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Archive for the ‘filosofia’ Category

Il 15 settembre nell’ambito del festivalfilosofia 2017, è stata inaugurata la mostra Cesare Leonardi. L’architettura della vita, che occuperà fino al 4 febbraio 2018 gli spazi di Palazzo Santa Margherita e della Palazzina dei Giardini di Modena per delineare la figura poliedrica e trasversale di Cesare Leonardi (Modena, 1935), che nel corso di una attività durata oltre cinquant’anni si è occupata di architettura, urbanistica, fotografia, design, pittura e scultura, lavorando costantemente al confine tra progettazione e pratica artistica.

Viene così presentato al pubblico il patrimonio di opere e documenti custodito nella sua casa-studio, oggi sede dell’Archivio Architetto Cesare Leonardi, e raccontata l’avventura straordinaria di una vita dedicata alla progettazione, a partire dallo studio degli alberi (la catalogazione di oltre trecento specie arboree ridisegnate in scala 1:100 è raccolta nel volume L’Architettura degli Alberi pubblicato nel 1982 dopo venti anni di lavoro, ancora oggi uno strumento insuperato per la progettazione del verde) fino al design, ad esempio gli oggetti in vetroresina, la Poltrona Nastro, il Dondolo, la Poltrona Guscio e molti altri arredi (esposti nei più importanti musei del mondo: MOMA di New York, Victoria and Albert Museum di Londra, Centre George Pompidou di Parigi), oppure la serie Solidi, elementi di arredo progettati a partire da un unico materiale (la tavola di legno per i casseri da calcestruzzo), fino all’attività fotografica che accompagnerà tutta la sia produzione quale strumento di indagine e documentazione, senza scordare la scultura e la pittura praticate soprattutto negli ultimi anni.

A cura di Andrea Cavani e Giulio Orsini, il grande evento espositivo è organizzato e prodotto dalla Galleria Civica di Modena, Fondazione Cassa di Risparmio di Modena e Archivio Architetto Cesare Leonardi.

Press Irene Guzman

Cesare Leonardi. L’Architettura della Vita

Galleria Civica di Modena, Palazzo Santa Margherita e Palazzina dei Giardini

15 settembre 2017 – 4 febbraio 2018

 

Informazioni

Galleria Civica di Modena, corso Canalgrande 103, 41121 Modena

tel. 059 2032911/2032940

www.galleriacivicadimodena.it

Museo Associato AMACI

 

Archivio Architetto Cesare Leonardi
tel/fax 059 820010
progetti@archivioleonardi.it

www.archivioleonardi.it

 

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Paolo Ventura, Ex Voto (4), 2017, acrilici e matite colorate su fotografia

La Galleria Antonio Verolino presenta Variazioni su un tema, una mostra che riunisce opere di tre artisti, Arthur Duff, Alberto Gianfreda e Paolo Ventura, insieme a un intervento site-specific del giovane artista modenese Luca Zamoc.

L’esposizione, curata da Luca Panaro e Paola Formenti Tavazzani, inaugurerà venerdì 15 settembre 2017, alle ore 18.00 nell’ambito del festivalfilosofia di Modena.

Il progetto nasce attorno all’argomento centrale di questa nuova edizione del festival, che rifletterà sul rapporto tra il pensiero e l’arte indagando il concetto di tecnica, di lavoro e opera, oltre all’impatto che l’immagine ha sul mondo e i suoi significati e sulla trasformazione del ruolo dell’artista.

Pur nella evidente diversità delle tecniche utilizzate e nelle varianti proposte, le opere degli artisti presentati esprimono una costante rigorosa fedeltà alla loro personale, molto articolata, struttura di pensiero: per Arthur Duff la dinamica dei flussi che attraversano tutto l’universo dall’invisibile al visibile e viceversa; per Alberto Gianfreda la resilienza dell’icona, che si adatta a nuove specifiche situazioni in modo interattivo; per Paolo Ventura la teatralità ricreata e fotografata in un’atmosfera tra il reale e il surreale. Nelle opere recentissime esposte in mostra si vedrà come le scienze, in particolare l’astrofisica per il primo, l’antropologia del sacro per il secondo, e la storia, la cinematografia per il terzo e la filosofia per tutti, alimentino costantemente la loro ricerca.

Arthur Duff, Emitter, 2016, pietra lavica, neon, filo elettrico, trasformatore, cm 25×40

Arthur Duff, Black Star_Fragment_M14, 2016, corda in poliestere su telaio in ferro, cm 140×140

Arthur Duff a tutt’oggi presenta un corpus di opere molto vasto, che si è andato definendo negli ultimi anni e che possiamo suddividere in quattro filoni principali: i lavori con i fili annodati e tesati su telaio, di cui fa parte la serie Black Stars; i ricami su tela mimetica; le proiezioni al laser; i neon e le carte. In mostra saranno esposte quattro di queste tipologie di lavori sufficienti a evidenziare il carattere strumentale della parola e del segno. Nella voluta assenza del carattere semantico l’autore rivela l’interesse rivolto altrove: ad ambiti specifici della fisica e dell’astronomia. La scultura di neon crea una parola palindroma; i ricami su tessuto militare si attengono alla morfologia sottostante; la sagoma della pietra vulcanica determina l’andamento del tubo al neon; l’intreccio di nodi neri di Black Star Fragment ricrea un conglomerato di stelle ormai estinto ma visibile oggi.

Alberto Gianfreda, Nothing as it seems, 2017, ceramica, alluminio, misure variabili

Alberto Gianfreda, Nothing as it seems, 2017, ceramica, alluminio, misure variabili

Le opere di Alberto Gianfreda rappresentano invece l’approdo di un lavoro di ricerca volto a dare una nuova configurazione al marmo, per conferire al materiale statico e monumentale per antonomasia mobilità e adattabilità, caratteristiche sentite dall’autore come rispondenti alle esigenze della contemporaneità. Iniziata con l’elaborazione del marmo, la ricerca della versatilità dei materiali di Gianfreda si è estesa anche alla terracotta e alla ceramica. In mostra saranno esposti una serie di vasi cinesi, ridotti a frammenti e ricomposti. L’oggetto originario si legge appena; la destrutturazione dell’icona permette di intuirne la forma primaria e di offrire al contempo una molteplicità di nuove possibili configurazioni, che lo spettatore stesso può a suo piacimento creare. Una ricercata interattività e una riflessione sulla riformulazione dell’immagine. La resilienza dell’icona si configura come la metafora della resilienza della cultura di fronte ai mutamenti drastici della postmodernità.

Paolo Ventura, Ex Voto (1), 2017, acrilici e matite colorate su fotografia

Paolo Ventura, Ex Voto (2), 2017, acrilici e matite colorate su fotografia

I lavori di Paolo Ventura risentono infine degli schemi iconografici degli ex-voto dipinti, molto diffusi nell’Ottocento ma praticati anche nel XX secolo. Una ricca collezione è conservata nel Santuario della Consolata di Torino, dove l’artista si è recato per apprezzarne i dettagli di realizzazione. Gli ex-voto sono quadri basati su schemi ripetitivi, dipinti con grande realismo nella restituzione delle scene. Rappresentano solitamente personaggi vittime di incidenti o malattie, dai quali sono sopravvissuti, e le figure sono ambientate all’interno di luoghi rarefatti ed essenziali. Rifacendosi a questa iconografia, Ventura, si autoritrae fotograficamente in abiti militari della Prima Guerra Mondiale, intervenendo poi con acrilici e matite colorate negli occhi e sul volto in genere, che muta così di significato, specie per la presenza di alcuni schizzi di sangue che restituiscono ambiguità alla rappresentazione.

All’esterno della galleria l’intervento su tessuto di Luca Zamoc fa da ingresso iconografico alla mostra. L’opera esplora la genesi di “ars e techne” tracciando in bianco e nero figure e simboli del sedimento culturale e storico di queste discipline ed è pensata come contenitore alle opere esposte in galleria.

Press Sara Zolla

Variazioni su un tema. Arthur Duff Alberto Gianfreda Paolo Ventura

con un intervento site-specific di Luca Zamoc

a cura di Luca Panaro, Paola Formenti Tavazzani

Galleria Antonio Verolino

15 settembre – 22 ottobre 2017

Via Farini 70 (angolo Piazza Roma)

41121 Modena – Italy

Tel. +39 059 23 78 45

Fax +39 059 22 26 18

www.galleriaantonioverolino.com

info@galleriaantonioverolino.com

Instagram: galleria_antonio_verolino

 

 

 

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Effigie di Lorenzo Valla (Roma, 1407-1457)

Effigie di Lorenzo Valla (Roma, 1407-1457)

Ho esposto queste cose affinché tu, Catone, comprenda che non avresti dovuto accusare come barbari e selvaggi i costumi dei contadini. Ed ecco la chiusa di quei versi: “Fra loro la giustizia segnò le sue ultime impronte, quando abbandonò la terra”[1]. Infine tu definisci l’onestà (honestas) il sommo o l’unico bene, per poi dividerla nelle quattro virtù e azioni delle virtù. Nessuna virtù, infatti, è una nozione, ma è un’azione che mette in pratica una cosa prima conosciuta, come attesta Cicerone: “Tutta la lode della virtù consiste nell’azione”[2].

Su questo concordano praticamente tutti gli autori. Né Aristotele, né Virgilio trattano di queste virtù, allorché essi affrontano, a modo loro, la questione della contemplazione. Capita così che il bene proprio della vita contemplativa non si riferisca all’onestà, ma al piacere, come abbiamo ricordato in precedenza a proposito delle professioni, delle scienze e delle discipline.

Lorenzo Valla (Roma, 1407-1457), da De vero falsoque bono, Bari 1970. Questo dialogo filosofico ebbe quattro redazioni da parte di Valla: 1431, 1433, 1445-48 e una quarta definitiva, ma non databile con precisione, contenuta nel manoscritto Ott. Lat. 2075 della Biblioteca Vaticana.

[1] Virgilio, Georgica, II, 473-474.

[2] Cicerone, De officiis, I, 6, 19.

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umanisti-italiani

Giovedì 23 febbraio è stato presentato presso la Biblioteca Classense di Ravenna un volume molto importante per gli studi attuali e futuri sull’argomento: “Umanisti italiani. Pensiero e destino” (Einaudi, 2016).

I due autori, Massimo Cacciari, che ha firmato il saggio di apertura, e Raphael Ebgi, che ha curato i testi, ovvero l’antologia in cui sono leggibili anche pagine sinora inedite, hanno spiegato come la visione corrente del Quattrocento, tutta grazia e armonia, sia radicalmente da ribaltare, poiché lo spirito che abitava gli intellettuali umanisti era di piena consapevolezza della crisi già in corso nel loro tempo e che esploderà con ferocia definitiva nel Cinquecento, tra guerre, invasioni, riforme e controriforme. Ma il senso di questa tragicità della storia umana è già propria del secolo umanista che nel pieno smarrimento dei due capisaldi medievali (l’impero in sostanza assente e il papato diviso durante lo Scisma d’Occidente addirittura fra tre contendenti, romano, pisano e francese) non a caso si apre col rogo del riformatore boemo Jan Hus, per chiudersi con l’altro rogo, stavolta fiorentino, del Savonarola, passando per il grande shock della caduta di Costantinopoli (1453), assediata dai turchi di Maometto II.

Agli umanisti non resta che tentare l’impossibile, la quadratura del cerchio, conciliare gli opposti, dalla filosofia platonica con l’aristotelica, alla classicità (non vissuta come erudizione vuota ma come modello) col cristianesimo, scartando però il dogmatismo della Scolastica medievale e preferendo alle regole l’esperienza francescana (sì, il semieretico Francesco torna ad essere il santo di riferimento), senza scordarsi della mistica ebraica, la cabala tanto cara agli studi di Pico della Mirandola, arrivando addirittura a proporre da parte del pontefice Pio II la conversione del sultano Maometto II (potenziale guida temporale e autorevole anche per l’Occidente?).

Insomma, la tensione che animava i dibattiti e le posizioni dei protagonisti di questa stagione straordinaria della storia occidentale (e come non citare le due colonne teoretiche massime del Quattrocento tutto, Nicola Cusano e Leon Battista Alberti) era evidente.

In finale di battuta, ho domandato a Cacciari se nonostante tale certezza della crisi, si possano considerare gli umanisti come intellettuali che hanno conservato fiducia nelle capacità dell’uomo, proprio a partire dal desiderio utopico di concordare posizioni altrimenti inconciliabili. Questa la risposta: “Certo, ma tenendo presente che la tensione intellettuale e spirituale è dovuta anche alla coscienza del rischio che l’uomo corre di divenire, proprio per sua natura, superiore all’angelo o peggiore delle bestie. Sulla nave dei folli di Bosch è imbarcata l’intera umanità.”

umanisti-italiani-ravenna

 

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pia-pera

Una rivelazione: non conoscevo questo libro e quest’autrice sino a qualche settimana fa, quando ne ho sentito parlare nella stupenda trasmissione di Edoardo Albinati Amabili Testi. Un curioso tra i libri degli altri, in onda ogni lunedì verso le 21.15 su Rai 5, in particolare nella puntata dedicata ai Marras. A proposito, vi consiglio di non perdere i prossimi appuntamenti e di recuperare in rete i precedenti: lo scrittore va a trovare a casa artisti, fotografi, musicisti, attori, registi e altri colleghi suoi non per la tradizionale intervista sul loro pensiero e lavoro, ma partendo dalle loro biblioteche personali, poiché poche cose svelano meglio le intimità d’ognuno che i libri raccolti nel corso del proprio cammino. Aggiungo, per amore, in formato cartaceo.

E appunto Pia Pera (1956-2016) in quest’ultimo suo testo (per la verità è da poco uscito, postumo, Le virtù dell’orto) intitolato Al giardino ancora non l’ho detto da un verso di Emily Dickinson, pubblicato all’inizio di quest’anno qualche mese prima di andarsene lo scorso luglio, narra con sincerità estrema e semplice una verità quotidiana: pagina dopo pagina, tutte splendenti, si trova il senso profondo di essere umani anzitutto con se stessi e dal punto di vista di una persona malata che sa di avvicinarsi alla morte (“Che sia questo della malattia il periodo più felice della mia vita, forse il più libero?”), ma che grazie sia all’orto-giardino creato nel corso di una vita (e forse andrebbe rivalutata la possibilità di morire in casa propria, forse il comodo e civile e talvolta necessario servizio d’hospice non andrebbe usato sempre, quasi a rimuovere, a pulire ciò che spetta a tutti noi, altro segno del conformismo laico beneducato regolativo ipocrita e soffocante del nostro tempo in azione sin dall’infanzia) sia grazie all’altro orto-giardino colorato, profumato d’affetti intensi, dagli amici ai collaboratori al cagnolino, cerca di affrontare le paure inevitabili e le molte difficoltà acuite dall’avanzare della sclerosi laterale amiotrofica con una serenità e una grazia che incredibilmente, o forse coerentemente, si sentono crescere riga dopo riga, mano a mano ci si avvicina alla fine: “Allora bisogna soltanto starsene in pace, e non rinnegare nulla, e rallegrarsi di avere imparato quel poco. Anche quel poco aiuta.”.  Che lezione di saggezza, senza volerlo essere. E viene in mente Montaigne: “La meditazione della morte è meditazione della libertà. Chi ha imparato a morire, ha disimparato a servire. Il sapere morire ci affranca da ogni soggezione e costrizione.” Il mio grazie dunque ad Albinati e a Pia Pera.

I haven’t told my garden yet – no, il giardino si è già abituato a vedere altri che se ne prendono cura. Certo, il mio ruolo non è cessato: scelgo chi lo fa al mio posto. Ma in un senso più profondo, non sono mai stata io sola a prendermi cura del giardino: anche il giardino si prendeva cura di me quando, in apparenza, mi davo tanto da fare. Adesso il giardino è il grembo in cui passo questo tempo fisicamente poco attivo in un senso di pace, serenità. È quello che vedo dalla finestra, quando sono sdraiata sul divano a leggere. Ne avverto la presenza benefica nonostante, in queste giornate troppo calde, non mi spinga fino ai suoi confini. Il giardiniere e la morte si configura allora così: il rifugiarsi in un luogo ove morire non sia aspro. Ove morire faccia un po’ meno paura. Dove sia possibile non darsi troppa importanza per l’inevitabile non esserci più, un giorno. Accettando con calma di essere qualcosa di piccolo e indefinito, un puntino nel paesaggio.”

Pia Pera, Al giardino ancora non l’ho detto, Ponte alle Grazie, Milano 2016.

PS. A ognuno di voi auguro festività liete. Ci ritroveremo nel 2017.

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Premessa: questo articolo è apparso su Mosaïque Magazine n.12, Parigi luglio 2016.

Arianna Gallo, Anime, 2015

Arianna Gallo, Anime, 2015

Anime: lo sguardo di Arianna Gallo su Hayao Miyazaki e lo Studio Ghibli

di Luca Maggio 

“…nonostante il vento che scuoteva gli alberi, regnava uno strano silenzio, e la scena ricordava il mondo immerso nell’acqua che si vede dietro le pareti di vetro di un acquario.” Inoue Yasushi, Il fucile da caccia

L’interpretazione data dalla ravennate Arianna Gallo all’universo parallelo creato dall’animazione (da cui l’abbreviazione “anime”) dello Studio Ghibli e di Hayao Miyazaki in particolare va oltre la traduzione in tessera di alcuni loro personaggi per penetrare e rispettare il pensiero e la cultura che li hanno prodotti.

Il riferimento non è dunque solo alle opere singole appese alle pareti della sala-installazione del laboratorio Koko Mosaico, ma a “come” tutto il materiale è stato organizzato dalla Gallo riuscendo a sintetizzare in termini pop (attitudine già evidente nel suo Lens del 2008, mosaico manga[1] acquisito dal MAR[2] nel 2011) sia le idee di Miyazaki, sia lo spirito che, ad esempio, animava le shoheki-ga, le decorazioni tradizionali con soggetti naturalistici su carta montata su parete, create non come giustapposizioni ma per sposarsi con l’architettura del luogo cui erano destinate[3]: l’armonia in Giappone non è mai qualcosa di accessorio, piuttosto intimamente legata alla tendenza centripeta nipponica, dalla lingua parlata, alla capacità tecnica, sino alla politica.[4]Arianna Gallo, Anime, 2015 (18)

Si tratta però di un’armonia analitica, ovvero tendente a scomporre le varie parti di un insieme, una vera e propria “disposizione a un tempo morale e intellettuale che (…) è presente nei più disparati settori della cultura giapponese”[5], dalla cucina, alla musica, alla pittura che, particolarmente in alcuni stili, nell’arte Yamato ad esempio, tende a separare disegno e colore, stendendo quest’ultimo in modo uniforme: è ciò che avviene nelle opere di Arianna Gallo, in cui le sfumature, se ci sono, sono ridotte al minimo percettibile, talvolta sapientemente celate da tocchi di pittura sugli sfondi dei suoi quadri, mentre il disegno è marcato da linee di contorno evidenti grazie al piombo reso più o meno spesso dalla Gallo secondo l’effetto voluto e il soggetto trattato.Arianna Gallo, Anime, 2015 (3)Arianna Gallo, Anime, 2015 (4)Arianna Gallo, Anime, 2015 (5)Arianna Gallo, Anime, 2015 (12)

A proposito, si tratta di immagini tratte da lungometraggi come Totoro, Porco rosso, Si alza il vento, Il castello errante di Howl, La città incantata, Laputa, Princess Mononoke, Ponyo sulla scogliera, Kiki, Arrietty, o da serie televisive come Heidi, Anna dai capelli rossi, Conan, ecc.

Una quindicina di queste sono presentate con studiata asimmetria su una parete dipinta a strisce azzurre, bianche e decorazioni di foglie gialle, come in una stanza d’infanzia, uno dei temi cardine di Miyazaki, in forma di piccoli quadri, tondi o rettangolari, quasi “xenia” pompeiani.

Solo che non si tratta dei doni ospitali e beneauguranti di nature morte tipiche dell’antichità, ma di ritratti di personaggi perfettamente incorniciati come foto di familiari che mescolano esseri umani a esseri fantastici, i kami, ancora una volta nel pieno rispetto della tradizione nipponica che non vuole la separazione netta fra mito e realtà storica tipica dell’occidente moderno.[6]Arianna Gallo, Anime, 2015 (9)Arianna Gallo, Anime, 2015 (6)Arianna Gallo, Anime, 2015 (7)Arianna Gallo, Anime, 2015 (8)

Dunque sono occhi benevoli su chi sta guardando quelli di queste piccole divinità domestiche, protettrici dell’infanzia passata e di quella che ancora ci vive dentro, inclusi gli esseri in apparenza più tenebrosi come la maschera con la mano nera del “Senza volto” della Città incantata, poiché in Miyazaki non c’è alcun manicheismo, anzi ciò che in apparenza è ombra può contenere la luce della purezza, e anche chi commette azioni sbagliate non è mai banalmente malvagio: i pirati di numerosi film sono furfanti e allo stesso tempo eroi e, in generale, sono anime complesse e in cammino quelle di questo grandissimo autore, tanto che spesso necessitano del volo come condizione vitale e mezzo di comunicazione fra mondi paralleli (terrestre/celeste, interiore/esteriore).Arianna Gallo, Anime, 2015 (10)Arianna Gallo, Anime, 2015 (11)Arianna Gallo, Anime, 2015 (15)

Del resto in Giappone la bellezza va scoperta, “è iniziatica, la si merita, è il premio d’una lunga e talvolta penosa ricerca, è finale intuizione, possesso geloso. Il bello ch’è bello subito ha già in sé una vena di volgarità.”[7]

Infatti è nell’intimo delle case che spesso si rivela questa bellezza (si pensi alla nicchia riservata all’ospite detta toko no ma), con la cura infinitesimale del dettaglio, del sentimento sussurrato, come in tanti capolavori esistenziali di Kurosawa o dell’ultimo immenso Ozu.Arianna Gallo, Anime, 2015 (13)Arianna Gallo, Anime, 2015 (14)Arianna Gallo, Anime, 2015 (16)

La bellezza giapponese per essere piena ha bisogno di ombra e non della violenza della luce diretta: Tanizaki ha scritto un saggio significativo sulla magia che l’ombra genera nella fantasia giapponese, dall’architettura esterna, i tetti delle case ad esempio, al trucco degli attori sulle scene teatrali, sino alle pieghe dei kimono femminili: “non nella cosa in sé, ma nei gradi d’ombra, e nei prodotti del chiaroscuro, risiede la beltà.”[8]

Ed ecco apparire sull’angolo opposto alla parete coi ritratti altri personaggi provenienti dall’ombra, i simpatici “nerini del buio” di Totoro, peraltro creati dalla Gallo con una disposizione delle tessere che richiama e omaggia gli amici del gruppo CaCO3, mentre di fronte, su un albero dipinto, si trovano i “kodama”, gli spiriti della foresta di Princess Mononoke, che al buio si illuminano essendo fatti di tessere fotoluminescenti. Ponte e contrasto fra queste due immagini notturne, poiché giocato su toni più chiari, è il ritratto gioioso e saltellante di Totoro, altro kami o spirito della natura dall’aspetto grottesco, la cui presenza proteggerà chiunque vorrà accompagnarsi al suo vento buono per iniziare un viaggio nuovo.Arianna Gallo, Anime, 2015 (28)Arianna Gallo, Anime, 2015 (26)Arianna Gallo, Anime, 2015 (19)Arianna Gallo, Anime, 2015 (30)

Mentre leggerete queste parole l’installazione nel laboratorio Koko Mosaico sarà da tempo stata smontata. Tale cancellazione, inserita in questa esperienza, riporta al significato buddhista, originale e sprezzante verso le “immagini del mondo fluttuante” ovvero l’ukiyo-e tanto caro all’occidente del XIX secolo: non lasciarsi travolgere dai mille rivoli del divenire quotidiano che passa, dai suoi piaceri effimeri e dagli oggetti che lo contornano.[9] Neanche la bellezza permane, forse il suo ricordo in chi resta per un po’ prima del grande volo.

Narra un apologo zen che un uomo inseguito da una tigre si gettò in un precipizio, ma si salvò aggrappandosi a una radice che spuntava dalla terra. Nel frattempo la bestia era sopraggiunta affamata, mentre sotto lo attendeva un’altra tigre ugualmente pronta a ucciderlo. Non solo: due topi iniziarono a rodere la radice che ancora per poco lo teneva in vita. Eppure, proprio in quel momento, l’uomo si accorse di avere a portata di mano una fragola. Ebbene, quella fragola era dolcissima.

kokomosaico.com

Arianna Gallo, Anime, 2015 (25)Arianna Gallo, Anime, 2015 (23)

 

Note:

[1] “Il termine stesso di manga, che identifica oggi i fumetti e i cartoni giapponesi, è di difficile traduzione: l’ideogramma man, che definisce una cosa “priva di seguito”, “frammentaria”, “confusa” o “destrutturata”, rimanda a un’idea di totale spontaneità, di fermento anarchico, che si coniuga con il ga, “il disegno”.” Jocelyn Bouquillard, Hokusai Manga, Milano 2007, pp. 9-10. In questo senso risulta ancora più interessante, quasi un ossimoro giocoso e insieme un’iperbole etimologica, il lavoro in tessere di Arianna Gallo, che in Lens usa la frammentarietà duratura del mosaico per ricreare un manga, il cui etimo rimanda al frammento cartaceo precario, in questo caso riproducendo un frammento di una ragazza che sta per far esplodere una bomba a mano, che ridurrà tutto in frammenti.

[2] In particolare fa parte delle collezioni del CIDM – Centro Internazionale di Documentazione sul Mosaico, sezione del Mar – Museo d’Arte della città di Ravenna.

[3] “There are examples of decorative art produced with a clear understanding of the nature and function of the architecture itself.” Tsugiyoshi Doi, Momoyama Decorative Painting, New York 1977, p.26.

[4] “Durante il mio soggiorno sono stato colpito dal fatto che l’artigiano giapponese sega o pialla in senso inverso rispetto al nostro: da lontano verso il vicino, dall’oggetto verso il soggetto.”, Claude Lévi-Strauss, L’altra faccia della luna. Scritti sul Giappone, Milano 2015, pp.86-87.

[5] Claude Lévi-Strauss, op. cit. p.44.

[6] Ancora una volta, l’esperienza vissuta da Lévi-Strauss è estremamente chiarificatrice: “Mai mi sono sentito così vicino a un passato lontano come nelle piccole isole Ryūkyū, tra quei boschetti, quelle rocce, quelle grotte, quei pozzi naturali e quelle fonti considerati come manifestazioni del sacro. (…) Per gli abitanti, questi eventi non si sono svolti in un tempo mitico. Sono di ieri, sono di oggi, e anche di domani, poiché gli dèi che discesero qui ritornano ogni anno e, lungo tutta l’estensione dell’isola, riti e siti sacri inverano la loro presenza reale.” Claude Lévi-Strauss, op. cit., pp.187-188.

[7] Fosco Maraini, Ore giapponesi, Milano 2000, p.39.

[8] Jun’Ichirō Tanizaki, Libro d’ombra, Milano 2015, p.64.

[9] Gian Carlo Calza, Giappone Potere e Splendore 1568/1868, Milano 2009, pp.22-23.

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Premessa: l’articolo che segue apparirà su Mosaïque Magazine n.12, Parigi luglio 2016. 

A proposito di Silvia Naddeo, terrò con questa splendida artista una conversazione sul suo lavoro in occasione della Festa Artusiana 2016 lunedì 27 giugno alle 21.00 presso la Piazzetta Berta e Rita (Via delle Cose Diverse – Via A. Saffi 78) a Forlimpopoli. Non mancate!

Infine, ricordo che è attualmente in corso sino al 3 luglio la sua personale Trasfigurazioni del gusto, a cura di Raffaele Quattrone, presso il Palazzo del Monte di Pietà, Corso Garibaldi 37, a Forlì.

Silvia Naddeo, Eat Meet, 2009

Silvia Naddeo, Eat Meet, 2009

Bistrot Naddeo: realtà, virtualità, relazione

di Luca Maggio

“Il gioco è una funzione che contiene un senso.” Johan Huizinga, Homo ludens

È noto l’episodio narrato da Plinio il Vecchio in cui il pittore Zeusi, orgoglioso di aver ingannato alcuni uccelli che volevano beccare dell’uva da lui dipinta, venne a sua volta ingannato da un telo dipinto su un quadro dal rivale Parrasio.[1]

L’uso e il gioco di moltiplicazione del reale del trompe l’œil è dunque conosciuto sin dall’antichità anche in ambito musivo, basti pensare ai tanti esempi di “asárotos òikos”, il “pavimento non spazzato”, con la rappresentazione dei resti di un pasto e, sebbene l’inganno dell’occhio abbia trovato l’epoca di massimo splendore in età manierista e barocca, è giunto sino al nostro tempo.

Silvia Naddeo, Eg(g)0, 2009

Silvia Naddeo, Eg(g)0, 2009

Non mi riferisco tanto alle varie correnti e personalità dell’arte cinetica del secolo scorso, ma alla grande illusione del cinema e, tecnicamente, al moto dei singoli fotogrammi altrimenti fissi, mentre in anni recenti, a realtà virtuali come Second Life sviluppatesi in termini sempre più sofisticati: “al momento della scoperta del trompe l’œil si provava un piacere simile a quello che oggi proviamo con la realtà virtuale. Era una forma estatica del vedere che nasceva in un momento storico di grande cambiamento. Oggi viviamo nel Neo-barocco, che come il Barocco è un momento di cambiamento storico e sensoriale”[2].

Partendo da una tecnica musiva perfettamente curata nel dettaglio, l’attività figurativa messa a punto da Silvia Naddeo coglie questi ambiti di significato e vi si muove attraverso il punto d’osservazione del cibo inteso sia come passione personale[3] sia come catalizzatore socio-antropologico, essendo sempre più desiderosa di mettere in relazione le sue opere col pubblico o meglio con le persone grazie a media tecnologici multimediali.

Silvia Naddeo, Sweet Things (particolare), 2010

Silvia Naddeo, Sweet Things (particolare), 2010

Nel giro di brevi anni, l’attenzione dell’artista si è spinta da una produzione dall’eco iperrealista come nella carota gigante Eat meat  del 2009 o nelle uova a grandezza naturale di  Eg(g)o e Sweet things del 2009 e 2010, all’avviare studi sulle tradizioni culinarie popolari e tipiche di alcuni luoghi a lei noti come il classico crescione romagnolo con squacquerone e rucola ironicamente chiamato Romagna Pride[4] del 2011 o l’enorme e visivamente sontuosa Transition di ben 170 cm di diametro, realizzata grazie a una residenza d’artista presso la Ismail Akhmetov Foundation di Mosca nel 2012 e rappresentante il blin, la frittella-focaccina della tradizione russa accompagnata da panna acida e caviale, legata a origini antiche e culti pagani: la forma, il colore e il calore ricordano il sole e dunque la transizione di rinascita primaverile, tanto che il primo blin preparato con abiti rituali veniva offerto in senso propiziatorio alle anime dei morti. Poiché la storia del cibo è storia intima della cultura umana, i bliny si ritrovano oggi nella festa della Maslenitsa, corrispondente alla settimana carnevalesca precedente la Quaresima: sono quindi stati assorbiti dal cristianesimo, come del resto è avvenuto in occidente sin dall’associazione vino e pane quali sanguis et corpus Christi.[5]

Silvia Naddeo, Transition, 2012

Silvia Naddeo, Transition, 2012

Parallelamente a queste ricerche, forse nelle prime opere con un sincretismo più vicino a surrealtà, dada e pop della poetica di un Pino Pascali quanto all’apparente semplicità dei disegni, per quanto di realizzazione faticosa, e complessità dei simboli trattati, rispetto ad esempio ai Tableaux-Pièges di Daniel Spoerri (alla nostra artista interessa il cibo integro e non i suoi resti), è sempre più forte nella Naddeo la volontà di coinvolgere lo spettatore in modo più diretto, rendendolo soggetto attivo delle proprie opere.

Silvia Naddeo, Storia di una zucchina

Silvia Naddeo, Storia di una zucchina, 2011

Da una parte iniziano le narrazioni coi rimandi pittorico letterari dell’installazione Byron’s delight, vera e propria déjeuner sur l’herbe del 2011. Dall’altra, sul piccolo formato, ecco spuntare nello stesso anno la Storia di una zucchina in cui la comune verdura tagliata a rondelle racconta su ciascuna di queste la propria vicenda attraverso miniature su carta stampate col computer e incollate sul supporto musivo, dall’annaffiatura del primo seme sino all’ortaggio maturo che si sta guardando e toccando, con una sorta di autobiografia dall’umore meta-teatrale e pirandelliano, essendo comunque finto, ricostruito, in apparenza muto, l’oggetto a mosaico che a suo modo sta invece parlando.

Silvia Naddeo, Byron's Delight, 2011

Silvia Naddeo, Byron’s delight, 2011

Se ogni racconto necessita di un ascoltatore, il passaggio successivo della regia visiva della Naddeo avviene con l’operazione MyPanino del 2013 e consiste nel trasformare il visitatore in costruttore dell’opera, per cui ognuno può scegliere su una tavola gli ingredienti in mosaico preparati dall’artista e fabbricare da sé il panino specchio della propria personalità. Fatto questo si scatta una foto con un dispositivo connesso col sito www.mypaninoproject.com o con un mezzo proprio, smartphone o tablet, per poi condividerlo con l’hashtag #mypanino in vari social network: in pochi secondi, il millenario mosaico passa da tattile a multimediale, creando una galleria, anzi uno spartito di caratteri umani pressoché infinito variando preferenze e disposizione delle poche note di alimenti proposti.[6]

Silvia Naddeo, My panino

Silvia Naddeo, MyPanino (particolare), 2013

Questo si deve all’intuizione di Silvia Naddeo che cercando attraverso il cibo, centro mitico dell’umano, un sistema di relazioni fra oggetto, persona e comunicazione, ottiene quella che per Lévi –Strauss era “un’inversione del rapporto fra il mittente e il ricevente, giacché in fin dei conti è il secondo che si scopre significato dal messaggio del primo: la musica vive sé stessa in me, io mi ascolto attraverso di essa. Il mito e l’opera musicale appaiono dunque come direttori d’orchestra i cui uditori sono silenziosi esecutori.”[7]

Silvia Naddeo, A cena con – No ordinary dinner, 2015

Silvia Naddeo, A cena con – No ordinary dinner, 2015

Approfondendo il discorso sulla realtà virtuale collegata al mosaico, nel 2015 è la volta del progetto A cena con – No ordinary dinner presentato come il precedente al Premio GAeM[8]: su una tavola elegantemente apparecchiata per due sono presenti alcuni cibi in mosaico che rimandano a un misterioso artista, in questo caso Salvador Dalí. Per completare tale quadro e indovinare chi sia l’ospite, una volta che si siede l’invitato può letteralmente entrare nell’universo creativo del convitato di pietra attraverso una Google Cardboard, il visore virtuale che viene così posto in relazione ad un evento artistico, non solo musivo, in modo originale e inedito, creando un circuito ininterrotto che rende (quasi) impossibile distinguere fra sogno e realtà come voleva il vecchio Breton dei Vasi comunicanti (1932).

Sempre nel 2015 la Naddeo porta avanti un piccolo ma significativo piano musivo, Day by Day, un percorso manuale e digitale della durata di un anno in cui per ogni giorno/frammento viene scelta una tessera/frammento simbolo del giorno stesso, posta su un biglietto da visita firmato e datato, il tutto associato a un oggetto caratterizzante l’unicità del momento effimero e infine fotografato e pubblicato su daybydaysilvianaddeo.tumblr.com.

Silvia Naddeo, Day by Day, 2015

Silvia Naddeo, Day by Day, 2015

Questo omaggio quotidiano alla propria materia espressiva è anche testimonianza autentica del carpe diem oraziano, dal momento che “carpere” nel senso usato dal poeta non vuole genericamente dire “prendere, cogliere l’attimo”[9], ma “sbocconcellare” l’intero rappresentato dal tempo, giorno per giorno, anzi istante dopo istante, cercando di assaporare sino in fondo cosa sia quel mistero chiamato vita, senza necessariamente spiegarsi tutto.

Dunque la mente di questa artista è vero luogo dell’incontro di forme e mezzi materiali, umani, virtuali, una sorta di “Bistrot Naddeo” in cui sotto lo sguardo complice, presente, mai giudicante della proprietaria, gli incontri “respirano. I discorsi che vi s’incrociano sono pieni di illusioni e delusioni, desideri e paure, speranze e dubbi: insomma, per dirla tutta, d’intelligenza.”[10]

www.silvianaddeo.com

 

[1] Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, XXXV, 65, Milano 2000, p. 185.

[2] Derrick De Kerckhove, in Flaminio Gualdoni, Trompe l’œil, Ginevra-Milano 2008, p.26.

[3] “So che all’apparenza possa sembrare strano, ma trovo che il mosaico come la cucina abbiano molti punti di contatto e similitudini rispetto al processo creativo. Un mosaicista, come del resto un cuoco, sceglie accuratamente le materie prime che utilizzerà per creare ed esaltare la propria opera. Il taglio delle tessere non si discosta poi tanto dalla preparazione dei singoli alimenti, come poi  l’interazione che avviene tra di essi, l’attesa del risultato che si compone lentamente (e che a volte può richiedere l’aggiunta di un po’ più di condimento), fino al risultato finale che sfocia in un’esperienza di condivisione e nutrimento per i sensi. (…) Ciò che più mi affascina,  per quanto riguarda la tematica del cibo, è tutto quello che si nasconde dietro ad un alimento o pietanza che sia, gli aspetti socio culturali a cui è legato e che lo contraddistinguono.” Silvia Naddeo da un’intervista rilasciatami nel 2011 e pubblicata sul mio blog: https://lucamaggio.wordpress.com/2011/11/09/mosaico-oggi-intervista-a-silvia-naddeo/

[4] Quest’opera fa parte delle collezioni del CIDM – Centro Internazionale di Documentazione sul Mosaico, sezione del Mar – Museo d’Arte della città di Ravenna.

[5] Massimo Montanari, La fame e l’abbondanza. Storia dell’alimentazione in Europa, Bari 1997, pp.24-25.

[6] Volendo associare una musica al lavoro di Silvia Naddeo, il suo usare strumenti classici come la tradizionale tessera musiva in relazione a media contemporanei mi ricorda lo stile jazz di Page One di Joe Henderson e più delle sofisticazioni mascherate di semplicità e ironia di Quatre Hors d’Oeuvres e Quatre Mendiants di Rossini, le dinamiche delicate ma inusuali e piene di brio della Sonate K.282 en mi bémol majeur di Mozart.

[7] Claude Lévi-Strauss, Il crudo e il cotto, Milano 1990, p. 35 (Mythologiques I. Le cru et le cuit, Paris 1964).

[8] Il Premio Giovani Artisti e Mosaico viene organizzato dal CIDM di Ravenna ogni due anni dal 2011.

[9] Secondo il senso che si vuole attribuire alla frase, il latino prevede più verbi col significato di “prendere”, ad esempio l’oraziano “carpere”, oppure “capere” da cui “captivus”/“prigioniero”, o “sumere” nella Vulgata di San Girolamo, quando Cristo offre da mangiare agli apostoli il pane consacrato come suo corpo (Mc 14,22).

[10] Marc Augé, Un etnologo al Bistrot, Milano 2015, p. 83 (Éloge du bistot parisien, Paris 2015).

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