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Premessa: sabato 21 marzo, primo giorno di primavera, questo blog ha compiuto cinque anni. Sono lieto di festeggiarne il compleanno pubblicando questo mio inedito su Lampedusa, una grande opera di un grande artista, Marco Bravura.

Marco Bravura, Lampedusa, 2014, cm 200x250

Marco Bravura, Lampedusa, 2014, cm 200×250

“Languore d’inverno:/ nel mondo di un solo colore/ il suono del vento”, Matsuo Bashō

Che resta, alla fine? Qualche oggetto a dire che siamo stati. Perché le cose che crediamo di possedere hanno in realtà vita assai più lunga dei loro proprietari, come qualunque corredo funebre di tomba antica può testimoniare o come Borges, il sublime, scrisse nel finale di Las cosas[1]: “Dureranno più in là del nostro oblio; non sapranno mai che ce ne siamo andati”.

In apertura della medesima poesia è invece posto un elenco (“Le monete, il bastone, il portachiavi/… le carte da gioco e la scacchiera,/ un libro e tra le pagine appassita/ la viola…), cose appartenute all’autore che ne tracciano un ritratto più intimo di mille pagine biografiche, perché “gli oggetti assumono la funzione di veri e propri compagni nella vita emozionale. Noi pensiamo insieme a loro, loro vivono con noi mentre noi pensiamo”[2].

E quali cose vediamo nell’opera Lampedusa di Marco Bravura? Un elenco sparso e raggelante nel suo disordine armonico di oggetti d’uso quotidiano dei migranti in fuga dalle coste libiche[3] che sono al contempo metafora di se stessi, potendo provenire da qualsiasi altra parte del mondo: cose, insomma, ritrovate sulla spiaggia di Lampedusa, una volta ancora unici testimoni sopravvissuti ai corpi dei loro ex possessori ormai inghiottiti dal mare: bambolotti, cappelli, sandalini e scarpe, un coniglietto di peluche, un barchetta giocattolo, un cucchiaio, bottiglie e borracce, un biberon, flaconi e qualche recipiente di plastica, bicchieri e uno spazzolino.

Tutto ricoperto da tessere bianche. Accecanti. Una porzione di ex vite fermata con la colla e col mosaico che definitivamente blocca imitando ciò che dovrebbe essere il moto perpetuo per eccellenza, quello delle onde marine, qui sospese come un ossimoro spaziale e temporale, in una porzione di attimi, minuti, ore che in realtà sono per sempre: le stesse onde che poco prima hanno compiuto la strage, sembrano ora carezzare questi oggetti abbandonati sulla bibula harena[4] lucreziana, sulla sabbia che s’imbeve incessantemente. Ma tutto è rigido, fermo, morto. Come le maschere di cera degli antenati in uso nelle domus romane.

Anche l’impiego del bianco uniforme pare un ossimoro nella storia di un autore come Bravura che ha fatto della bellezza e dello scintillio dei colori quasi una cifra stilistica. Ma il bianco è qui una necessità funeraria, come in Guernica: queste cose disposte a formare una danza macabra contemporanea, sono più eloquenti delle foto dei corpi straziati, come le immagini dei cumuli di scarpe, vestiti e valigie di Auschwitz, bianche come ossa scarnificate, più bianche dei gessi dei morti pompeiani, bianche e candide come i gigli che annunciavano l’arrivo della pallida Morte nella pietà popolare d’occidente, bianche come il lutto dell’estremo oriente, come la tempesta di neve che tutto copre e annienta in uno dei Sogni[5] di Kurosawa.

Perché il bianco, somma di tutti i colori, è per definizione un non colore e sembra dunque cancellare le identità e il mana[6] stesso, la forza spirituale degli oggetti, non importa quanto poveri, che una madre o un padre potevano aver donato al proprio figlio o si erano portati via da casa prima della tragica odissea.

Eppure, proprio grazie allo sconcerto di questo abbandono che Bravura propone come un pugno chiuso agli occhi di abbia coscienza, questi resti benché banali assurgono a rituali in quanto memori del sacrificio appena compiuto e ricordano a chiunque li guardi con coraggio di avere avuto un’anima, di essere stati cose vive per i vivi: per questi ultimi non si può che pregare come fece Marziale per la bimba Erotion[7], che il mare pesi poco su di essi che poco o nulla pesarono su di lui, e che, alfine, seguendo l’immaginazione degli Etruschi, ritrovino tutti la pace che fu loro negata nel viaggio estremo, sulle Isole dei Beati, lì portati dai delfini pietosi del grande Nettuno.

L'autore Marco Bravura accanto alla sua opera Lampedusa

L’autore Marco Bravura accanto alla sua opera Lampedusa

[1] J. L. Borges, Le cose, da Elogio dell’ombra, Torino 1971 (ed. originale, Buenos Aires 1969).

[2] G. Starace, Gli oggetti e la vita, Roma 2013.

[3] Il naufragio noto come “tragedia di Lampedusa” vide la morte di 366 persone e 20 dispersi e avvenne il 3 ottobre 2013.

[4] Lucrezio, De rerum natura, II, 376 (Roma 2000).

[5] A. Kurosawa, Sogni, 1990.

[6] M. Mauss, Saggio sul dono. Forma e motivo dello scambio nelle società arcaiche (1923-24) in Teoria generale della magia, Torino 2000 (ed. originale, Parigi 1950).

[7] Marziale, Epitaffio a Erotion in Epigrammi, V, 34 (Roma 1993).

 

Marco Bravura: Lampedusa (English version)

Winter solitude: in a world of one color / the sound of winds, Matsuo Bashō

What remains in the end? Some object to tell that we existed. Why do the things we think we possess actually live longer than their owners? Like any artifacts of ancient tombs may testify or as Borges, the sublime, wrote at the end of Things (1): “They’ll long outlast our oblivion; and will never know that we are gone.

In the beginning of this poem, Borges lists a series of objects (“The coins, the cane,  the key ring, the cards, the  chessboard, a book, and in its pages that wilted violet, …). These things that belonged to the author paint a more intimate portrait than a thousand biographical pages, because    “ Objects take on the function of true companions in our emotional life. We think along with them, they live with us while we think. “(2).

And what sort of things do we see in the Lampedusa piece by Marco Bravura? A list, sparse and chilling in its harmonious disorder, of everyday objects that belonged to migrants fleeing the Libyan coasts. These objects are at once a metaphor for these people, given that they could come from anywhere  in the world, and things, in short, that might be found on the water edge of Lampedusa. They are, once again, the only witnesses that survived the bodies of their former owners, now swallowed by the sea, dolls, hats, shoes, little sandals, a stuffed toy bunny, a toy boat, a spoon, bottles and water bottles, feeding bottle, some plastic containers , glasses and a toothbrush.

All covered in white tiles. Blinding. A portion of former living beings, fixed with cement and mosaic to freeze them permanently, imitate what should be perpetual motion par excellence, that of waves, hanging here like an oxymoron in time and space, in a fraction of seconds, minutes, hours, actually forever. The same waves that shortly before carried out the massacre now seem to caress these abandoned objects on the Lucretius’ bibula harena (4), on the sand that soaks up ceaselessly. But everything is rigid, fixed, dead, as the ancestor’s wax masks  present in the Roman domus.

Also the use of the unvarying white  seems a paradox in the repertoire of an author like Bravura, whose stylistic hallmark is represented by beauty and sparkling colors. But white here is used as a funeral symbol. As Guernica, these objects, arranged to form a macabre contemporary dance, speak louder than pictures of mangled bodies, such as the images of piles of shoes, clothes, and suitcases from Auschwitz. White is reminiscent of fleshless bones, whiter than most of the plaster casts of Pompeii’s dead, white and immaculate as the lilies that announced the arrival of the pale Death in western popular piety,  white as the color of mourning in the Far East, white as the snow storm that covers and crushes everything in one of  the Kurosawa’s Dreams (5 ). White, the sum of all colors, is by definition a non-color. It seems to erase the identity and the mana (6) itself, the spiritual strength of objects, no matter how poor, that a mother or a father might have given to their child or may have taken away from home before the tragic odyssey. The bewilderment of this abandonment that Bravura proposes is a closed fist aimed at the eyes of those who have a conscience. Although these remains are trivial, they rise to a ritual level. being mindful of the recent sacrifice, to remind anyone watching them with courage, that they had a soul, that they were living things for the living. For them, one can only pray as Martial did for the girl Erotion, (7), that the sea may place a small burden on those  who placed a small or no burden on it. Finally, following the imagination of the Etruscans, may all rediscover the peace denied in their extreme journey, in the Islands of the Blessed, brought there by dolphins of the great and compassionate Neptune.

PS. “Lampedusa: a tombstone, a shroud, a veil drawn over a tragedy that deprives reality of significance and colours.” Marco Bravura

 

1)J. L. Borges, Things, Praise of the Shadow, Torino 1971 (original edition Buenos Aires 1969).

2)G. Starace, Objects and Life (Rome 2013).

3) The shipwreck known as the tragedy of Lampedusa saw the death of 366 people and 20 missing and it happened 3 October 2013.

4) Lucretius, De Rerum Natura, II, 376 (Rome, 2000).

5) A. Kurosawa, Dreams, 1990.

6) M. Mauss, Essay on the gift, Form and Reasons for exchange in the archaic societies (1923-24) from General Theory of Magic, Torino 2000 (original edition Paris, 1950).

7) Martial, Epitaph on Erotion, Epigrams, V, 34 (Rome 1993).

 

Ingrid Pollard, Self Evident series (1995). Colour light box, 20×20 in. Courtesy, the artist.

Ingrid Pollard, Self Evident series (1995). Colour light box, 20×20 in. Courtesy, the artist

Developed as part of FORMAT International Photography Festival 2015Residual: Traces of the Black Body looks at the process of imaging the black presence in relation to memory and erasure. ‘Residual’ refers to the idea of what remains after the main visual or tangible part of something has been removed or has disappeared. The focus of this exhibition lies more precisely on traces and stories around the black body through the multidisciplinary approaches of a cross-generational and cross-cultural group of five international visual artists and photographers. Bringing together Larry Achiampong (UK), Cristiano Berti (Italy), George Hallett (South Africa), Zanele Muholi (South Africa), and Ingrid Pollard (UK), the project examines how each of those artists apprehends black corporeality, in such manner that both its materiality and embodied narratives are either visually or conceptually concealed, codified and complexified.

The works selected include Self Evident (1995) by Ingrid Pollard, a series of light boxes presenting colourful and picturesque full-length portraits taken in British landscapes, with each person holding a symbolic item that often evokes Britain’s colonial history. Larry Achiampong’s Glyth series (2013) consists of family photographs reworked with the faces being replaced by black circles with sharp red lips. Through the “mask”, the hidden and performed identities transpose on a personal photographic archive a symbol schematising the racial experience of figures perceived as alien. Zanele Muholi’s photographs She’llUmthombo and Dis-ease (2012) show a different aspect to her upfront visual activism. Trading her portraits and intimate scenes of the black South African LGBTI community, this series uses metaphors to depict the physiological patterns and aftermath of hate crimes committed against black lesbians. Each organic element evokes female and male private parts, and diseased cells.

Cristiano Berti challenges the voyeurism and spectacle that often characterise Western gaze on the black female body. His sound piece Happy (2004) invites the audience to an imaginary mapping of a body which scars are related in Edo, a Nigerian language. Likewise Iye Omoge (2005), an installation consisting of site photographs, polypropylene maps and sound, articulates a compelling relationship between location and morphology in a context of migration and marginalisation.
Finally the pictures taken by George Hallett in District Six and Bo-Kaap, Cape Town, in the late 1960s, mark the first traces of textual inscriptions in his work. These rare photographic inscriptions are tags mapping gang territories. They also contribute to convey the physicality of places that have been erased by the Apartheid regime. They are visual remnants of a lifestyle, culture and coding related to a marginalised existence then imposed on black bodies.

Curated by Christine EyeneResidual: Traces of the Black Body responds to the theme of FORMAT FESTIVAL 2015: Evidence, and aims to take on a dialectical approach to the notion of photographic evidence through engaging with the dual positioning of discourse and counter-discourse in the field of black visual representation.

Alongside the exhibition is planned a public programme consisting of an artists and curator’s talk and a photography workshop.

Residual: Traces of the Black Body
13 March – 17 April 2015

New Art Exchange
Mezzanine Gallery (first floor)
39-41 Gregory Boulevard
Nottingham
NG7 6BE
More information

This exhibition is organised in collaboration with Making Histories Visible, an interdisciplinary visual art research project based in the Centre for Contemporary Art (School of Art, Design and Performance) at the University of Central Lancashire.

FORMAT International Photography Festival is UK’s most significant biennale of photography. Curated around the theme of EVIDENCE, the seventh edition of FORMAT takes place between 13 March and 12 April 2015.

Arnold Newman, Portrait of Jackson Pollock, American Painter, 1949

Arnold Newman, Portrait of Jackson Pollock, American Painter, 1949

Il primo Salone di primavera di New York rivelò Pollock come miglior pittore della sua generazione. Matta, un amico pittore e Putzel, mi spingevano ad aiutarlo. A quell’epoca, per guadagnarsi da vivere, faceva il carpentiere nel museo di mio padre. Era stato allievo del pittore Benton, e solo sforzandosi di combattere la sua influenza era diventato l’artista che era, quando lo conobbi. Dal 1938 al 1942 aveva lavorato nell’ambito del Federal Art Project for artists, in seno al W.P.A., istituito dal presidente Roosevelt per lottare contro la disoccupazione.

La prima volta che lo esposi, Pollock era profondamente influenzato dai surrealisti e da Picasso, ma superò velocemente questa fase fino a diventare il più grande pittore vivente, dopo Picasso. Per poter lavorare tranquillamente mi aveva chiesto un assegno mensile; gli feci dunque un contratto di un anno in base al quale riceveva centocinquanta dollari al mese e un saldo alla fine dell’anno se aveva venduto per più di 2700 dollari di quadri, riservando il terzo della somma alla galleria. Se avessi perso dei soldi, era convenuto che in controvalore mi avrebbe ceduto dei quadri.

Pollock divenne rapidamente il punto di riferimento della pittura moderna. Dal 1943 al 1947 – anno in cui lasciai l’America – mi dedicai a lui. Era fortunato perché sua moglie, Lee Krasner, lei stessa pittrice, si prendeva molta cura di lui: rinunciò anche a dipingere per un certo periodo perché Pollock aveva preteso che si dedicasse interamente a lui. Quando perdetti Max (Ernst, ndr), diventò lui il mio nuovo protetto. La mia relazione con Pollock era unicamente quella mecenate-artista e Lee ci faceva da intermediaria. Pollock aveva un carattere difficile, beveva troppo e poteva diventare molto sgradevole, addirittura infernale. Ma Lee mi faceva notare, quando mi lamentavo di lui, che aveva anche dei lati angelici, ed era vero. Per me era come un animale in trappola, che non avrebbe mai dovuto lasciare il Wyoming dove era nato.

Jackson Pollock, Mural, 1943, University of Iowa

Jackson Pollock (1912-1956), Mural, 1943, University of Iowa

Per assicurare a Pollock i centocinquanta dollari mensili, mi dedicai unicamente alla vendita dei suoi quadri, trascurando gli altri pittori della galleria. Molti non tardarono a lasciarmi per Sam Koots, un mercante che li prendeva a contratto, cosa che io finanziariamente non potevo permettermi.

Commissionai allora a Pollock una pittura murale per l’atrio-entrata della mia casa che era lungo sette metri per uno e ottanta di altezza. Marcel Duchamp gli suggerì di eseguirlo su tela affinché potessi portarlo via nel caso avessi lasciato l’appartamento; eccellente idea che più tardi l’Università dell’Iowa, alla quale feci dono del quadro quando lasciai l’America, ebbe modo di apprezzare. Attualmente orna il refettorio.

Pollock si procurò una grande tela e dovette abbattere un muro a casa sua per sistemarla. La guardò per giorni interi, senza trovare l’ispirazione, sempre più depresso. Mandò sua moglie in campagna sperando di sentirsi più libero e, nella solitudine, trovare un’idea originale. Lee ritornò e lo trovò seduto davanti alla tela vergine, che vedeva tutto nero. Poi un bel giorno si alzò e in poche ore creò un capolavoro.

Questa pittura murale era più astratta delle sue opere precedenti. Era formata da strisce continue di figure astratte blu, bianche  e gialle, in rapporto ritmico fra loro, il tutto schizzato di pittura nera, secondo il metodo del dripping. (…)

Non vendevamo molti quadri di Pollock, ma le tempere erano più facili da piazzare. Ne offrii molte come regalo di nozze ai miei amici. Facevo ogni sforzo per suscitare l’interesse del pubblico e non mi risparmiavo neppure quando si trattava di trasportare dappertutto le sue immense tele. Un giorno la signora Harry Winston, una ricca collezionista di Detroit, venne in galleria per acquistare un Masson. Io la convinsi a comperare un Pollock. (…)

Jackson Pollock, Eyes in the Heat, 1946, Peggy Guggenheim Collection, Venezia

Jackson Pollock (1912-1956), Eyes in the Heat, 1946, Peggy Guggenheim Collection, Venezia

Lee era talmente dedita a Pollock che, quando ero malata, veniva a trovarmi tutte le mattine per tentare di persuadermi a far loro un prestito di duemila dollari per acquistare una casa nel Long Island. Pensava che lasciando New York Pollock avrebbe smesso di bere. Io non sapevo come procurarmi i soldi, ma finii per cedere pur di ritrovare la pace. Oggi rido di tutto questo. Allora non sapevo il valore che avrebbe raggiunto l’opera di Pollock. Non avevo mai venduto niente di suo per più di cento dollari e quando nel 1947 lasciai l’America, nessuna galleria volle rilevare il mio contratto con lui. Lo offrii a tutti, e alla fine Betty, della Galleria Betty Parson, accettò di organizzargli una mostra, dicendo che era tutto quello che poteva fare. Pollock si assunse le spese grazie a una tela che Bill Davis gli aveva comperato. Come convenuto nel contratto, il resto delle tele mi fu spedito a Venezia, dove allora abitavo. Lee aveva diritto da parte sua a un quadro all’anno. Quando le tele giunsero a Venezia le cedetti, a una a una, a musei diversi e mi restarono solo due opere di questo periodo, oltre a nove dipinti più vecchi datati 1943-1946. Oggi Lee è milionaria e io mi rammarico di essere stata così sprovveduta.

Peggy Guggenheim, Confession of an art addict, New York 1960, da Jackosn Pollock. Lettere, riflessioni, testimonianze, a cura di Elena Pontiggia, SE, Milano 2002.

www.guggenheim-venice.it

Jackson Pollock, Number 11 (Blue Poles), 1952, National Gallery of Australia, Canberra

Jackson Pollock (1912-1956), Number 11 (Blue Poles), 1952, National Gallery of Australia, Canberra

 

Antonio Mazzotti, Controderiva, 1969

Antonio Mazzotti, Controderiva, 1969

Inaugurata sabato 14 febbraio presso la Sala d’Ercole di Palazzo d’Accursio a Bologna, la mostra ANTONIO MAZZOTTI, a cura di Renato Barilli, è organizzata in occasione del centenario della nascita dell’artista bolognese, scomparso prematuramente nel 1985.

Antonio Mazzotti, che negli anni della ricostruzione post-bellica aveva messo il proprio rigore nel disegno geometrico a disposizione di alcuni importanti architetti bolognesi, primo fra tutti Alberto Legnani (stringendo rapporti di amicizia anche con Luigi Vignali ed Enzo Zacchiroli, suo mentore e collezionista), si avvicina successivamente alla pittura, prima post-impressionista, poi post-cubista, cominciando a creare quel suo “mondo immaginario” di labirinti fantastici, percorsi incantati a metà tra l’optical e l’astratto-architettonico, in cui perdersi. Nasce qui l’idea di concepire un mondo diversamente strutturato, forse per un bisogno congenito dell’artista di scavarsi tunnel, vie di fuga, uscite di sicurezza, in una serie di innumerevoli varianti di linee e costellazioni.

Forme immobilizzate sulla tela, associate ad un cangiantismo cromatico, ad un succedersi ritmico di perfette campiture di colori brillanti ora caldi e solari, ora freddi e notturni. Quello di Mazzotti è un astrattismo geometrico sereno e meditato, libero e allo stesso tempo calibratissimo, debitore alla figura di Mondrian, non tanto per la scansione degli spazi troppo rarefatta di quest’ultimo ma piuttosto per la produzione più tarda dell’artista olandese, maggiormente libera e sciolta.

Antonio Mazzotti, Super Nova, 1970

Antonio Mazzotti, Super Nova, 1970

Accanto alle linee artificiali e alle figure inorganiche, ossessivamente costruite, agglomerate, incastrate le une nelle altre, è pure largamente presente la componente iconica: corpi di donne, o di altri oggetti preziosi, da collezione, forse residui passivi di cui Antonio Mazzotti non sapeva, o non voleva, disfarsi.

Intenso è l’interesse di Mazzotti anche per i sistemi di scrittura: segni, simboli, monogrammi, intrecci semantici, che ricordano quella che sarà la produzione dei graffitisti newyorkesi, i cosiddetti writers.

Alla produzione di opere pittoriche Mazzotti affianca una vivace attività grafica. I suoi dipinti a olio, infatti, sono spesso il risultato finale di idee che trovano il loro sviluppo iniziale in lavori di formato più ridotto ma del tutto autonomi.

Il legame fortissimo con Bologna, da cui raramente si allontanava, e la sua indole riservata hanno portato l’artista a tenersi volutamente lontano dai riflettori della scena artistica sua contemporanea, senza però mai interrompere i rapporti intensi e costanti con i molti amici artisti e intellettuali come Giuseppe Raimondi, Marcello Venturoli, Renzo Biasion e Giovanni Ciangottini.

In occasione della mostra è stato pubblicato il catalogo ANTONIO MAZZOTTI (Editrice Zona, Arezzo, 2015).

Antonio Mazzotti, Struttura n 8, 1975

Antonio Mazzotti, Struttura n 8, 1975

ANTONIO MAZZOTTI – Mostra retrospettiva nel centenario della nascita dell’artista

A cura di Renato Barilli, dal 14 febbraio al 12 marzo 2015

Aperta tutti i giorni h 10-18,30, ingresso libero

Presso Sala d’Ercole, Palazzo d’Accursio, Piazza Maggiore 6, Bologna

Info: www.antoniomazzotti.it

Press: Irene Guzman  (antoniomazzotti.press@gmail.com)

Acropoli di Atene, V sec. a.C.

Acropoli di Atene, V sec. a.C.

Trovarsi sull’Acropoli a dire “bello” a qualcosa sarebbe come mettere l’aceto sulle tagliatelle. Questo cimitero vivo guarda con tutta la modernità dei suoi pensieri alla macchia chiara di Atene che sta ai suoi piedi come se fosse un cumulo di mondezza. Mi sono trovato tra queste colonne dove ho raccolto col cucchiaio gli occhi di Socrate e camminavo sulla crosta di pietre lucide che affioravano come teste calve dalla bava di cemento granuloso.

Eretteo con la loggia delle Cariatidi, Acropoli di Atene, V sec. a.C.

Eretteo con la loggia delle Cariatidi, Acropoli di Atene, V sec. a.C.

I giovani hanno punti neri nelle orecchie per ascoltare musica e non sentire le parole antiche ancora sospese nell’aria. Verrà un giorno che i frammenti di questi corpi scolpiti in modo inimitabile e le teste dei cavali e dei grandi leoni; grideranno ancora più forte su questa valle di mondezza per affermare che il bello deve risorgere per creare un grande sogno collettivo. La casa di Fivi e Angelopoulos al mare ha un odore di pini. L’acqua è poco lontana e lecca sponde rossastre di strati alti di un materiale roccioso. Anche qui c’è quell’odore di erba secca che ha l’antichità. Nel cortile della casa dove parlavamo dell’ultimo film; scendeva su di me un fiore bianco di gelsomino.

Tholos di Atena Pronaia, Delfi, IV sec. a.C.

Tholos di Atena Pronaia, Delfi, IV sec. a.C.

Le pietre di Delphi tengono i piedi nei boschi di ulivi che arrivano al mare. Bisogna sedere sui frammenti di colonne di marmo e ascoltare la loro tristezza. I popoli venivano a chiedere la luce sul loro futuro di guerre e cataclismi. Io sono qui piegato sulle mie riflessioni senza la voglia di rispondere alle domande che mi sto facendo. Un bambino di Milano ha scritto “le domande sono risposte” ringrazio la bravissima insegnante Manuela Cuoghi che mi ha passato questa frase piena di oscura chiarezza. La mia domanda-risposta è questa: è soltanto il buio del mistero che ci illumina? Vi prego; ogni tanto riempitevi di squallore; fermatevi in uno di quei localetti che hanno fuori tre o quattro sedie di plastica  per guardare strade dove passano side-car e cani randagi.

Teatro di Epidauro, IV sec. a. C.

Teatro di Epidauro, IV sec. a. C.

Ero fuori di una taverna appena costruita a 12 chilometri dalla grandiosa conchiglia di marmo del teatro di Epidauro; il più perfetto per acustica di tutta la Grecia e forse del mondo; se consideriamo i teatri all’aperto. L’ho visto nel primo pomeriggio. Mia moglie era seduta sul bordo alto e io mi muovevo in basso nello spazio degli attori. Ho acceso un fiammifero e il rumore si è sentito chiarissimo nella grande conca. Ho lasciato cadere una moneta e il tintinnio è arrivato fino a mia moglie che mi confermava i risultati con un segno di mano. Quando ci siamo riuniti; lei mi ha ringraziato per il messaggio che le avevo inviato. Strano che le fossero arrivate le mie parole d’affetto. Non sapevo che l’acustica del teatro fosse così perfetta da trasmettere anche i pensieri.

Tonino Guerra (Santarcangelo di Romagna, FC, 1920-2012), In Grecia le domande sono risposte, QN-Il Resto del Carlino, 27 ottobre 2002.

 

mosaique magazine

Premessa: questo articolo è apparso su Mosaïque Magazine n.9 – Gennaio 2015, pp.63-69.

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“Libertà e perline colorate, ecco quello che io ti darò.” Paolo Conte da Gelato al limon 

Quei tre di strada ne hanno fatta e ne hanno fatta fare al mosaico, il loro “gioco” preferito da trenta o quarant’anni a questa parte: tre vite, tre vie. Le loro.

Sto parlando di Marco Bravura, Marco De Luca e Verdiano Marzi, le cui differenti prospettive sono state finalmente ben illustrate nella recente Retrospettiva 1965-2014, curata da Anna Mapolis per la Ismail Akhmetov Foundation e inaugurata lo scorso 17 settembre sino al 12 ottobre presso la Sala Raffaello del Museo dell’Accademia Russa delle Arti di San Pietroburgo.

Marco Bravura, Architettura primordiale (installazione), 2010

Marco Bravura, Architettura primordiale (installazione), 2010

La mostra, visitata da migliaia di persone, è stata un autentico successo sin dal primo giorno con personalità del mondo culturale russo e italiano[1] che hanno partecipato ad un’inaugurazione già splendida come spazio espositivo, ma impreziosita anche da Rituel, concerto per piano preparato e mosaico à la Cage, composto e interpretato per l’occasione da Matteo Ramon Arevalos, virtuoso del pianoforte d’avanguardia.

Marco Bravura, Sectio Aurea, 2014

Marco Bravura, Sectio Aurea, 2014

A ben vedere i tre protagonisti, oltre all’anno di nascita (sono ragazzi del ’49) hanno in comune la radice ravennate della loro formazione presso l’Istituto Statale d’Arte per il Mosaico dove si sono conosciuti, seme fondamentale che sarebbe poi sbocciato in anni successivi, prima per Marzi, sin dagli anni’70 nella Parigi del maestro Riccardo Licata, e poi, verso gli anni ’80, per De Luca e Bravura, peraltro in controtendenza totale riguardo a materiali, tempi e risultati rispetto a quanto si poteva vedere nel mondo artistico di allora. Era dunque un’esigenza che nasceva nel profondo del loro essere.

Marco De Luca, Salina (Le Gemelle), 2005

Marco De Luca, Salina (Le Gemelle), 2005

Assai indicativo delle loro personalità è stato il loro rapporto con le Accademie frequentate in anni caldi come il ’68-‘69: per Bravura l’Accademia di Venezia fu un momento di contestazione pura; per De Luca quella di Bologna fu un momento di meditazione e confronto con i nuovi linguaggi minimalisti del tempo; per Marzi quella di Ravenna fu una frattura e una fuga verso Parigi.

Marco De Luca, Di Sole e di Luna, 2010

Marco De Luca, Di Sole e di Luna, 2010

Marco De Luca, Di Sole e di Luna (retro), 2010

Marco De Luca, Di Sole e di Luna (retro), 2010

Certo, oggi le cose sono differenti come ricorda Maria Rita Bentini in catalogo: “Ora infatti, dopo gli anni della contestazione e del rifiuto critico di ogni eredità, appare evidente come non soltanto in Italia ma in tutto il mondo le Accademie siano tornate ad essere un luogo, un prezioso e insostituibile spazio di tramando, una fucina vitale, un passaggio decisivo per la formazione dei giovani artisti.”[2]

Marco De Luca, Nicchia, 2009

Marco De Luca, Nicchia, 2009

Ma all’epoca la contestazione di Bravura si è poi coerentemente tradotta in un’ansia nomade che lo ha portato alla scelta di soggetti sempre nuovi e soprattutto mobili, in costante movimento di senso e d’occhio in cui lasciare traccia calligrafica (ovvero dichiaratamente e programmaticamente bella) di sé, dagli Arazzi al Mandala, dai Nidi d’uccello alle RotoB, dalle varie forme date ai Vortici allo Scudo invisibile, sino alla durezza monocromatica di Lampedusa, in un susseguirsi musicale sospeso fra ritmi etnico-tribali e raffinatezze del jazz più contemporaneo.

Marco De Luca, La luna nel pozzo, 2011

Marco De Luca, La luna nel pozzo, 2011

Mentre l’indole meditativa (quasi morandiana) di De Luca, il suo confrontarsi sorvegliato col circostante artistico, ovvero come ama dire lui stesso il suo “conoscere per disconoscere”, lo ha condotto a riassumere e annullare millenni di tradizione bizantina ben appresa da ragazzo approdando a un astrattismo puro in cui le figure sono finalmente sciolte nella luce e nell’incanto dei colori e non fosse per i titoli scelti dall’autore (Salina, La sposa, Il vello d’oro, Manta, Di sole e di luna, Cipresso, La luna nel pozzo, ecc.) non avremmo più alcun ricordo dei soggetti spesso naturali di partenza, ragion per cui musicalmente può ricordare il classicismo innovativo di The Köln Concert di Keith Jarrett.

Verdiano Marzi, Vittoria alata, 2014

Verdiano Marzi, Vittoria alata, 2014

Infine la fuga (ovvero la frattura) di Marzi da Ravenna verso Parigi trova riflesso nelle decine di spaccature volute (sebbene ricomposte nel disegno d’insieme) delle sue opere telluriche, terrestri ma di una crosta terrestre vista appena dopo un fenomeno sismico, oltre che nella sua necessità di usare i marmi colorati con le loro incredibili vene naturali sottolineate dall’artista in un dialogo più che mai costante con i materiali scelti per comporre liricamente le Stagioni, i voli di Dedalo e Icaro o i tanti suoi ritratti che rimandano direttamente all’espressionismo musicale dodecafonico, anzitutto al Pierrot lunaire di Schönberg.

Verdiano Marzi, L'autunno (dittico da Le quattro stagioni), 2008-2009

Verdiano Marzi, L’autunno (dittico da Le quattro stagioni), 2008-2009

Di tutto questo si trova testimonianza nelle immagini del bel catalogo della mostra, Retrospettiva 1965-2014 (Angelo Longo Editore, Ravenna 2014), progettato graficamente da Emilio Macchia e coordinato con l’usuale precisione e cura da Daniela Bravura: esso si pone dunque come uno strumento fondamentale per approfondire la conoscenza di questi tre artisti.

Da sinistra Marco Bravura, Verdiano Marzi e Marco De Luca il 17 settembre 2014 all'inaugurazione di Retrospettiva al Museo dell’Accademia Russa delle Arti di San Pietroburgo

Da sinistra Marco Bravura, Verdiano Marzi e Marco De Luca il 17 settembre 2014 all’inaugurazione di Retrospettiva al Museo dell’Accademia Russa delle Arti di San Pietroburgo

[1] All’inaugurazione, fra gli altri, erano presenti: Leonardo Bencini, console generale d’Italia a San Pietroburgo; Redenta Maffettone, direttrice dell’Istituto Italiano di Cultura a San Pietroburgo; Semyon Mikailovsky, rettore dell’Accademia Repin, storico dell’arte e commissario del padiglione russo alla Biennale di Architettura di Venezia; Evgeni Grigorev, capo del Comitato delle Relazioni Internazionali del Governatorato di San Pietroburgo. Inoltre all’evento hanno dedicato rispettivamente un servizio la TV Nazionale Channel 1 e un articolo importante il Giornale dell’Arte (edito in Russia da Allemandi).

[2] M.R.Bentini, Accademie e dintorni, in Retrospettiva 1965-2014, Angelo Longo Editore, Ravenna 2014.

Paolo Gotti, Lev Tolstoj da Anna Karenina (1877)

Paolo Gotti, Lev Tolstoj da Anna Karenina (1877)

Lo scorso 16 dicembre, nel foyer del Teatro Duse di Bologna, è stata inaugurata la mostra STORIES. Un viaggio tra fotografia e letteratura del fotografo Paolo Gotti.

La serie fotografica, aperta sino al 19 febbraio, prende ispirazione dalle trame avvincenti di alcuni tra i più celebri romanzi di tutti i tempi. Ma se i romanzi sono il riflesso della realtà, è altrettanto vero che la realtà trova spesso ispirazione nelle loro trame.

Con la serie fotografica STORIES il fotografo bolognese Paolo Gotti conduce un’indagine diametralmente opposta rispetto a quella dell’editore alla ricerca della copertina di un libro. Gotti è partito, infatti, dalle immagini fotografiche che ha scattato personalmente nei suoi innumerevoli viaggi intorno al mondo per ritrovare poi le storie a cui potrebbero essere idealmente collegate. Ad ogni immagine è associata una citazione tratta, di volta in volta, da libri diversissimi tra di loro: grandi classici e romanzi contemporanei, raccolte di racconti o narrazioni storiche.

Paolo Gotti, Daniel Defoe da Robinson Crusoe (1719)

Paolo Gotti, Daniel Defoe da Robinson Crusoe (1719)

Ed ecco dunque che si susseguono una dopo l’altra le interpretazioni visive di Robinson Crusoe (1719) di Daniel Defoe, Cime tempestose (1847) di Emily Brontë, Anna Karenina (1877) di Lev Tolstoj, L’isola del tesoro (1883) di Robert Louis Stevenson, Racconti dei mari del sud (1921) di William Somerset Maugham, Sulla strada (1957) di Jack Keruac, Cent’anni di solitudine (1967) di Gabriel García Márquez, Il nome della rosa (1980) di Umberto Eco, La polvere del Messico (1992) di Pino Cacucci, Oceano Mare (1993) di Alessandro Baricco, Vergogna (1999) di John Maxwell Coetzee, per finire con La strada (2006) di Cormac Mc Carthy.

Tredici immagini per dodici romanzi di autori differenti che Paolo Gotti ha amato e che hanno scandito la sua storia personale fatta di fotografie e viaggi che il fotografo compie ormai da quarant’anni attraversando tutto il pianeta.

Paolo Gotti, John Maxwell Coetzee da Vergogna (1999)

Paolo Gotti, John Maxwell Coetzee da Vergogna (1999)

Il monumentale repertorio fotografico di Gotti conta infatti oltre 10.000 fotografie scattate in oltre 70 paesi nei cinque continenti (fra gli altri in Niger, Cina, Haiti, Brasile, Messico, Guatemala, Nepal, Ceylon, Maldive, Indonesia, USA, Canada, Thailandia, Caraibi, Malesia, Yemen, Venezuela, Filippine, Cuba, India, Cile, Bolivia, Islanda, Australia, Colombia).

L’unico romanzo che è citato in due immagini differenti è Cent’anni di solitudine di Gabriel García Márquez, in omaggio alla recente scomparsa del grande scrittore.

Paolo Gotti, Gabriel García Márquez da Cent’anni di solitudine (1967)

Paolo Gotti, Gabriel García Márquez da Cent’anni di solitudine (1967)

Paolo Gotti nasce a Bologna e si laurea in architettura a Firenze, dove frequenta il Centro di studi tecnico cinematografici conseguendo nel 1971 un attestato di idoneità alla professione di fotografo. Nel 1974 sceglie l’Africa come meta del suo primo vero viaggio, quello in cui, come dice l’artista, “si sa quando si parte, ma non si sa quando si torna”. Con la sua vecchia Land Rover attraversa il Sahara fino al Golfo di Guinea in Costa d’Avorio per poi fare ritorno in Italia dopo quasi cinque mesi a bordo di un cargo merci. In seguito a questa avventura che lo segna profondamente, intraprende a tempo pieno l’attività di architetto, grafico e fotografo. Dopo varie esperienze nel campo della pubblicità, si dedica sempre più al reportage. Gira il mondo con la sua Nikon per immortalare persone, paesaggi e situazioni che archivia accuratamente in un gigantesco atlante visivo, da cui nascono i calendari tematici che realizza da circa vent’anni.

PAOLO GOTTI

S T O R I E S. Un viaggio tra fotografia e letteratura
16 dicembre 2014 – 19 febbraio 2015

Foyer Teatro Duse

Via Cartoleria 42, Bologna

Informazioni per orari di apertura: + 39 051 231836

Press: Irene Guzman

paologotti.press@gmail.com

www.paologotti.com

Paolo Gotti, Umberto Eco da  Il nome della rosa (1980)

Paolo Gotti, Umberto Eco da Il nome della rosa (1980)