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Eric Gill (1882-1940), The Soul and the Bridegroom, 1927

 

Ps. Grazie a Anna M. per questa pagina.

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Ketty La Rocca, Non commettere sorpassi impuri (1964-65)

Una delle grandi protagonista dell’arte italiana degli anni Sessanta e Settanta, oggi al centro di una vera riscoperta internazionale, è stata Ketty La Rocca (La Spezia, 1938 – Firenze, 1976).

Quest’anno, in occasione della XVII Biennale Donna, a quasi vent’anni dall’ultima mostra antologica a lei dedicata in Italia e a ottant’anni dalla nascita, verrà inaugurata (domani, sabato 14 aprile alle ore 18.00) una mostra intitolata Ketty La Rocca 80. Gesture, speech and word, a cura di Francesca Gallo e Raffaella Perna, in cui si presenteranno una selezione di opere focalizzate sul rapporto tra linguaggio verbale e corpo, cuore della poetica dell’artista. La mostra è realizzata in collaborazione con l’ Archivio Ketty La Rocca di Michelangelo Vasta e sarà aperta al  Padiglione d’Arte Contemporanea di Ferrara dal 15 aprile al 3 giugno 2018.

Ketty La Rocca, Via col vento, locandina (1975)

Ketty La Rocca 80. Gesture, speech and word si muoverà su un doppio binario, tematico e cronologico: opere di anni diversi saranno raccolte attorno al polo della parola, centrale nella fase verbovisiva e a quello del gesto, che invece caratterizza la produzione del decennio seguente. Il pubblico potrà vedere una selezione di circa 50 opere scelte tra le più rappresentative della produzione dell’artista – dai collage verbovisivi ai cartelli, dai videotape alle sculture sagomate, dalle Riduzioni alle Craniologie – più alcuni progetti, opere e materiali documentari mai esposti prima in Italia, come la documentazione dell’azione Verbigerazione (1973), realizzata nell’ambito della X Quadriennale d’Arte di Roma, recentemente ritrovata nell’archivio dell’ente romano, e l’audio originale della performance Le mie parole, e tu? (1975). Sarà inoltre presentato un progetto mai realizzato: In principio erat verbum, un gioco-performance che ribadisce l’interesse dell’artista per la comunicazione gestuale.

Ketty La Rocca, Le mie parole e tu (1971)

Ketty La Rocca 80. Gesture, speech and word

15 aprile – 3 giugno 2018

Padiglione d’Arte Contemporanea

Corso Porta Mare 5, 44121 Ferrara

Orari

da martedì a domenica 9.30 – 13.00 / 15.00 – 18.00

Aperto anche 23 e 25 aprile, 1 maggio e 2 giugno

Sara Zolla press

 

 

 

Sharon Lockhart, Nine Sticks in Nine Movements. Movement Three, 2018

È stata inaugurata ieri venerdì 6 aprile (fino al 3 giugno 2018) Sharon Lockhart, personale dell’artista americana curata da Adam Budak e Diana Baldon presso il MATA, ex Manifattura Tabacchi e attualmente sede espositiva temporanea di Fondazione Fotografia Modena.

Sono in mostra fotografie e sculture inedite e interconnesse, realizzate appositamente per lo spazio ​e ispirate all’attivismo sociale dei suoi operai.

Sharon Lockhart, Nine Sticks in Nine Movements. Movement Six, 2018

Il punto di partenza per questi nuovi lavori è l’interesse costante dell’artista per il ritratto, la rappresentazione, il movimento, il lavoro e il potere delle donne. La Lockhart si cimenta per la prima volta con la lavorazione del bronzo realizzando per la serie A Bundle and Five Variations (2018) alcune sculture scaturite da calchi di bastoni che l’artista stessa ha raccolto sulle montagne della Sierra Nevada in California. Grazie alla collaborazione con Ravi GuneWardena della Sogetsu School of Ikebana, queste sculture sono state disposte in sei diverse composizioni che si relazionano con le fotografie della serie Nine Sticks in Nine Movements (2018): in queste immagini, Lockhart e la protagonista degli scatti, Sichong Xie, hanno ideato un movimento per ogni scultura bronzea.

Sharon Lockhart, Nine Sticks in Nine Movements. Movement Nine, 2018

Grazie agli intensi scambi tra l’artista, i curatori e Fondazione Fotografia Modena, la mostra affronta inoltre la storia fortemente politicizzata della sede espositiva, un’ex manifattura tabacchi, per alcuni periodi popolata esclusivamente da forza lavoro femminile. È infatti inclusa una selezione di immagini inedite proveniente dagli archivi del noto studio fotografico modenese Botti e Pincelli, ora proprietà del Comune di Modena con gestione della Fondazione Modena Arti Visive, di cui peraltro fanno parte la stessa Fondazione Fotografia Modena insieme alla Galleria Civica di Modena e al Museo della Figurina.

Irene Guzman press

Sharon Lockhart – Fondazione Fotografia Modena

www.lockhartstudio.com

Amo l’opera di Adriano Spatola (Sappiane, 1941 – Sant’Ilario d’Enza, 1988), intellettuale, saggista, editore e anzitutto poeta totale. Poco tempo fa mi è capitato di trovare la bellissima raccolta Diversi accorgimenti che uscì nel settembre 1975 per i tipi delle sue mitiche edizioni Geiger.

Mi sono accorto che questo libro presentava delle piccole sorprese e non a caso pubblico questo articolo oggi, strano giorno in cui coincidono la Pasqua cristiana e il primo aprile, ricorrenza pagana e unica data che questo blog festeggia annualmente.

Tornando al mio volumetto, alcune pagine hanno una tinta azzurrina, un probabile errore di stampa, e su altre addirittura impronte digitali (del tipografo? Dello stesso Spatola?).

Poi, sulla quarta di copertina, la citazione della nota critica di Luciano Anceschi è riportata solo parzialmente, mentre sulla sinistra, prima del prezzo, peraltro di lire 4000 a differenza delle 2400 consuete, c’è fra parentesi la scritta “ristampa”, benché all’interno l’edizione risulti sempre del settembre 1975. Infine, sempre vicino al prezzo ma verso destra è applicata un’etichetta, forse coeva, con la cifra 30/100, quasi fosse una riedizione limitata.

Incuriosito, ho domandato qualche lume al fratello di Adriano, ovvero Maurizio Spatola, che curando il prezioso Archivio e l’ottimo Blog ad esso collegato, non solo ha risposto con grande gentilezza, ma mi ha anche accordato il permesso di pubblicare qualche immagine del libretto, peraltro visibile per intero al seguente link:

www.archiviomauriziospatola_diversiaccorgimenti

Dunque Maurizio Spatola ha escluso che si possa trattare di un’edizione pirata successiva alla prima, “anche per la variazione del prezzo troppo limitata. Ritengo invece che mio fratello, accortosi di qualche errore di stampa o refuso, abbia fatto una piccola ristampa corretta, numerando poi le copie per poter giustificare l’aumento del prezzo in copertina.” Inoltre, l’ipotesi di ristampa per correzione è l’unica possibile visto che la prima tiratura non andò esaurita. Resta la stranezza dell’etichetta e delle pagine azzurrine non presenti nelle copie in possesso del Sig. Maurizio e che rendono ai miei occhi ancor più prezioso il mio volumetto, benché queste impurità potrebbero far storcere il naso a più di qualche bibliofilo purista. Poco male e buon pesce d’aprile pasquale a tutti voi!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Gustav Klimt, Ritratto di Adele Bloch-Baue I, 1907, New York, Neue Galerie

“Coloro che non sono innamorati della bellezza, della giustizia e della sapienza sono incapaci di pensiero.” Hannah Arendt, La vita della mente

Premessa: protagonisti della scena seguente tratta da Stolen Beauty (2017) di Laurie Lico Albanese sono Adele Bloch-Bauer e Gustav Klimt, intento a dipingere il celebre Bacio. Il romanzo si articola in capitoli in cui vengono narrate in prima persona le storie parallele di Adele sullo sfondo decadente e meraviglioso della Vienna di inizio ‘900 e di sua nipote Maria Altmann, dalla fuga dall’Austria hitleriana sino alla restituzione in tarda età (nel 2006, a 90 anni!) di alcuni capolavori rubati alla sua famiglia dai nazisti verso la fine degli anni ’30 del secolo scorso. Da questa vicenda è stato tratto il bel film Woman in Gold (2015) con protagonista Helen Mirren, ispirato però al precedente libro di Anne-Marie O’Connor The Lady in Gold (2012).

Trattando di arte, giustizia e bellezza, ho pensato fosse la pagina giusta per festeggiare l’ottavo compleanno di questo blog, aperto il 21 marzo del 2010. Ringrazio le migliaia di lettori che in tutto questo tempo hanno voluto fermarsi e dedicarmi qualche attimo del loro cammino.

Gustav Klimt, Il bacio, 1907-08, Vienna, Österreichische Galerie Belvedere

“Lavorava lentamente, con un becco di Bunsen e un vasetto di colla. Passava prima la colla su un pezzetto di tela, poi scioglieva l’oro con la fiamma. Quando aveva raggiunto la giusta fluidità applicava la pittura d’oro con un pennellino piatto. I corpi dell’uomo e della donna venivano avvolti assieme da un unico involucro d’oro: tra loro nemmeno una linea, soltanto i simboli che si fondevano e le vesti che fluttuando si mescolavano in una sola.

-Una volta mi hai chiesto come volevo essere considerata da Vienna, – dissi io. – Ecco quello che voglio – questa magnificenza e ricchezza. Questo genere di complessità: l’infinito fondermi nella città.

– Ed è esattamente quello che intendo donarti, – disse lui.

Quello che c’era tra noi non era affatto semplice, come il puro desiderio o l’attrazione sessuale. Era una brama di bellezza e di significato, la voglia di ricercare nel mondo e in noi stessi. Avevamo il senso della permanenza e la paura dell’oblio. Sapevamo, naturalmente, che tutto è transitorio e niente dura – ma questo non ci impediva di anelare a qualcosa di eternamente bello.”

Laurie Lico Albanese, La bellezza rubata, Torino 2018, p.221.

Premessa: talvolta l’impulso di tradurre è irresistibile quanto imprevisto. Come nel caso di questi versi della Bishop. E tradurre (dal latino traducĕre, portare oltre)  per me significa anche tradire (dal latino tradĕre, consegnare), ovvero non attenersi legnosamente alla lettera e alla metrica di un’altra lingua, ma condurre il significato di quelle parole oltre, consegnandole al senso-suono della propria cultura, del proprio mondo.

Dedico questa traduzione a Mario Raciti, pittore di verità, alla sua arte che è poesia di presenza e assenza senza fine. Con l’occasione segnalo anche l’ultima sua bellissima personale Il senso dell’oltre, presso l’ottima Galleria L’Incontro a Chiari (BS), appena inaugurata e aperta sino al 21 aprile 2018.

 

Mario Raciti, Mitologia, 1989, courtesy Galleria L’Incontro, Chiari (BS)

 

One Art by Elisabeth Bishop

 

The art of losing isn’t hard to master;

so many things seem filled with the intent

to be lost that their loss is no disaster.

 

Lose something every day. Accept the fluster

of lost door keys, the hour badly spent.

The art of losing isn’t hard to master.

 

Then practice losing farther, losing faster:

places, and names, and where it was you meant

to travel. None of these will bring disaster.

 

I lost my mother’s watch. And look! my last, or

next-to-last, of three loved houses went.

The art of losing isn’t hard to master.

 

I lost two cities, lovely ones. And, vaster,

some realms I owned, two rivers, a continent.

I miss them, but it wasn’t a disaster.

 

—Even losing you (the joking voice, a gesture

I love) I shan’t have lied. It’s evident

the art of losing’s not too hard to master

though it may look like (Write it!) like disaster.

 

Elisabeth Bishop (1911-1979), One Art, from The Complete Poems 1927-1979 (Farrar, Straus and Giroux, 1979-1983).

 

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Un’arte di Elisabeth Bishop

 

L’arte di perdere non è difficile da imparare;

così tante cose sembrano compiersi con la voglia

di andare perdute, ma questo loro perdersi non è un disastro.

 

Perdi ogni giorno qualcosa. Accetta l’ansia

per le chiavi della (tua) porta perdute, per l’ora inutilmente sprecata.

L’arte di perdere non è difficile da apprendere.

 

Esercitati a perdere di più e più velocemente:

luoghi e nomi e la meta che pensavi

di raggiungere. Niente di tutto questo sarà un disastro.

 

Ho perduto l’orologio di mia madre. E guarda! Se n’è andata

anche l’ultima, o prossima a esserlo, delle mie tre amate case.

L’arte di perdere non è difficile da imparare.

 

Ho perso due città e belle. E, più vasti,

furono miei alcuni regni, due fiumi, un continente.

Mi mancano, ma perderli non fu un disastro.

 

Anche perdere te (la voce scherzosa, il gesto

che amo) non mi farà cambiare idea. È evidente

l’arte di perdere non è poi difficile da apprendere

ma somiglia (scrivilo!) a un vero disastro.

 

Elisabeth Bishop (1911-1979), Un’arte, traduzione di Luca Maggio.

 

Premessa: di seguito il mio testo critico in catalogo per la mostra SensofOrme di Roberto Pagnani, 24 febbraio-10 marzo 2018, niArt Gallery, Ravenna.

Roberto Pagnani, Giulia seduta, 2018, smalti e tempere su tela

Sforme

di Luca Maggio

 

Femme tu mets au monde un corps toujours pareil

Le tien

Tu es la ressemblance.

Paul Éluard, Facile, 1935

 

Sforme è un neologismo che aiuta a definire l’ultimo e inedito ciclo pittorico di Roberto Pagnani dedicato al corpo femminile, unione di SFOndi da cui emergono tonalità e combinazioni che costituiscono l’humus cromatico primo e sottostante alla campitura celeste di superficie, e di foRME di donna quasi giustapposte a questa o meglio, secondo il proposito dell’autore, quasi figure strappate e poste sulla tela (in realtà nate su tale supporto), simulando una relazione ludicamente contraria alla street art.

Il rapporto dialogico, dunque denso di costruzioni e contrasti, tra forme e sfondi e colori, ora volutamente opachi ora lucidi, alternando voluttuosamente quanto deliberatamente smalti e tempere e acrilici, è il cuore di questi lavori che vivono secondo lo stesso Pagnani di una “pittura sensorialmente tattile”.

Se l’unità d’insieme pare garantita dall’azzurro omogeneamente steso con i pennelli, ben presto si avvertono le divergenze, laddove in squarci talvolta brevi come lampi dell’inconscio si affacciano rossi, beige, gialli, blu e avorio non dipinti sopra l’azzurro ma sotterranei a esso e costituenti pertanto l’anima prima e nascosta dei quadri, a simulare gli strappi stessi lungo i bordi delle figure o talvolta affioranti in alcuni particolari all’interno dei corpi rappresentati.

Il celeste, in genere delicato, diviene dunque quasi pop rispetto alle tecniche usate per le forme femminili, che non si generano in forza di pennello, ma grazie a colpi di spatola e mano, oltre all’impiego di stecchini immersi negli smalti neri sia per marcare e ispessire i contorni sia per le fondamentali colature, reminiscenze d’informale che sempre lavorano in Roberto, impronte che continuano la vita delle singole opere oltre l’intenzione razionale dell’autore. Come sostiene la straordinaria Greta Wells, protagonista del capolavoro di Andrew Sean Greer: “Siamo molto di più di quello che diamo per scontato.”

E impronte della memoria, scatti fotografici non in posa, talvolta con cenni di moto, possono considerarsi questi schizzi di donna che sono completi proprio nella loro indeterminatezza voluta, immaginati senza volto, in qualche caso senza braccia, ma presenti con i volumi di schiena e seni e glutei e gambe talvolta fasciate da folgori seducenti di calze nere o rosse o gialle, oggetti-soggetti pittorici in sé (come nel superbo lavoro fotografico del ’78 di Carla Cerati, Forma di donna, in cui l’autrice scriveva in premessa: “Mi resi conto che quel corpo per me aveva cessato di appartenere a una persona: non era altro che un oggetto tridimensionale con una capacità di assorbire o riflettere o respingere la luce.”), la cui identità non va cercata in una modella che di fatto non esiste, ma nelle forme stesse che li fondano, col loro carico di disordine immediato e manuale, sbozzato e dotato di craquelure, contro l’ordine equabile e rassicurante dell’azzurro su cui paiono poggiarsi grazie ai contorni accesi dal colore: questi esaltano la sensuosità della materia carnosa in via di sfacimento e perciò aperta alle cromie sottostanti: esse, nel rivelarsi a tratti, smangiate, contribuiscono a risolvere il piacere carsico della tela, fra prigionia di un desiderato masochismo pittorico e sua liberazione.

Roberto Pagnani, SensofOrme, niArt Gallery, Ravenna 2018

Roberto Pagnani, SensofOrme, niArt Gallery, Ravenna 2018

Roberto Pagnani, SensofOrme, niArt Gallery, Ravenna 2018

Roberto Pagnani, SensofOrme, niArt Gallery, Ravenna 2018

Roberto Pagnani, SensofOrme, niArt Gallery, Ravenna 2018

Da sinistra: Matteo Ramon Arevalos, Roberto Pagnani, Luca Maggio alla mostra SensofOrme, niArt Gallery, Ravenna 25 febbraio 2018