tutti i colori, è per definizione un non colore e sembra dunque cancellare le identità e il mana[6] stesso, la forza spirituale degli oggetti, non importa quanto poveri, che una madre o un padre potevano aver donato al proprio figlio o si erano portati via da casa prima della tragica odissea.

Eppure, proprio grazie allo sconcerto di questo abbandono che Bravura propone come un pugno chiuso agli occhi di abbia coscienza, questi resti benché banali assurgono a rituali in quanto memori del sacrificio appena compiuto e ricordano a chiunque li guardi con coraggio di avere avuto un’anima, di essere stati cose vive per i vivi: per questi ultimi non si può che pregare come fece Marziale per la bimba Erotion[7], che il mare pesi poco su di essi che poco o nulla pesarono su di lui, e che, alfine, seguendo l’immaginazione degli Etruschi, ritrovino tutti la pace che fu loro negata nel viaggio estremo, sulle Isole dei Beati, lì portati dai delfini pietosi del grande Nettuno.

L'autore Marco Bravura accanto alla sua opera Lampedusa

L’autore Marco Bravura accanto alla sua opera Lampedusa

[1] J. L. Borges, Le cose, da Elogio dell’ombra, Torino 1971 (ed. originale, Buenos Aires 1969).

[2] G. Starace, Gli oggetti e la vita, Roma 2013.

[3] Il naufragio noto come “tragedia di Lampedusa” vide la morte di 366 persone e 20 dispersi e avvenne il 3 ottobre 2013.

[4] Lucrezio, De rerum natura, II, 376 (Roma 2000).

[5] A. Kurosawa, Sogni, 1990.

[6] M. Mauss, Saggio sul dono. Forma e motivo dello scambio nelle società arcaiche (1923-24) in Teoria generale della magia, Torino 2000 (ed. originale, Parigi 1950).

[7] Marziale, Epitaffio a Erotion in Epigrammi, V, 34 (Roma 1993).

 

Marco Bravura: Lampedusa (English version)

Winter solitude: in a world of one color / the sound of winds, Matsuo Bashō

What remains in the end? Some object to tell that we existed. Why do the things we think we possess actually live longer than their owners? Like any artifacts of ancient tombs may testify or as Borges, the sublime, wrote at the end of Things (1): “They’ll long outlast our oblivion; and will never know that we are gone.

In the beginning of this poem, Borges lists a series of objects (“The coins, the cane,  the key ring, the cards, the  chessboard, a book, and in its pages that wilted violet, …). These things that belonged to the author paint a more intimate portrait than a thousand biographical pages, because    “ Objects take on the function of true companions in our emotional life. We think along with them, they live with us while we think. “(2).

And what sort of things do we see in the Lampedusa piece by Marco Bravura? A list, sparse and chilling in its harmonious disorder, of everyday objects that belonged to migrants fleeing the Libyan coasts. These objects are at once a metaphor for these people, given that they could come from anywhere  in the world, and things, in short, that might be found on the water edge of Lampedusa. They are, once again, the only witnesses that survived the bodies of their former owners, now swallowed by the sea, dolls, hats, shoes, little sandals, a stuffed toy bunny, a toy boat, a spoon, bottles and water bottles, feeding bottle, some plastic containers , glasses and a toothbrush.

All covered in white tiles. Blinding. A portion of former living beings, fixed with cement and mosaic to freeze them permanently, imitate what should be perpetual motion par excellence, that of waves, hanging here like an oxymoron in time and space, in a fraction of seconds, minutes, hours, actually forever. The same waves that shortly before carried out the massacre now seem to caress these abandoned objects on the Lucretius’ bibula harena (4), on the sand that soaks up ceaselessly. But everything is rigid, fixed, dead, as the ancestor’s wax masks  present in the Roman domus.

Also the use of the unvarying white  seems a paradox in the repertoire of an author like Bravura, whose stylistic hallmark is represented by beauty and sparkling colors. But white here is used as a funeral symbol. As Guernica, these objects, arranged to form a macabre contemporary dance, speak louder than pictures of mangled bodies, such as the images of piles of shoes, clothes, and suitcases from Auschwitz. White is reminiscent of fleshless bones, whiter than most of the plaster casts of Pompeii’s dead, white and immaculate as the lilies that announced the arrival of the pale Death in western popular piety,  white as the color of mourning in the Far East, white as the snow storm that covers and crushes everything in one of  the Kurosawa’s Dreams (5 ). White, the sum of all colors, is by definition a non-color. It seems to erase the identity and the mana (6) itself, the spiritual strength of objects, no matter how poor, that a mother or a father might have given to their child or may have taken away from home before the tragic odyssey. The bewilderment of this abandonment that Bravura proposes is a closed fist aimed at the eyes of those who have a conscience. Although these remains are trivial, they rise to a ritual level. being mindful of the recent sacrifice, to remind anyone watching them with courage, that they had a soul, that they were living things for the living. For them, one can only pray as Martial did for the girl Erotion, (7), that the sea may place a small burden on those  who placed a small or no burden on it. Finally, following the imagination of the Etruscans, may all rediscover the peace denied in their extreme journey, in the Islands of the Blessed, brought there by dolphins of the great and compassionate Neptune.

PS. “Lampedusa: a tombstone, a shroud, a veil drawn over a tragedy that deprives reality of significance and colours.” Marco Bravura

 

1)J. L. Borges, Things, Praise of the Shadow, Torino 1971 (original edition Buenos Aires 1969).

2)G. Starace, Objects and Life (Rome 2013).

3) The shipwreck known as the tragedy of Lampedusa saw the death of 366 people and 20 missing and it happened 3 October 2013.

4) Lucretius, De Rerum Natura, II, 376 (Rome, 2000).

5) A. Kurosawa, Dreams, 1990.

6) M. Mauss, Essay on the gift, Form and Reasons for exchange in the archaic societies (1923-24) from General Theory of Magic, Torino 2000 (original edition Paris, 1950).

7) Martial, Epitaph on Erotion, Epigrams, V, 34 (Rome 1993).

 

Ingrid Pollard, Self Evident series (1995). Colour light box, 20×20 in. Courtesy, the artist.

Ingrid Pollard, Self Evident series (1995). Colour light box, 20×20 in. Courtesy, the artist

Developed as part of FORMAT International Photography Festival 2015Residual: Traces of the Black Body looks at the process of imaging the black presence in relation to memory and erasure. ‘Residual’ refers to the idea of what remains after the main visual or tangible part of something has been removed or has disappeared. The focus of this exhibition lies more precisely on traces and stories around the black body through the multidisciplinary approaches of a cross-generational and cross-cultural group of five international visual artists and photographers. Bringing together Larry Achiampong (UK), Cristiano Berti (Italy), George Hallett (South Africa), Zanele Muholi (South Africa), and Ingrid Pollard (UK), the project examines how each of those artists apprehends black corporeality, in such manner that both its materiality and embodied narratives are either visually or conceptually concealed, codified and complexified.

The works selected include Self Evident (1995) by Ingrid Pollard, a series of light boxes presenting colourful and picturesque full-length portraits taken in British landscapes, with each person holding a symbolic item that often evokes Britain’s colonial history. Larry Achiampong’s Glyth series (2013) consists of family photographs reworked with the faces being replaced by black circles with sharp red lips. Through the “mask”, the hidden and performed identities transpose on a personal photographic archive a symbol schematising the racial experience of figures perceived as alien. Zanele Muholi’s photographs She’llUmthombo and Dis-ease (2012) show a different aspect to her upfront visual activism. Trading her portraits and intimate scenes of the black South African LGBTI community, this series uses metaphors to depict the physiological patterns and aftermath of hate crimes committed against black lesbians. Each organic element evokes female and male private parts, and diseased cells.

Cristiano Berti challenges the voyeurism and spectacle that often characterise Western gaze on the black female body. His sound piece Happy (2004) invites the audience to an imaginary mapping of a body which scars are related in Edo, a Nigerian language. Likewise Iye Omoge (2005), an installation consisting of site photographs, polypropylene maps and sound, articulates a compelling relationship between location and morphology in a context of migration and marginalisation.
Finally the pictures taken by George Hallett in District Six and Bo-Kaap, Cape Town, in the late 1960s, mark the first traces of textual inscriptions in his work. These rare photographic inscriptions are tags mapping gang territories. They also contribute to convey the physicality of places that have been erased by the Apartheid regime. They are visual remnants of a lifestyle, culture and coding related to a marginalised existence then imposed on black bodies.

Curated by Christine EyeneResidual: Traces of the Black Body responds to the theme of FORMAT FESTIVAL 2015: Evidence, and aims to take on a dialectical approach to the notion of photographic evidence through engaging with the dual positioning of discourse and counter-discourse in the field of black visual representation.

Alongside the exhibition is planned a public programme consisting of an artists and curator’s talk and a photography workshop.

Residual: Traces of the Black Body
13 March – 17 April 2015

New Art Exchange
Mezzanine Gallery (first floor)
39-41 Gregory Boulevard
Nottingham
NG7 6BE
More information

This exhibition is organised in collaboration with Making Histories Visible, an interdisciplinary visual art research project based in the Centre for Contemporary Art (School of Art, Design and Performance) at the University of Central Lancashire.

FORMAT International Photography Festival is UK’s most significant biennale of photography. Curated around the theme of EVIDENCE, the seventh edition of FORMAT takes place between 13 March and 12 April 2015.