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Carol Rama, La macelleria, 1980, pennarello e acrilico su tela da capote, 120x120cm. Torino, collezione privata. Ph. Pino Dell’Aquila © Archivio Carol Rama, Torino

Il nuovo progetto di AitArt – Associazione Italiana Archivi d’Artista – dal titolo InMostra. Gli Archivi di AitArt, prevede la presentazione dei propri artisti attraverso una serie di rassegne virtuali che illustreranno l’opera degli artisti degli Archivi associati. 

Il primo appuntamento PASSIONE ARTE è dedicato al talento delle donne: Gabriella Benedini, Rachele Bianchi e Carol Rama. La mostra virtuale, articolata in tre rassegne personali ideate dai curatori dei rispettivi archivi, sarà visibile a partire da oggi, lunedì 14 giugno alle ore 18, in concomitanza con la presentazione che avverrà sulla piattaforma global.gotomeeting.com/join/766228605. La mostra rimarrà poi a disposizione del pubblico sul sito di AitArt

Gabriella Benedini, Navigazioni, 1997. Legno, cm 65x320x125cm (circa). Ph. Andrea Valentini

Gabriella Benedini, Rachele Bianchi e Carol Rama: tre artiste molto diverse tra loro per storie personali e per ricerca artistica, che hanno operato in modi e ambiti del tutto differenti. Sono state accomunate, però, nel loro operare da una forte e caparbia determinazione, hanno lavorato instancabilmente, nonostante le difficoltà determinate dal loro essere donne in una società, anche quella dell’arte, declinata prevalentemente al maschile.


Irene Guzman press

Rachele Bianchi, Donna con bambino, modello in terracotta del 1955 riproduzione in marmo 1994 Marmo, 57 x 47 x 42 cm

Alessandro Pessoli, The Rich, 2019. Courtesy greengrassi (Londra) e ZERO… (Milano)

Dal 7 maggio al 10 luglio 2021, le antiche sale di Palazzo Vizzani a Bologna ospiteranno CITY OF GOD, mostra personale di Alessandro Pessoli (nato a Cervia nel 1963, dal 2010 vive e lavora a Los Angeles), a cura di Fulvio Chimento e organizzata da Alchemilla (Bologna), greengrassi (Londra), ZERO… (Milano). 

Alessandro Pessoli, Stupida dolce testa, 2016. Courtesy greengrassi (Londra) e ZERO… (Milano)
Alessandro Pessoli, The border, 2021. Courtesy greengrassi (Londra) e ZERO… (Milano)

La mostra attinge alla produzione recente di Pessoli, oltre a presentare opere realizzate appositamente per la mostra. Al primo gruppo appartengono le opere in terracotta, i dipinti e la scultura City of God, da cui la mostra prende il nome. Del secondo nucleo di opere, nato appositamente per gli spazi tardo settecenteschi di Alchemilla (dimora del Cardinal Lambertini, futuro Papa Benedetto XIV), si ricordano due gruppi di disegni su carta a tecnica mista e le sculture The garden DelightAP 1963 e Testa fiorita

Alessandro Pessoli, Couple, 2020. Courtesy greengrassi (Londra) e ZERO… (Milano)
Alessandro Pessoli, Kingswells Davil, 2021. Courtesy greengrassi (Londra) e ZERO… (Milano)

CITY OF GOD è un omaggio all’omonimo film di Fernando Meirelles: storia vera ispirata alla figura di Wilson Rodrigues, bambino cresciuto in una favela a Ovest di Rio De Janeiro che pur vivendo a stretto contatto con una violenza strabordante, mantiene integro il proprio disegno di vita, diventando tra i fotoreporter più affermati del panorama brasiliano. In mostra Pessoli mette in relazione vari registri narrativi, ora ironici e surreali, ora tragici e avvolgenti, divenendo regista occulto che determina la presenza scenica dei suoi personaggi, insofferenti alle insidie del presente. Nella “Città di Dio” dolcezza e dramma viaggiano sullo stesso binario, le passioni hanno tinte forti, il destino è una piccola fiamma che resiste al vento. 

Alessandro Pessoli, City of God, 2017-2020. Courtesy greengrassi (Londra) e ZERO… (Milano)

Mostra: Alessandro Pessoli. CITY OF GOD

Sede: Palazzo Vizzani, via Santo Stefano 43, Bologna

Organizzata da: Alchemilla (Bologna), greengrassi (Londra), ZERO… (Milano)

A cura di: Fulvio Chimento

Periodo: 7 maggio – 10 luglio 2021
Si ringraziano: Zunarelli – Studio Legale Associato e Z&C International s.r.l

Progetto grafico: Elisa Campagnaro

INGRESSO LIBERO SU PRENOTAZIONE

Iscrivendosi al seguente link cityofgodalchemilla.eventbrite.it

In occasione di ART CITY Bologna
Venerdì 7 maggio 2021: 10-21 
Sabato 8 maggio 2021: 10-21 
Domenica 9 maggio 2021: 10-20 

Nei giorni successivi 
Tutti i venerdì dalle ore 18 alle 21 e sabato dalle ore 16 alle 21  
Aperture domenicali speciali: 23 e 30 maggio, 6 e 20 giugno, dalle ore 16 alle 20

Gli altri giorni su appuntamento, telefonando a 340 4700468 / 333 2915615

Ufficio stampa

Irene Guzman | irenegzm@gmail.com | tel. 349 1250956

Informazioni www.alchemilla43.it | info@alchemilla43.it

Sono due le mostre pensate e inaugurate nella primavera 2021 sul territorio romagnolo per celebrare Dante nel settecentesimo anniversario della scomparsa, l’uomo, l’autore, il mito letterario: l’una a Forlì, Dante. La visione dell’arte, curata da Gianfranco Brunelli, Fernando Mazzocca, Antonio Paolucci e Eike D. Schmidt, e promossa dalla Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì, dall’omonimo Comune e dalle Gallerie degli Uffizi, presso il complesso museale di San Domenico; l’altra a Ravenna, Dante e le arti al tempo dell’esilio, curata da Massimo Medica e promossa dal Mar, Comune di Ravenna e Assessorato alla Cultura, presso la Chiesa di San Romualdo, nell’ambito di numerose altre iniziative correlate che culmineranno col prossimo settembre dantesco (ricordiamo che il poeta morì fra il 13 e il 14 settembre 1321).

Premesso che entrambe le esposizioni sono grandi, valide e da visitare, vorrei soffermarmi sul doppio significato dell’aggettivo grande: derivato dal latino grandis, esso indica nella doppia accezione sia qualcosa di notevole per estensione e proporzioni, sia qualcosa di importante e straordinario.

La mostra forlivese – purtroppo, come sempre – pecca di horror vacui, per cui è grande in entrambi i sensi: avendo spazi decisamente rimarchevoli ogni anno viene presa la decisione di riempirli tutti, sino all’ultimo angolino a disposizione probabilmente ambendo a coprire ogni aspetto del tema di volta in volta indagato, cosa che per altro potrebbe ben svolgere l’apparato critico e di fatto è assolta dal documentatissimo catalogo. Sicché accanto a capolavori assoluti (da Beato Angelico a Giotto, da Casorati a Dante Gabriel Rossetti, passando per codici miniati e sculture medievali o antiche di sicuro valore storico e artistico) e altre opere minori ma altrettanto importanti, ci sono vistosi cali di tensione, sino a cadere nella ridondanza soprattutto ottocentesca – grafica o dipinta o scolpita – tale per cui, dopo tanti anni, ancora mi domando quale sia il motivo di ribadire con decine e decine di esempi e repliche i concetti chiave che la mostra dovrebbe chiarire, rischiando di far perdere il filo o i fili rossi che dovrebbero condurre il ragionamento. Dopo centinaia di oggetti esposti, inevitabilmente, non riesco mai a vedere le ultime sale con l’attenzione che probabilmente meriterebbero. Ma lo sguardo ormai è stanco, distratto da tanti lavori precedenti di cui si sarebbe potuto fare a meno, perché non completano anzi appesantiscono la qualità di un percorso che, ribadisco, è comunque da visitare.

La mostra organizzata a Ravenna è decisamente più contenuta, occupando gli spazi dell’ex chiesa camaldolese attigua alla Biblioteca Classense e nelle immediate vicinanze del museo TAMO, luoghi dove pure sono in corso altri eventi espositivi legati a Dante, insieme al rinnovato Museo dantesco presso i Chiostri francescani in prossimità della Tomba del poeta. Tuttavia, proprio la compattezza del luogo e l’attenta selezione di opere in esso contenute rendono grande nel secondo significato questa esposizione di cui sin dal titolo si capisce l’ambito di ricerca: Le arti al tempo dell’esilio.

Così, seguendo un allestimento diviso attraverso i nomi delle città vissute dall’Alighieri, si alternano sulle pareti o sotto teca una serie di capolavori dipinti, scolpiti, miniati, intagliati ecc., o di opere, talvolta copie, comunque di fondamentale valore esplicativo tali per cui alla fine del circuito anche il visitatore meno accorto ha un’idea precisa di ciò che Dante può aver visto durante il suo peregrinare e che ha sicuramente contribuito a alimentare la sua già fervida fantasia: dalla Firenze natia con Cimabue e l’amato Giotto, alla Roma dell’odiato Bonifacio VIII, citando poi, fra le altre, Perugia e Bologna, Forlì e Lucca, Verona e Padova, e dunque ancora Giotto insieme a vari preziosissimi codici miniati, Arnolfo di Cambio e i Pisano – Nicola e Giovanni – mosaici e lacerti di affresco restanti dall’antica Basilica Vaticana, sino alla meta finale, Ravenna, con i suoi superlativi mosaici che tanto hanno partecipato alla definizione di alcune immagini paradisiache, senza dimenticare i giotteschi Pietro e Giuliano da Rimini o la semplice e bellissima Madonna (fine XIII secolo) di anonimo maestro veneziano-ravennate che pare ornasse la prima sepoltura di Dante, prima di essere rimossa dall’architetto Morigia per la costruzione della nuova e attuale Tomba verso il 1780, per essere poi acquistata nel 1860 dal collezionista francese Davillier, che alla sua morte l’avrebbe infine ceduta insieme a tanta parte delle sue raccolte al Louvre, dove ancora oggi è conservata.

Un’ultima nota. A parte i nomi scintillanti sopra elencati, desidero sottolineare la presenza di due oggetti: il tessuto azero ritrovato nel sarcofago di Cangrande della Scala, che molto dice sui contatti non solo commerciali di alcune realtà italiane con l’Asia anche dopo Marco Polo e soprattutto il faldistorio, oggi a Perugia, di probabile e pregevolissima fattura federiciana, successivamente donato da Carlo II d’Angiò al pontefice Bonifacio VIII, un oggetto colmo di storia, sintesi come la Commedia di più motivi medievali e culturali – dagli intagli finissimi e decorazioni geometriche e fitomorfe alle strepitose coppie leonine delle cime – e insieme peregrino come l’illustre protagonista cui è dedicata questa grande mostra.

Gioele Villani, tree gen.habitat., 2021, disegno automatico da Succosa con pennarelli su carta liscia, 29,7x42cm

Venerdì 7 maggio, presso Zu.Art giardino delle arti di Fondazione Zucchelli ha aperto Open-Close. Mostra dei Vincitori del Concorso Zucchelli 2021, a cura di Carmen Lorenzetti e parte del circuito di ART CITY Bologna 2021, promosso dal Comune di Bologna nell’ambito di Bologna Estate.

Dal 1963, la Fondazione Zucchelli sostiene le nuove generazioni assegnando, attraverso il Concorso Zucchelli, borse di studio agli allievi più meritevoli dell’Accademia di Belle Arti di Bologna. La collettiva presenta i lavori di sei giovani artisti vincitori del Concorso Zucchelli, selezionati da una giuria composta da Lorenzo Balbi, direttore artistico del MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna, e dai docenti, critici d’arte e curatori Valerio Dehò e Carmen Lorenzetti.

Il vincitore del Primo Premio (Premio al Talento) è Gioele Villani (Firenze, 1994) con l’opera tree_gen/habitat/, con cui prosegue la sua ricerca sul codice informatico come testo poetico attraverso l’invenzione di un linguaggio generativo (Succosa) che disegna forme bizzarre evocanti l’intrico vegetale di un sottobosco. Il codice è in grado di creare infinite variazioni, aprendo molteplici possibilità di riflessione sulla relazione uomo-macchina, natura-automazione.

Michele Di Pirro, Opere di Nero Induzione, 2020, legno, tela, carta termica, 50x40cm

Una Menzione d’Onore è stata attribuita alla proposta di Michele Di Pirro (Forlì, 1995) dal titolo Opere di Nero Induzione, composta da una tela di recupero completamente ricoperta di brandelli di carta termica, i quali, sottoposti al calore, rilasciano un colore nero intenso.
I segni di usura sulla superficie della carta creano intensi contrasti di vuoti e pieni, che vanno lentamente a uniformarsi a causa delle proprietà chimiche di questo materiale.

Nikola Filipovic, Theory of youth, 2020, stampa sublimatica su tessuto, 140x190cm
Mór Mihály Kovács, Hopscotch, 2019, mosaico di pietra calcarea, marmo nero, C2FTE S2 elastorapid, struttura di ferro, 80x20x150 cm

Il Terzo Premio è stato assegnato, ex aequo, a quattro partecipanti: Nikola Filipovic (Kotor, Montenegro, 1994) con The theory of youth, tre stampe monocromatiche blu su fondo bianco, che evocano situazioni in cui le persone non hanno il pieno controllo del proprio corpo e si trovano dunque in equilibrio precario, forse alla ricerca di una trasmigrante cultura identitaria; Mór Mihály Kovács (Budapest, 1998) con Hopscotch, un’opera che appare introversa e in bilico tra figurazione e plasticità, dove la curvatura definisce nettamente l’interno, caratterizzato da ruvido mosaico, e l’esterno, liscio e neutro, quasi a indicare un “frammento archeologico” custodito nel guscio della contemporaneità; Alice  Mazzei (Pontremoli, 1998) con Patìa, dipinto a olio in cui, con l’alternarsi di luci e ombre, pieni e vuoti, voci e silenzi, la tensione dei panneggi, rigidi e fluidi allo stesso tempo, rende manifesta la costante ambivalenza sottesa alla dimensione delle forme; Mehrnoosh Roshanaei (Teheran, 1988) con il video di animazione The Last Song, in cui ha ricreato in 3D i fiori di Franklinia alatamaha, una pianta che dall’inizio del XIX secolo è stata dichiarata scomparsa in natura, accompagnati dal canto d’amore di uccello ormai estinto.

Alice Mazzei, Patìa, 2021, Olio su tela 40×40 cm
Mehrnoosh Roshanaei, The Last Song, 2021, 7.24 min

La mostra tiene presente la pluralità di media con cui si esprimono, che va dalla pittura, alla scultura, all’installazione, alla fotografia fino al video, a testimonianza del dibattito sempre vivace che l’Accademia di Belle Arti di Bologna propone, come scrive Carmen Lorenzetti nel testo che accompagna la mostra: “La diversità delle espressioni e dei linguaggi utilizzati è una prova della capacità degli artisti, ma anche dell’Accademia che fornisce possibilità, suggestioni e stimoli attraverso un percorso formativo poliedrico che accoglie non solo docenti interni competenti e appassionati, ma anche seminari e workshop in un continuo confronto con l’eccellenza che viene da fuori”.

Mostra promossa da Fondazione Zucchelli in collaborazione con Accademia di Belle Arti di Bologna

Fondazione Zucchelli
Zu.Art giardino delle arti
Vicolo Malgrado 3/2, Bologna

eventi.fondazionezucchelli@gmail.com
www.fondazionezucchelli.it


Orari dal 10 maggio al 29 luglio: da lunedì a venerdì, dalle ore 9.30 alle ore 11.30, su prenotazione.

Ufficio Stampa
Irene Guzman | press.fondazionezucchelli@gmail.com | +39 3491250956

Federico Faruffini, Bozzetto per la battaglia di Varese, 1861-1862, olio su tela, 18,3 x 37,3 cm, collezione privata

Resterà aperta un paio di mesi, a maggio e giugno, la mostra Io guardo ancora il cielo dedicata a Federico Faruffini (1833-1869), curata da Simona Bartolena con la collaborazione di Anna Finocchi presso Villa Borromeo d’Adda ad Arcore.

Federico Faruffini, Toeletta antica, 1865, olio su tela, 40 x 49,5 cm, collezione privata

Nel comunicato stampa si legge: “Eternamente diviso tra il desiderio di ottenere il plauso della critica e la voglia di sperimentare e uscire dai canoni imposti dall’insegnamento accademico, Faruffini fu costantemente in cerca di sé stesso, mai soddisfatto, sempre pronto a rimettersi in discussione.” Sino al tragico epilogo: il suicidio.

Federico Faruffini, Catilina, 1864-1865, olio su tela, 17,5 x 34 cm, collezione privata

Aveva talento questo pittore? Senza dubbio. Ma credo sia rimasto imprigionato nella melassa provinciale italica tipica del nostro ‘800 artistico fra romanticismo e scapigliatura, con un fondo inestinguibile di retorica storicista che, nonostante le buone intenzioni, lo rende noioso come tanta pittura nostrana del secolo suo. Neanche il salutare bagno parigino o la tentata svolta fotografica degli ultimi anni riescono a mutare veramente la sua prospettiva. Sarà stata anche questa consapevolezza – amara – che gli ha perduto il senno e il senso, portandolo ad avvelenarsi?

Federico Faruffini, Ciociara, fotografia, 16 x 30 cm, collezione privata