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Marco Maria Zanin, Maggese I, 2016, Stampa fine art su carta cotone, 110×137,5 cm

Inaugura oggi, sabato 20 maggio, dalle ore 18.00 alle 24.00, in occasione della Notte europea dei Musei, nelle sale superiori di Palazzo Santa Margherita- Galleria Civica di Modena, la personale di Marco Maria Zanin dal titolo Dio è nei frammenti a cura di Daniele De Luigi e Serena Goldoni.

Marco Maria Zanin, Senza Titolo I, 2017, Stampa fine art su carta cotone, 20×25 cm

La mostra, attraverso le fotografie e le sculture del giovane artista, esplora il tema della memoria e delle radici nella società contemporanea mediante un’opera di reinterpretazione di scarti prodotti dal tempo: detriti e oggetti che per Zanin, sulla scorta del filosofo francese Georges Didi-Huberman, sono “sintomi” della sopravvivenza lungo le epoche di valori umani archetipici. L’indagine si muove tra la civiltà rurale del Veneto, sua regione di origine, e la megalopoli di San Paolo, dove vive alcuni mesi all’anno: due luoghi profondamente diversi nel modo di vivere il passato e il presente, ma fortemente legati dai fenomeni migratori dall’Italia al Brasile tra XIX e XX secolo.

Marco Maria Zanin, Natura Morta III

Attrezzi del mondo contadino vengono tagliati e fotografati, assumendo forme inedite dal carattere totemico, mentre da frammenti di edifici moderni demoliti sono tratte sculture in porcellana, oppure nature morte che riecheggiano Giorgio Morandi, maestro con cui l’artista istituirà in mostra un intenso dialogo. Gli interventi di trasformazione degli oggetti di Zanin costituiscono “un invito a lavorare con la materia psichica della memoria assieme all’immaginazione”.

Marco Maria Zanin, Sintomo XII

Marco Maria Zanin è stato selezionato dalla Galleria Civica di Modena nell’ambito del progetto Level 0, promosso da ArtVerona in collaborazione con quattordici musei e istituzioni d’arte contemporanea italiani, per offrire supporto e visibilità agli artisti emergenti esposti in occasione dell’ultima edizione della fiera, dove l’artista era proposto dalla Galleria Spazio Nuovo di Roma.

La mostra è patrocinata dall’Ambasciata del Brasile.

Press Irene Guzman

Marco Maria Zanin. Dio è nei frammenti

a cura di Daniele De Luigi e Serena Goldoni

Galleria Civica di Modena, Palazzo Santa Margherita

21 maggio – 16 luglio 2017

inaugurazione 20 maggio 18.00-24.00

 

Effigie di Lorenzo Valla (Roma, 1407-1457)

Effigie di Lorenzo Valla (Roma, 1407-1457)

Ho esposto queste cose affinché tu, Catone, comprenda che non avresti dovuto accusare come barbari e selvaggi i costumi dei contadini. Ed ecco la chiusa di quei versi: “Fra loro la giustizia segnò le sue ultime impronte, quando abbandonò la terra”[1]. Infine tu definisci l’onestà (honestas) il sommo o l’unico bene, per poi dividerla nelle quattro virtù e azioni delle virtù. Nessuna virtù, infatti, è una nozione, ma è un’azione che mette in pratica una cosa prima conosciuta, come attesta Cicerone: “Tutta la lode della virtù consiste nell’azione”[2].

Su questo concordano praticamente tutti gli autori. Né Aristotele, né Virgilio trattano di queste virtù, allorché essi affrontano, a modo loro, la questione della contemplazione. Capita così che il bene proprio della vita contemplativa non si riferisca all’onestà, ma al piacere, come abbiamo ricordato in precedenza a proposito delle professioni, delle scienze e delle discipline.

Lorenzo Valla (Roma, 1407-1457), da De vero falsoque bono, Bari 1970. Questo dialogo filosofico ebbe quattro redazioni da parte di Valla: 1431, 1433, 1445-48 e una quarta definitiva, ma non databile con precisione, contenuta nel manoscritto Ott. Lat. 2075 della Biblioteca Vaticana.

[1] Virgilio, Georgica, II, 473-474.

[2] Cicerone, De officiis, I, 6, 19.

Leon Keer, opera realizzata al Legoland di Gunzburg, Germania, 2014

In cinque diversi luoghi di Modena, dal 12 al 14 maggio 2017, altrettanti street artist internazionali, Kurt Wenner, Leon Keer, Julian Beever, Eduardo Relero e Vito Mercurio, sfonderanno illusoriamente la pavimentazione della città attraverso la tecnica artistica dell’anamorfismo, per “svelare” i siti più significativi della città romana di Mutina, celata nel sottosuolo del centro storico. L’evento si svolge nell’ambito del programma di Mutina Splendidissima, dedicato alle celebrazioni dei 2200 anni dalla sua fondazione.

Esiste una città romana sepolta sotto una coltre di argilla, collocata fra due fiumi che esondarono a più riprese nella tarda antichità: è Modena, l’antica Mutina definita da Cicerone splendidissima, della quale, grazie all’archeologia, si conoscono numerosi luoghi e monumenti sepolti.

Esiste un’arte sorprendente, definita street art 3D, che ha scelto la strada dell’anamorfismo per ingannare chi guarda le opere da una determinata posizione creando sprofondamenti illusionistici nel terreno. La tecnica risale al Rinascimento ed è stato Kurt Wenner, uno degli artisti in mostra, ad applicare per primo tecniche del ‘500, note ad artisti quali Leonardo da Vinci, a un’arte che utilizza la strada come una tela.

Realizzazione dell’opera 3d Lego Terracotta Army di Leon Keer, Ruben Poncia, Remko van Schaik e Peter Westerink al Sarasota Chalk Festival, Florida (USA), 2011

I Musei Civici di Modena hanno scelto di coniugare queste due realtà e dare vita a Varchi nel tempo, un evento unico nel suo genere, in cui la street art 3D fa rivivere i luoghi sepolti della città romana mettendo in comunicazione la città contemporanea con quella antica: le terme, le mura, l’anfiteatro, le domus, il capitolium di Mutina saranno visibili attraverso squarci aperti illusionisticamente nelle strade di Modena, che corrispondono anche ai luoghi più importanti della città moderna, come ad esempio Piazza Grande, Palazzo Ducale, Palazzo della Prefettura, la Chiesa di Santa Maria delle Asse.

La straordinarietà dell’evento è legata non solo all’inedito abbinamento fra street art 3D e archeologia, ma anche all’occasione unica di vedere riuniti nella performance cinque artisti di fama internazionale, che per la prima volta operano tutti insieme.

Arte per sua natura effimera, la street art 3D applicata alle pavimentazioni di strade e piazze della città è passata negli ultimi anni dall’utilizzo dei classici gessetti colorati all’elaborazione digitale del disegno, poi stampato su materiale resistente e fissato al terreno.

Durante l’evento modenese, parte dell’esecuzione del disegno sarà realizzata dal vivo, durante un work in progress che durerà tre giorni, dal 12 al 14 maggio.

L’itinerario della street art sarà veicolato attraverso una pianta della città con l’indicazione dei “varchi nel tempo” presenti sulle strade e sulle piazze del centro storico.

Il percorso in città alla scoperta delle opere di street art sarà accompagnato dalla visita virtuale dell’antica colonia, realizzata da Altair4 Multimedia e  scaricabile da smarthphone e tablet.

Mutina Splendidissima fa parte della più ampia rassegna 2200 anni lungo la Via Emilia, che celebra le origini romane di Modena (Mutina) e Parma fondate nel 183 a.C., e di Reggio Emilia (Regium Lepidi) istituita come forum in quegli anni. Il programma congiunto invita a scoprire siti, propone mostre, ricostruzioni ed eventi in tutte e tre le città fondate dal console Marco Emilio Lepido, al quale si deve anche la realizzazione della via Emilia, elemento unificante della regione che ne porta il nome.

Il progetto è promosso dai tre Comuni di Modena, Reggio Emilia e Parma, dalle Soprintendenza Archeologia di Bologna e di Parma, dal Segretariato Regionale Beni, Attività culturali e Turismo, e dalla Regione Emilia – Romagna (www.2200anniemilia.it).

Eduardo Relero, opera realizzata per la Croce Rossa durante la Journée Mondiale des Premiers Secours, Nancy (Francia)

James Turrell, Roden Crater, Flagstaff, Arizona, USA

James Turrell, Roden Crater, Flagstaff, Arizona, USA

Il momento più importante doveva venire il giorno successivo. Riprendemmo l’aereo di Turrell a Overton dopo aver sorvolato il Gran Canyon e il Painted Desert, certamente tra i luoghi più belli del mondo. Fece alcune virate strette, piuttosto impressionanti per farci vedere dall’alto, il «Roden Crater» che aveva da poco individuato come il più adatto per realizzare il suo grande sogno: trasformare il cratere in una gigantesca opera d’arte con modifiche quasi invisibili. (…)

Solo nel tardo pomeriggio, finalmente ci avviammo verso il cratere, dove arrivammo quando il sole incominciava a scendere verso l’orizzonte. (…)

James Turrell, Roden Crater, Flagstaff, Arizona, USA

James Turrell, Roden Crater, Flagstaff, Arizona, USA

Iniziammo la salita, scivolando sopra la cenere vulcanica, si facevano due passi avanti e uno indietro. Finalmente si arrivò sopra il margine del cratere. Si vedeva un meraviglioso panorama: una lontanissima catena di montagne, i colori del Painted Desert irreali. Scendemmo all’interno del cratere, verso il centro, percorrendo un declivio dolce. Veniva il momento decisivo, potevamo alzare la testa e guardare attorno. Dopo alcuni minuti di esitazione la nostra attenzione rimase fissa, immobile, a guardare qualcosa di imprevedibile e impensabile. La volta celeste non era più in alto a una distanza infinita. Sembrava scendere verso la terra e la terra salire verso il cielo, come se queste due entità si unissero.

James Turrell, Roden Crater, Flagstaff, Arizona, USA

James Turrell, Roden Crater, Flagstaff, Arizona, USA

Era il cerchio quasi perfetto del margine del cratere che creava questo effetto. Un fenomeno unico, impossibile da percepire in condizioni diverse da quelle così speciali.

James Turrell, Roden Crater, Flagstaff, Arizona, USA

James Turrell, Roden Crater, Flagstaff, Arizona, USA

Ogni tanto, grandi nubi bianche attraversavano il cielo spinte dal vento. Il bianco stava cambiando in un altro colore; quasi improvvisamente il cielo si riempì di rosso. Le nubi sembravano enormi montagne galleggianti nell’aria, rosse. Intanto le nubi cambiavano forma, le nuove erano giallo oro, poi viola, rosa. Per alcuni minuti il cielo era attraversato da raggi verdi. Non eravamo di fronte a una finestra che ci consentisse di vedere bellissimi colori, come nella casa di Turrell; nel cratere, invece, tutto diventava colore, il colore era tutto, la terra spariva nella penombra del tramonto. Finalmente capivamo perché Turrell ci aveva fatto aspettare per farci vedere qualcosa di non immaginabile. Intanto il tramonto finiva. I colori impallidivano e sparivano, il cielo da blu diventava viola e da viola nero. Apparivano le prime stelle, luminose, sempre più luminose e sempre più numerose. (…)

James Turrell, Roden Crater, Flagstaff, Arizona, USA

James Turrell, Roden Crater, Flagstaff, Arizona, USA

Il programma di Turrell per fare diventare il cratere un’opera d’arte sarebbe costato alcuni milioni di dollari; una meravigliosa utopia, una vera utopia, per qualcuno che non aveva dollari. Ma aveva la caratteristica molto rara di essere un obiettivo bellissimo. Qualche volta le cose bellissime e quindi inutili, come tutte le cose veramente belle, possono diventare vere. Sono i sogni di chi crede nella forza silenziosa della bellezza, qualche volta vince e premia chi lavora per lei. Senza pensare ad altro, solo alla bellezza.

Giuseppe Panza, Ricordi di un collezionista, Milano 2006, pp.152-154.

James Turrell, Roden Crater, Flagstaff, Arizona, USA

James Turrell, Roden Crater, Flagstaff, Arizona, USA

Roden Crater

James Turrell

 

 

 

 

john-baker

Quasi nulla è dato sapere dell’inglese John Alec Baker (1926-1987), a parte l’artrite reumatoide di cui soffriva e il cancro che l’ha ucciso prematuramente, dovuto ai farmaci presi per curare la sua prima malattia. Due soli sono i titoli pubblicati rispettivamente nel 1967 The Peregrine (Il falco pellegrino) e nel 1969 The Hill of Summer (L’estate della collina). E sono due capolavori unici della letteratura inglese del secolo scorso. La conoscenza della lingua è stupefacente, lo stile è estremamente terso, l’uso delle parole e dei sinonimi così attento da restare ammirati per ogni variazione minima fra riga e riga. Quest’uomo conduce nel cuore della natura, fa immedesimare il lettore in essa, e d’un tratto si è nel mezzo del bosco a percepire una vasta gamma di sensazioni e loro sfumature cromatiche, tattili, uditive, olfattive, che prima s’ignoravano.

Sa essere elegiaco, Baker, ma non manierato, poiché si passa dalla fascinazione-immersione nel mondo silvestre alla descrizione puntuale della ferocia della natura stessa: mai scordare che quotidianamente in essa migliaia di vite animali lottano per sopravvivere. Da Virgilio a Orfeo e oltre. Stupendo.

“Mi stendo sulla collina d’erba, lasciando che il giorno scenda pigro a occidente. I monticelli delle tane di talpa si stagliano nel blu. L’aria, in alto, diventa più pura e solitaria, mentre il vento percorre l’erba e i pioppi, come viaggiatori, sembrano opporvisi. Un gheppio si leva riempiendosi d’aria le ali, come maniche a vento. Le rondini scanalano il cielo col vapore blu scuro del loro volo. È faticoso tornare in pianura seguendo il sentiero dei ricordi; è faticoso tornare al futuro perduto, al crepuscolo che sommerge la città, al cupo mondo occidentale di luce calante e cieli spezzati. La mia vita è qui, dove presto le allodole torneranno a cantare e il falco vola alto. Si vorrebbe solo avanzare immersi nel paese dell’estate, viaggiando da canto d’allodola a canto dall’allodola, attraversando il buio regno dei gufi, i poderi delle volpi, le contee dei tassi, per uscire nel luminoso dominio invernale, l’austero mondo marino dei falchi. Sulla campagna a oriente qualcosa indugia nell’aria, un pulviscolo che non si posa, una bruma che nessun lume può disperdere. È come se il mare rilucesse giù dal cielo.”

J.A.Baker, L’estate della collina, tradotto splendidamente in italiano da Salvatore Romano, Palermo 2008, p.151.

Premessa: presento di seguito il mio testo critico pubblicato per la mostra Achiropita di Nicola Montalbini, inaugurata sabato 1 aprile presso la galleria Il Coccio di Ravenna (Via Agnello Istorico 6), dove sarà visitabile sino al 13 aprile. Non perdetevela!

Nicola Montalbini, Sanpietrini, inchiostri su carta, 2017

Nicola Montalbini. Segni, ossimori 

di Luca Maggio

Il visibile si porta in spalle tutto l’invisibile. Charles Wright, Breve storia dell’ombra 

Sanno di pazienza i minuti inchiostri naturali su carta di Nicola Montalbini, odorano di tempo meditato, d’osservazione di cose talvolta minime restituita agli occhi con l’invito sottinteso a fermarsi, guardare e ragionare di pittura. I soggetti importano fino a un certo punto. O importano proprio perché quasi neutri essendo a chiunque noti. Morandi docet.

Ed è morandiano l’atteggiamento solitario dell’artista, come la sua insistita maniacalità tessitrice (o da orefice, come lui ama definirla), che lo porta segmento dopo segmento tracciato in punta di pennello a “dare stile al caos” direbbe Pasolini, ovvero dal disordine grandinante delle singole migliaia di segni-cellula alla visione ordinata e precisissima dell’insieme che riformula porzioni di mondo dai più ignorate: anziché le bottiglie, i vasi o i bicchieri del grande bolognese, appaiono qui sampietrini, murature in mattone, finestre, porte, infissi talvolta rotti, particolari d’abitazioni di cui s’intuisce l’abbandono o la vita attraverso una luce accesa o una tenda mossa dal vento e creata lasciando abitare dal bianco stesso della carta quella minuscola parte di spazio che rappresenta il tessuto. Il dialogo fra Montalbini, i suoi strumenti e supporti è sempre fitto. E diversi sono i riferimenti colti sapientemente occultati.

Nicola Montalbini, La finestra, dalla serie ‘Prospettive rovesciate’, inchiostri su carta, 2017

La metafora dell’Alberti che intendeva il quadro come “una finestra aperta sul mondo”, diviene qui il suo opposto visto che numerosi soggetti sono proprio le finestre e dunque l’artista suggerisce di guardare non attraverso esse ma esattamente esse stesse (e forse proprio in virtù di questa scelta speculare sono albertiane all’ennesima potenza).

Nicola Montalbini, Buonamico dell’Antichità, dalla serie ‘Chiese Scomparse ‘, inchiostri su carta, 2017

Se la riflessione sul tempo e il silenzio può far pensare a Morandi, in realtà per l’intensità dei segni è alla grafica pressoché sconosciuta di Domenico Gnoli che il nostro guarda, come, d’altro canto, alla scultura del romanico padano potente e solida benché aerea nel suo essere sospesa su capitelli e pareti sacre. E dunque radicano l’immaginario montalbiniano Wiligelmo, Antelami, Nicolaus (con una strizzata d’occhio, qualche secolo più in là, al gusto antiquario del Mantegna e al suo carattere marcato e insieme sofisticato), tanto che questi piccoli inchiostri-formelle possono considerarsi la sua interpretazione dei cicli dei mesi medievali e giocano a ridare in leggerezza di materiali cartacei e tecnica usata la pesantezza muraria di caseggiati o marmorea di sarcofagi e amboni paleocristiani, colorati proprio perché il loro viaggio nel tempo li presenta oggi slavati, o ancora la compattezza del Mausoleo teodericiano, protagonista d’una miniserie in cui Montalbini indulge all’ironia nel passaggio fra la messa in opera della cupola all’inizio del VI secolo, a un uso surreale della vasca sepolcrale colma d’acqua, sino al progressivo abbandono dell’area sommersa dalle falde acquifere sottostanti in cui nuota un minuscolo Corrado Ricci, per chiudere con una visione di futuro post-umano in cui l’integrazione fra pietra e natura è definitiva e irreversibile.

Nicola Montalbini, La vasca, dalla serie ‘La Rotonda del Re’, inchiostri su carta, 2016

Eliminare la presenza della figura umana, sebbene evocata dai manufatti che l’uomo sa realizzare, è tipico della produzione anche precedente di Montalbini. E nemmeno queste serie, nate fra l’estate del 2016 e l’inizio del 2017, fanno eccezione: l’artista con ironia, anzi con piacere, svuota le case dai vivi e tratteggia piuttosto elenchi di finestre e selve di sarcofagi, póleis labirintiche che custodiscono morti. Come luminosamente ha intuito il poeta Charles Wright nel suo Omaggio a Giorgio Morandi: “È giusto che noi ti vediamo soprattutto dove non ci sei, tra i tuoi oggetti”. Ecco cosa sono queste decine di inchiostri: un unico autoritratto.

Nicola Montalbini. Achiropita

Testi di Luca Maggio e Paola Babini

Dall’1 al 13 aprile 2017

Galleria Il Coccio, Via Agnello Istorico 6, Ravenna (tel. 0544.34269)

Orari 9-12 / 16-19 (lunedì e domenica chiuso)

Contatto artista: nicola.montalbini@libero.it

 

Nicola Montalbini, Senza titolo, dalla serie La Città di Dio, inchiostri e acquarello su carta, 2016

Ravenna, piazza Kennedy, rendering del progetto preliminare del 2012

Quest’anno il pesce d’Aprile più clamoroso (e caro) lo ha regalato l’amministrazione di Ravenna, da sempre targata PD e predecessori, inaugurando qualche settimana fa nel cuore del centro storico la rinnovata Piazza Kennedy, fortunatamente in modo sommesso e una volta tanto senza trombe visto il risultato più che modesto, anzi oggettivamente brutto a fronte di oltre 1,2 milioni di euro finanziati dalla Fondazione Banca del Monte di Bologna e Ravenna.

Ravenna, piazza Kennedy, con le toilettes poste a ottobre 2016 e rimosse a inizio marzo 2017

Ravenna, piazza Kennedy, la rimozione delle famigerate toilettes a inizio marzo 2017

Se si considerano i tempi biblici impiegati (il primo “concorso di idee” nel 2010, il progetto preliminare nel 2012, vari rimaneggiamenti comunali sempre più degradanti, poi i lavori effettivamente partiti nel giugno 2015 e infine l’apertura nel marzo 2017) per avere una spianata lastricata anonima e senza la minima idea o identità, caratterizzata, si fa per dire, da qualche alberello con panche usate la sera (almeno quelle!) dai senzatetto e una moltitudine di dissuasori stradali fissi in metallo (fra l’altro disposti pure asimmetricamente e con un evidente rattoppo stradale a frittata fatta…), verrebbe da gridare al capolavoro, giustamente subito impiegato per contenere bancarelle di cibarie e fritti vari come da foto sottostante, in cui si nota la ciliegina sulla torta evidenziata in rosso: ricordate l’enorme toilette da 180 mila euro che per mesi ha ornato la piazza e che su sollevazione popolare è stata rimossa a inizio marzo (peraltro, continuando a piovere sul ridicolo, date le dimensioni si è pure incastrata in via San Gaetanino durante le operazioni di trasporto)?

Bene, ciò che vedete è il rimanente, ovvero il container occupante parte dell’area d’ingresso alla piazza, ormai inamovibile poiché all’interno è stata dislocata la centrale elettrica di tutta la zona. Lo so, mi ripeto: capolavoro!

Dunque buon primo aprile a tutti, per quanto qui a Ravenna la risata sia a denti stretti e sappia più di spreco, cattivo gusto, tragicommedia estetica e squallore interiore di chi ha voluto, progettato, autorizzato e così realizzato una tale permanente miseria.

Ravenna, piazza Kennedy, marzo-aprile 2017

Ravenna, piazza Kennedy, marzo-aprile 2017

Ravenna, piazza Kennedy, marzo-aprile 2017

Ravenna, piazza Kennedy, marzo-aprile 2017, il rattoppo stradale (evidenziato in rosso) al posto di un dissuasore mal piantato