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Archive for dicembre 2018

Questo lavoro in versi è una piccola Spoon River sospesa fra Rivoluzione francese e una ideale galleria dantesca. Molte le ombre cui ho restituito parola dopo che anni fa vennero a trovarmi, riposando per tanto tempo nel cassetto. La conclusione, isolata, è affidata a un’invocazione pronunciata da Orfeo. Sono pagine dedicate a Valerio Magrelli, Valentino Zeichen, Alda Merini e a Rita, mia madre (1949-2016).

Chi ringraziare? Coloro che mi amano semplicemente, prendendomi per come sono: familiari, amici (pochi e veri), i miei ragazzi a scuola e, non ultimo, l’editore Italic (in particolare Andrea Giove) che ha creduto in me.

Auguro a tutti buone festività: a proposito, ora sapete cosa regalarvi!

PS. Il disegno in copertina è di Sara Vasini, donna e artista e amica straordinaria.

 

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Luigisedici

 

magari non voleva nascere re

e dedicarsi a incudine e martello

più che a ostriche e parrucche di stato

sulle monete il profilo

è quello solito

borbonico ben pasciuto un po’ ebete

quello degli avi nasoni

ma quanto pesa stavolta

il ghigno della storia

la testa sola in assenza del corpo

 

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Paolo Malatesta (Inferno V)

 

tremulo mi muovo al buio

come candela leggera animula vagula

se sussurri scompaio

fa’ piano di me non resta nulla

è tutto Francesca tutto me s’è presa

passionedoloreamore

io zitto sto solo

serenamente dispero nell’errare

non più sapendo dove e perché fermare

 

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Orfeo

 

ti sto aspettando

sempre

ché tu non sapresti riconoscere me

Euridice volto d’erba

vedo il trucco che cola

sul volto annegato al bordo

nell’inferno delle tariffe

fra seni e peni

eppure saprò cantare ancora

poeta senza bocca senza mani

solo fra rami e animali

per te pianti e risi

che bagnino i miei sogni alti

come pioggia gli aquiloni

 

Luca Maggio, Silhouette, Italic 2018

 

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Paolo Gotti, CINA 1978. Appunti di viaggio

Inaugurata il 15 dicembre 2018 con il patrocinio dell’Istituto Confucio dell’Università di Bologna, la bella mostra fotografica di Paolo Gotti CINA 1978. Appunti di viaggio resterà aperta sino al 31 gennaio 2019.

L’esposizione consiste in una serie di scatti in bianco e nero che documentano diversi aspetti di quella che era la Cina di quarant’anni fa, e che il fotografo bolognese ha realizzato nel luglio del 1978 in occasione di un viaggio d’inchiesta organizzato dall’Istituto politico culturale Edizioni Oriente di Milano nella parte settentrionale del paese, partendo dalla capitale Pechino per poi visitare le città di Dalian, Shenyang, Changchun, Harbin e i pozzi di petrolio di Daqing, fino ai confini settentrionali della Manciuria.

Paolo Gotti, CINA 1978. Appunti di viaggio

Paolo Gotti, CINA 1978. Appunti di viaggio

L’indagine si inserisce all’interno di una situazione politica  segnata dai clamorosi avvenimenti seguiti all’arresto della “banda dei quattro” che rappresentò la fine più evidente di quel movimento politico noto come Rivoluzione Culturale, lanciato da Mao nel 1966 contro le strutture del Partito Comunista Cinese. L’obiettivo del viaggio era quello di comprendere quanto stava avvenendo e le ragioni che avevano scatenato un’inversione di rotta che avrebbe portato nel tempo a un nuovo schieramento del paese nello scacchiere internazionale, ma questo avveniva registrando non tanto i luoghi della politica quanto piuttosto quelli frequentati dalla gente comune: fabbriche, scuole e asili, quartieri urbani e zone rurali.

Paolo Gotti, CINA 1978. Appunti di viaggio

Paolo Gotti, CINA 1978. Appunti di viaggio

Paolo Gotti, CINA 1978. Appunti di viaggio

Sono queste immagini, scattate da Paolo Gotti, a immortalare alcuni tra gli aspetti più singolari della società cinese di quarant’anni fa – così diversa dalla Cina contemporanea – visti attraverso l’emozione di uno sguardo occidentale: dai mezzi di trasporto spesso bizzarri e improvvisati alle insegne disegnate con i gessetti, ai grandi pannelli illustrati con fumetti promozionali, dalle ricamatrici tradizionali alle esercitazioni delle soldatesse armate di fucile, dalle scuole speciali per bambini ipovedenti fino alle fabbriche, come quelle dei locomotori, che avrebbero portato in futuro il paese a diventare la potenza economica che oggi è.

Press Irene Guzman

Paolo Gotti, CINA 1978. Appunti di viaggio

CINA 1978. Appunti di viaggio

Temporary Gallery | via Santo Stefano 91/a, Bologna

Opening: sabato 15 dicembre ore 19.00

Periodo mostra: 16 dicembre 2018 – 31 gennaio 2019

Orari: martedì-domenica, 10.30-12.30 | 17.00-19.30 

Ufficio stampa: paologotti.press@gmail.com | + 39 349 1250956 

www.paologotti.com

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Ismail Akhmetov Foundation, Parco delle Arti, Tarusa, Mosca

Marta Severgnini (Milano, 1989) e Andreina Cristino (Foggia, 1991): vi siete incontrate a Ravenna in Accademia avendo scoperto una passione comune per il medium musivo. In realtà provenite da esperienze formative diverse, oltre a essere rispettivamente nate e cresciute nel Nord e nel Sud dell’Italia, con le differenze (atmosferiche, cromatiche, ecc.) che ciò comporta. Dunque quali sono stati i vostri percorsi e come siete arrivate alla necessità del mosaico?

M.S. Fin da piccola sono sempre stata attratta dal disegno e dalle materie artistiche, ed è per questo motivo che ho frequentato prima il Liceo Artistico e successivamente la Facoltà di Architettura al Politecnico di Milano. Tuttavia, alla fine della laurea triennale, sentivo la necessità di riavvicinarmi al lavoro manuale. Per questo motivo quando ho scoperto l’arte musiva e la possibilità di chiudere il mio ciclo di studi frequentando un biennio specialistico in questa particolare tecnica ho capito immediatamente che quella era la strada giusta per me.

È come se tutti i tasselli fossero andati al loro posto, ho dato così significato ad alcuni episodi della mia infanzia, come quando preferivo giocare con i mattoncini Lego piuttosto che con le bambole.

Marta Severgnini, Camillo, 2016, h. 77,5 cm, diametro 94,5 cm

Andreina Cristino, Odi et Amo, 2016, 20X16 cm

A.C. “Spiegami, com’è possibile creare un volto con questi piccoli cubetti di marmo?”

Ero rivolta con lo sguardo verso l’alto e l’espressione sorpresa quando pronunciai questo dubbio a mio padre che, all’età di otto anni, mi portò ad ammirare i mosaici della maestosa Basilica di San Marco a Venezia. Lungo il viaggio di ritorno verso casa le idee mi furono chiare, espressi il desiderio di voler fare mosaico una volta diventata grande. Nel percorso dei miei studi mi sono persa in altre distrazioni e interessi, considerando quel sogno di bambina irraggiungibile, fino a quando non incontrai Luigi La Ferla.

Era pomeriggio e io per ripararmi dalla pioggia entrai al 59 di Rue de Rivoli, una residenza d’artista nel cuore pulsante di Parigi. Fu un incontro decisivo col mio destino. Luigi mi spiegò com’era possibile creare un volto con piccoli cubetti di marmo. Così, a distanza di quindici anni dall’incontro col Cristo Pantocratore immerso nello sfondo di un mosaico dorato, mi ritrovai a crearli io quei piccoli cubetti di marmo all’Accademia di Belle Arti di Ravenna. E pensai che fosse serendipità, divina provvidenza o come dici tu necessità del mosaico.

La tessera tradizionale (marmo o pasta vitrea) vi è congeniale, sebbene tu, Marta, visti i tuoi studi di architettura, la declini verso una progettualità di design, mentre per Andreina mi sembra che la direzione sia decisamente scultorea. Vorrei che chiariste la vostra idea di mosaico, dall’uso dei materiali alla poetica che state sviluppando, avendo finalmente scoperto la vostra voce. Cos’è per voi il mosaico?

M.S. Il mosaico è una tecnica artistica, così come l’essere umano cerca espressione di sé stesso attraverso la pittura, la scultura e l’incisione, lo fa anche attraverso il mosaico, una tecnica antica che ha delle proprie regole compositive, e che utilizza i colori non per sfumature ma per accostamento di frammenti o tessere di diverso colore. Esistono diverse tipologie di approccio al mosaico: a ciottoli, il trencadís, il mosaico bizantino e quello industriale. Personalmente prediligo l’uso della tessera tradizionale in marmo o pasta vitrea.

Mi piace l’idea di preservare la funzione primaria del mosaico, nato infatti originariamente come rivestimento funzionale ed elemento decorativo: con queste due parole chiave trovano espressione la mia poetica e il mio gusto estetico, con il desiderio di coniugare Architettura, Mosaico e Design.

Questo mio sogno si concretizza attraverso la realizzazione di oggetti di design e arredamento completati e arricchiti attraverso il linguaggio musivo.

Marta Severgnini, Bella di notte, 2017

Andreina Cristino, Leben, 2018, 25X16 cm

A.C. Non so cosa sia il mosaico e mi piace non dovermi porre la domanda. In quanto a definizione, ne potrei declinare diverse attingendo a citazioni di maestri del mosaico. Il mio approccio con la materia è del tutto sperimentale, per ora il mosaico mi è congeniale come forma d’arte per dar voce a ciò che realizzo. Il mosaico tende, anche senza volerlo, a creare un rapporto viscerale con la materia. La materia ti sceglie, ti spinge a toccarla con possesso. Se poi per materia includiamo non solo i marmi ma anche gli smalti, allora rimani ulteriormente rapito dai giochi di luce e ti sembra di essere in contatto con qualcosa. È una magia e non va troppo elaborata e spiegata, si perderebbe il senso della sua funzione. Sono in una fase di profonda sperimentazione, quindi la voce è molto debole e tende a parlare poco. Dalle installazioni, fotografie, sculture e mosaico, la direzione è sempre la stessa, dare spazio e significato a quella emotività che tendo a reprimere in me, dare sfogo alla malinconia e tracciare un percorso di sensibilità nella sua concretezza. Non so,  per definizione, vogliamo avvicinarci all’arte terapia?

Ismail Akhmetov Foundation, Parco delle Arti, Tarusa, Mosca

Dopo la vittoria del Premio Tesi nel 2017, avete avuto la possibilità di una borsa di studio con residenza d’artista a Tarusa, vicino Mosca, nei primi mesi del 2018, grazie al mecenatismo di Ismail Akhmetov e alla Fondazione che porta il suo nome. L’artista Marco Bravura vi ha accolto e guidato in quella splendida officina creativa che è il Parco delle Arti per il quale ognuna di voi ha anche realizzato un’opera, che lì ha poi trovato immediata collocazione: la doppia stele ispirata all’art nouveau della Maison Coillot di Lille per Marta e il grande “gomitolo” di Andreina che riprende i colori e il filo del tappeto musivo Rosso Nureyev realizzato nel 1993 da Akomena Spazio Mosaico per la tomba del grande ballerino russo. Mi piacerebbe che raccontaste la vostra esperienza a Tarusa e alcune delle possibili letture di queste opere create appositamente per quel luogo. 

M.S. L’esperienza in Russia è stata impegnativa ma davvero molto bella, sono stati mesi di lavoro intenso, immersi come eravamo in uno spazio naturale quasi incontaminato e ricoperto di neve, le giornate lavorative scorrevano veloci senza che quasi ce ne accorgessimo. Il supporto di Marco è stato molto importante, grazie a lui ho imparato quei piccoli segreti che solo chi ha molta esperienza conosce.

L’opera da me realizzata è Feeling home e si ispira alla casa in stile art nouveau della Maison Coilliot di Hector Guimard. La scelta stilistica è stata dettata dalle affinità che riscontro con questo particolare stile, come la forte decoratività e le linee che si intrecciano sinuose. A livello emozionale invece la casa trasmette sicurezza, riparo e allo stesso tempo rispecchia la personalità di chi la abita, è abitudine infatti adornarla con segni ed oggetti che raccontano la storia di ognuno di noi. È proprio questo che rappresenta per me la doppia stele realizzata per il Parco delle Arti, un segno del mio passaggio in quel luogo, una piccola traccia di me.

Marta Severgnini, Feeling Home, 2018

Andreina Cristino, Rosso Nureyev, 2018, diametro 1,55 cm

A.C. La Fondazione Akhmetov gode di una struttura nuovissima, con comfort e personalità. Si incontrano opere di Verdiano Marzi, CaCO3, Marco de Luca e tanti altri, per non soffermarsi poi sui pavimenti dal gusto eccentrico/bizantino realizzati da Dusciana Bravura e del maestoso atelier di Marco Bravura. In questo scenario ho avuto quindi il privilegio di condividere tempo, spazio e creatività con il maestro mosaicista.

Rosso Nureyev, invece, rappresenta il gomitolo del tappeto che ricopre la tomba del ballerino russo, voluto dallo scenografo nonché suo amico Ezio Frigerio e realizzato da Akomena Spazio Mosaico.

Il destino per i Greci è simile alla filatura e alla tessitura. A ciascuno è affidata una quantità di vita, come un cumulo di lana che viene a poco a poco trasformato in un filo e intrecciato sul telaio. Rosso Nureyev voluto e pensato per il Parco che lo ospita, rappresenta le origini, quel gomitolo che intreccia e tesse il morbido e prezioso tappeto che è stata la vita estrosa e brillante del danzatore. 

Martin Buber, celebre pensatore chassidico, chiedeva non tanto chi sei ma dove sei. A che punto siete in questo vostro presente e dove vi vedete nell’immediato futuro (sogni, progetti, idee, ecc.)?

M.S. Dove sono…  solo all’inizio di una nuova grande avventura, una scommessa per il futuro. Ho studiato e appreso le tecniche necessarie ad intraprendere la strada del mosaicista da me scelta, ed ora si procede con pazienza un passo alla volta, una tessera dopo l’altra… proprio come nel mosaico!

Marta Severgnini, Geronte, 2017, h. 40 cm, diametro 59 cm

Marta Severgnini, Geronte (particolare), 2017

A.C. La mia formazione artistica mi rimanda alla celebre opera di Paul Gauguin Da dove veniamo? Che siamo? Dove andiamo?. Questi interrogativi filosofici mi portano a riflettere e talvolta anche con tanta ansia. È per questo che per placare le paure dell’ignoto futuro mi rifugio nella poesia. Goethe, ad esempio, esprime al meglio dove io mi trovi adesso: “C’è una verità elementare, la cui ignoranza uccide innumerevoli idee e splendidi piani: nel momento in cui uno si impegna a fondo, anche la provvidenza allora si muove. Infinite cose accadono per aiutarlo, cose che altrimenti mai sarebbero avvenute. Qualunque cosa tu possa fare, o sognare di poter fare, incominciala. L’audacia ha in sé genio, potere, magia. Incomincia adesso.”

Andreina Cristino, Rosso Nureyev (particolare), 2018

Contatti

www.martasevergnini.it

https://www.facebook.com/andcristino/

https://www.instagram.com/andreina.cristino/?hl=it

 

 

 

 

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Anthony Hecht (1923-2004)

 

“The Darkness and the Light

Are Both Alike to Thee” Psalms 139:12

 

Like trailing silks, the light
Hangs in the olive trees
As the pale wine of day
Drains to its very lees.
Huge presences of gray
Rise up, and then it’s night.

Distantly lights go on.
Scattered like fallen sparks
Bedded in peat, they seem
Set in the plushest darks
Until a timid gleam
Of matins turns them wan,

Like the elderly and frail
Who’ve lasted through the night,
Cold brows and silent lips,
For whom the rising light
Entails their own eclipse,
Brightening as they fail.

 

Anthony Hecht, from The Darkness and the Light (2001).

 

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“Le tenebre e la luce

sono eguali per te” Salmi 139: 12

 

Come filamenti di seta, la luce

Si intrattiene sugli ulivi

Mentre il vino pallido del giorno

Si esaurisce fino al suo fondo.

Vaste presenze di grigio

Sorgono, ed ecco la notte.

 

Di lontano giungono luci.

Sparse come faville cadute

Sprofondate nella torba, sembrano

Porsi nel buio più fitto

Finché un bagliore accennato

del mattutino le volge al diafano,

 

Come gli anziani e i fragili

Che hanno resistito all’oscurità,

Fronti fredde e labbra silenziose,

Per i quali la luce nascente

Conduce alla loro eclissi,

Facendosi più luminosa mentre essi vengono meno.

 

Anthony Hecht, da The Darkness and the Light (2001), traduzione di Luca Maggio (2018).

 

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