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Archive for dicembre 2014

Premessa: saluto followers e lettori occasionali con questo post goloso (ma non troppo), augurando a tutti buone feste. Ci rivediamo verso metà gennaio.

Giuseppe Arcimboldo, Vertumno (ritratto di Rodolfo II d'Asburgo), 1590 ca., olio su tavola, Skokloster Slott, Balsta, Svezia

Giuseppe Arcimboldo, Vertumno (ritratto di Rodolfo II d’Asburgo), 1590 ca., olio su tavola, Skokloster Slott, Balsta, Svezia

Le immagini, l’abilità e la fantasia di Giuseppe Arcimboldo (Milano, 1526-1593) sono universalmente note: le serie diverse e allegoriche delle quattro stagioni, i quattro elementi naturali, alcuni ritratti di mestieri (il bibliotecario, il giurista) talvolta in ceste reversibili (l’ortolano, il cuoco), probabilmente personaggi della corte imperiale di Rodolfo II d’Asburgo nella Praga magica del secondo ‘500 meravigliosamente analizzata dall’acume del poeta e slavista Angelo Maria Ripellino nell’omonimo saggio del 1973, di cui Skira ha ripubblicato nel 2011 un estratto significativo dal titolo Arcimboldo e il re malinconico.

Nelle opere di questo pittore, scrive Ripellino, “un volto, un volto di pezzi diversi è un oggetto, un oggetto adorno. L’uomo diventa inventario e addizione dei propri strumenti abituali, un fantoccio composto degli arnesi del suo mestiere. Del corpo non v’è sentore nelle immagini dell’Arcimboldo, ma si presume rigido e marionettesco. Tutto l’umore viene riassunto dal capo che è un rompicapo, un puzzle di oggetti incastrati l’uno nell’altro, di vegetali che allignano insieme in un’apparente concordia, come le viti con gli olmi e le ulive con le mortelle, di bestie riunite per mansuetudine.

Giuseppe Arcimboldo, Acqua, 1566, olio su legno di ontano, Kunsthistorisches Museum, Vienna

Giuseppe Arcimboldo, Acqua, 1566, olio su legno di ontano, Kunsthistorisches Museum, Vienna

Giuseppe Arcimboldo. Terra, 1566 ca., olio su tavola, Coll. privata, Austria

Giuseppe Arcimboldo. Terra, 1566 ca., olio su tavola, Coll. privata, Austria

Alla vita si sostituisce il rappezzo inerte, l’insieme di molti congegni (…). La fantoccesca ricucitura di attrezzi e di volatili e di frutti indica il decadimento della bellezza del Volto, che, rinunziando ad essere sembianza di Dio, si fa laido e morchioso, e si riduce a compendio e dispensa di oggetti, perché l’uomo è schiavo degli arnesi che si illude di manovrare e che lo divorano invece, sino a invadere le sue fattezze.

La serialità di queste facce composite contiene due opposti aspetti: da un lato esse suggeriscono un’ammiccante vuotaggine, un Menetekel di orrore, un lugubre senso di disfacimento e di morte, dall’altro hanno qualcosa di ironico e farsesco, una lächerliche Anatomie da baraccone, gli attributi di un mondo carnevalesco e scurrile, un modo da Celionati.”

Giuseppe Arcimboldo, L'ortolano, 1588-1590 ca., olio su tavola, Museo Civico Ala Ponzone, Cremona

Giuseppe Arcimboldo, L’ortolano, 1588-1590 ca., olio su tavola, Museo Civico Ala Ponzone, Cremona

Giuseppe Arcimboldo, Il cuoco, 1570 ca., olio su tavola, Nationalmuseum, Stoccolma

Giuseppe Arcimboldo, Il cuoco, 1570 ca., olio su tavola, Nationalmuseum, Stoccolma

Ora, a proposito di attenzione per l’animo umano sin nelle sue pieghe difformi e caricaturali, l’esempio principe e in principio del ‘500 è Leonardo. Fra gli altri egli influenzò anche lo scultore Giovan Francesco Rustici (Firenze, 1475 – Tours 1554), protagonista del manierismo italiano e francese, le cui vicende biografiche sono narrate nella seconda e definitiva edizione delle Vite del Vasari (1568).

Leggendo si viene così a sapere che Rustici, uomo “piacevole e capriccioso” come nessun altro, aveva fondato a Firenze la cosiddetta “Compagnia del Paiuolo”, composta da numerosi artisti suoi amici coi quali si riuniva per organizzare cene stravaganti e divertenti, piene di invenzioni culinarie (e non solo) cui ciascuno doveva contribuire con assoluta originalità, pena la punizione da parte del “signore” della serata di volta in volta eletto fra i commensali.

Lo stesso nome della Compagnia derivava dalla volta in cui Rustici aveva sistemato i suoi ospiti in “un grandissimo paiolo fatto d’un tino” decorato con tele e pitture, mentre fra le portate aveva pensato “una caldaia fatta di pasticcio, dentro alla quale Ulisse tuffava il padre per farlo ringiovanire”, essendo le due figure “capponi lessi che avevano forma d’uomini” peraltro buoni da mangiare.

Giuseppe Arcimboldo, Il giurista, 1566, olio su tela, Castello di Gripsholm, Mariefred, Svezia

Giuseppe Arcimboldo, Il giurista, 1566, olio su tela, Castello di Gripsholm, Mariefred, Svezia

Altra cena altra invenzione, stavolta del celebre pittore Andrea del Sarto, che preparò un tempio “simile a quello di San Giovanni”, salvo il suo esser fatto di gelatine di vari colori a imitare un mosaico pavimentale, con delle colonne in salsiccia e capitelli e basi di parmigiano, cornicioni in pasta di zucchero e la tribuna in marzapane. Per non dire del leggìo in mezzo al coro “fatto di vitella fredda con un libro di lasagne che aveva le lettere e le note da cantare di granella di pepe; e quelli che cantavano al leggìo erano tordi cotti col becco aperto e ritti, con certe camiciole a uso di cotte fatte di rete di porco sottile; e dietro a questi, per contrabbasso, erano due piccioni grossi, con sei ortolani che facevano il soprano.”

Giuseppe Arcimboldo, La cantina, 1574, olio su tavola, Coll. privata, Londra

Giuseppe Arcimboldo, La cantina, 1574, olio su tavola, Coll. privata, Londra

Su esempio del Paiolo, nel 1512, sempre a Firenze, nacque un’altra Compagnia detta della Cazzuola e assai simile all’altra in quanto a foggia dei piatti preparati e ad artisti partecipanti, fra cui l’immancabile Rustici, ma qui si doveva anche venir vestiti a tema e prendere parte a vere e proprie azioni teatrali (happening ante litteram?) con finale, ovviamente, mangereccio. Per saperne di più, a parte la fonte vasariana, si consiglia l’ultimo saggio del medievista e storico dell’alimentazione Massimo Montanari I racconti della tavola (Laterza 2014), che, oltre a essere lettura piacevolissima, è come sempre ricco di particolari storico-letterari e implicazioni antropologiche che solo un’osservazione attenta della cultura del cibo può dare.

Giuseppe Arcimboldo, Estate, 1573, olio su tela, Musée du Louvre, Parigi

Giuseppe Arcimboldo, Estate, 1573, olio su tela, Musée du Louvre, Parigi

In finale di battuta, viene da associare queste Compagnie rinascimentali ad altre cinematografiche e novecentesche come gli Amici miei di Monicelli (si ricordi che il progetto del film era di un altro grande, Pietro Germi, purtroppo scomparso prima di poterlo girare) o il quartetto de La grande bouffe di Ferreri: proprio la carica malinconica di questi ensemble, con l’associazione fra cibo e thanatos dichiarata in Ferreri, riporta alle parole di Ripellino su Arcimboldo, alla serialità mortifera dei suoi elenchi-ritratto sospesi fra l’horror vacui della farsa carnescialesca e la messa in scena di manichini privi d’anima in forma d’oggetti e cibi d’uso umano e quotidiano.

Giuseppe Arcimboldo, Autunno, 1573, olio su tela, Musée du Louvre, Parigi

Giuseppe Arcimboldo, Autunno, 1573, olio su tela, Musée du Louvre, Parigi

Per quanto l’atteggiamento di Rustici e dei suoi sodali fosse evidentemente goliardico (si potrebbe poi strologare se tutto ciò non celasse un tentativo di sfuggire al tedium vitae tanto comune ai Nati sotto Saturno di wittkoweriana memoria), non è poi così ardito pensare che l’ormai quarantenne Arcimboldo avesse letto delle imprese gastronomiche dello scultore fiorentino e forse ne avesse tratto qualche spunto da mettere, sia pur con altra intenzione, non più in tavola con spezie e olio, ma su tavola (o tela) con olio di pittura.

Giuseppe Arcimboldo, Il bibliotecario, 1562 ca., olio su tela, Castello di Skokloster, Svezia

Giuseppe Arcimboldo, Il bibliotecario, 1562 ca., olio su tela, Castello di Skokloster, Svezia

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Aurelio Amendola, Alberto Burri, Città di Castello, 1976

Aurelio Amendola, Alberto Burri, Città di Castello, 1976

A fine settimana, sabato 20 dicembre, nel Salone delle Scuderie in Pilotta a Parma si inaugurerà la mostra Fuoco nero: materia e struttura attorno e dopo Burri organizzata dallo CSAC – Centro Studi e Archivio della Comunicazione dell’Università di Parma, il maggiore fondo sul Novecento esistente in Italia[1].

Il punto di partenza della mostra, il Fuoco nero del titolo, è il confronto tra la nota sequenza fotografica di Aurelio Amendola che ritrae Alberto Burri mentre crea con il fuoco una sua Plastica, e il grande Cellotex nero di Burri da lui stesso donato allo CSAC negli anni Settanta.

Alberto Burri, Grande nero cellotex M2, 1975, cellotex e acrilico su tela

Alberto Burri, Grande nero cellotex M2, 1975, cellotex e acrilico su tela

Attorno a quest’opera, in occasione dell’approssimarsi del centenario della nascita dell’artista (1915-1995), è stato chiesto ad artisti significativi di diverse generazioni di donare allo CSAC un’opera che essi pensassero collegata alla ricerca di Alberto Burri.

A questo invito hanno risposto generosamente, e con importanti opere, in molti, tra cui Bruno Ceccobelli, Nunzio, Mimmo Paladino, Luca Pignatelli, Marcello Jori, Alberto Ghinzani, Pino Pinelli, Giuseppe Maraniello, Giuseppe  Spagnulo, Emilio Isgrò, Attilio Forgioli, Mario Raciti, Medhat Shafik, Franco Guerzoni, Luiso Sturla, Renato Boero, Raimondo Sirotti, Davide Benati, Concetto Pozzati, Enzo Esposito, Gianluigi Colin e William Xerra.

Oltre a questo, prendendo spunto dalla componente strutturale che sempre articola, sin dagli anni ’40, l’opera di Burri, si sono individuati due percorsi in qualche modo sempre collegati e comunicanti, quello della ricerca sulla materia e quello dell’articolazione delle strutture. Per mettere in evidenza questa vicenda si è dunque attinto alle raccolte dello CSAC puntando, ad esempio, su alcune figure del Gruppo Origine (1950-1951), con opere di Colla, Ballocco e Guerrini, e ancora del Gruppo1 con Biggi.

Pino Pinelli, Pittura R. BL, 1993, tecnica mista

Pino Pinelli, Pittura R. BL, 1993, tecnica mista

Era inoltre necessario provare a restituire, almeno per cenni, le esperienze dei due centri principali della ricerca di quegli anni, da una parte Roma con Gastone  Novelli e Toti Scialoja che dialogano con Cy Twombly e con l’Abstract Expressionism americano, e, a Milano, Lucio Fontana.
Si è quindi ritenuto indispensabile ricostruire, almeno per poli, dalla Lombardia a Napoli, dalla Liguria all’Emilia, le proposte di alcuni dei molti protagonisti della ricerca sulla materia: ecco quindi, fra le altre, le opere di Tavernari, Spinosa, Pierluca, Morlotti, Mandelli, Bendini, Arnaldo Pomodoro, Zauli, Mattioli, Padova, Zoni, Lavagnino, Ruggeri, Olivieri, Vago, Guenzi, Carrino, Ferrari, Repetto, Chighine.

Distinto da questo filone di ricerca nel quale prevale il peso, la lunga durata della materia e che la critica ha definito prevalentemente come “informale”, si pone un altro modello, quello dell’indagine sulla struttura, un percorso che in mostra si individua attraverso opere di Perilli, Pardi, Garau e Scialoja.

Mimmo Paladino, Omaggio a Burri, 2006, alluminio patinato e tavolo

Mimmo Paladino, Omaggio a Burri, 2006, alluminio patinato e tavolo

Era inoltre importante provare a definire, sia pure solo per cenni, il significato dell’opera di Burri fuori dei confini, così ecco la presenza in mostra di un pezzo di Joe Tilson e, a contrappunto, un grande collage di Louise Nevelson legato alla ricerca americana degli anni ’50, a cui si sono aggiunti un gruppo di collage della statunitense Nancy Martin attenta al filone astratto dopo Josef Albers.

In mostra la fotografia avrà una parte significativa. Prima di tutto con le immagini di Aurelio Amendola che hanno suggerito il titolo della mostra. Poi, di Nino Migliori verrà esposto un gruppo di pirogrammi degli anni ’50 di recente ristampati; di Mimmo Jodice un importante “muro”; di Giovanni Chiaramonte una ricerca degli anni ’70 su una casa distrutta; di Mario Cresci una sequenza sulle spiagge rocciose della Sicilia. A queste opere si aggiungono due ricerche differenti: più legata al filone concettuale quella di Brigitte Niedermair e più attenta alla lingua dell’astrazione quella di Gianni Pezzani.

Dunque l’esposizione, curata da Arturo Carlo Quintavalle, proporrà oltre settanta dipinti e altrettante fotografie e un gruppo di opere grafiche, per un totale di 172 pezzi tutti riprodotti in un ampio catalogo edito da Skira.

La mostra resterà aperta dal 21 dicembre 2014 al 29 marzo 2015

Orari: tutti i giorni dalle 10 alle 18. Chiuso lunedì

Ingresso gratuito

Testo a cura dell’Ufficio stampa di Irene Guzman (csac.press@gmail.com)

CSAC – Centro Studi e Archivio della Comunicazione dell’Università di Parma

Fuoco nero: materia e struttura attorno e dopo Burri

Arnaldo Pomodoro, Tempo fermo, 1957, fusione in metallo, cemento, piombo e stagno

Arnaldo Pomodoro, Tempo fermo, 1957, fusione in metallo, cemento, piombo e stagno

[1] Il Centro conta su un archivio imponente, nato negli anni’80 su iniziativa di Arturo Carlo Quintavalle e cresciuto grazie alle donazioni di istituzioni, artisti e loro eredi. La raccolta è attualmente composta da circa 1.500.000 pezzi, in particolare sul ‘900 artistico italiano (pittura e disegno, scultura, fotografia, architettura, moda, design ecc.).

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Vanni Cuoghi, I tuoi pensieri non toccano terra, 2013, acrilico e olio su tela, cm 45x45

Vanni Cuoghi, I tuoi pensieri non toccano terra, 2013, acrilico e olio su tela, cm 45×45

Conosco Vanni da qualche anno, grazie a un comune amico pianista e compositore, Matteo Ramon Arevalos, entrambe persone squisite.

Ciò che cattura nei lavori perfetti di Cuoghi non è tanto la perizia tecnica da miniatore (che c’è, letteralmente in punta di pennellini e bisturi), ma l’ironia colta, ricca di citazioni affatto differenti e sapientemente occultate e miscelate, dal pop contemporaneo e musicale al rinascimento all’età bizantina, ecc. sino a riferimenti letterari e onirici, sempre intelligentemente filtrati e mixati da un sorriso che tanto ricorda quello del Ritratto d’uomo (il cosiddetto “ignoto marinaio”) di Antonello da Messina conservato a Cefalù.

Vanni Cuoghi, La Bugiardina, 2013, acquerello su confezioni di farmaci,cm18x18x18

Vanni Cuoghi, La Bugiardina, 2013, acquerello su confezioni di farmaci, cm18x18x18

Appaiono semplici, dirette le immagini di questo artista, quasi illustrative: nulla di più equivoco. Esse stanno sorridendo e ci invitano a farlo con loro, a entrare e partecipare al banchetto intellettuale apparecchiato, fatto sì di colori ora decisi ora svaporanti in taluni ritagli bianchi e bianchi dettagli e forme sinuose e intriganti come solo le linee del miglior secondo quattrocento fiorentino hanno saputo essere (si pensi ai fratelli Pollaiolo, a Botticelli, a Piero di Cosimo), senza nulla mai scordare quanto tali trame siano strettamente intrecciate all’ordito dei giochi di parole dei loro titoli (sorta di rebus autoevidenti) che concorrono alla natura di queste singolari, pungenti creazioni: esse desiderano farci godere e sino in fondo, dunque mai chiassosamente, anzi sottopelle ed esattamente là dove lavorano le sinapsi. Ah, che piacere!

www.vannicuoghi.com

Vanni Cuoghi, Oca Mannara, 2013, acquerello su carta, cm 33x22

Vanni Cuoghi, Oca Mannara, 2013, acquerello su carta, cm 33×22

 

Ps. Aldo Nove è uno dei grandi autori italiani contemporanei. Leggendo l’ultima sua raccolta, ho incontrato versi che subito m’hanno richiamato qualcosa del mondo di Cuoghi.

Li riporto qui sotto, dedicandoli con amicizia a Vanni.

Addio Mio Novecento

Una foresta che s’inoltra azzurra

nel sogno. Lì è che andavo da bambino,

in quell’entrare dentro me di alberi

e oceani, scompigliandone le foglie

e i pesci. Dove c’era il blu profondo

d’abissi sottosopra io avanzavo

con il pigiama bianco. C’era attorno

il Novecento e non morivo sempre,

per niente che morivo

Aldo Nove, da Addio Mio Novecento, p.25, Einaudi Torino 2014.

Vanni Cuoghi, Nuove isole, 2014, acrilico e olio su tela, 45×45 cm

Vanni Cuoghi, Nuove isole, 2014, acrilico e olio su tela, cm 45×45

 

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Il pleut, Apollinaire  (1)

 

Il pleut des voix de femmes comme si elles étaient mortes même dans le souvenir

C’est vous aussi qu’il pleut, merveilleuses rencontres de ma vie, ô gouttelettes!

Et ces nuages ​​cabres se prennent à hennir tout un univers de villes auriculaires

Écoute s’il pleut tandis que le regret et le dédain pleurent une ancienne musique

Écoute tomber les liens qui te retiennent en haut et en bas

 

Il pleut, Apollinaire  (2)

(Piovono le voci delle donne come se fossero morte anche nel ricordo

Siete anche voi che piovete, meravigliosi incontri della mia vita, o goccioline!

E quelle nuvole imbizzarrite cominciano a nitrire tutto un universo di città auricolari

Ascolta se piove mentre il rimpianto e lo sdegno piangono una musica antica

Ascolta cadere i legami che ti trattengono in alto e in basso)

 

Guillaume Apollinaire (Roma, 1880 – Parigi, 1918), Il pleut da Calligrammes, poèmes de la paix et de la guerre 1913-1916 (aprile 1918).

 

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