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Archive for the ‘filosofia’ Category

Con questa premessa desidero ringraziare Alessandra Carini, direttrice artistica della galleria MAG di Ravenna per la bellissima esperienza data all’artista Sara Vasini e al sottoscritto come suo curatore per la mostra Paradiso visitabile gratuitamente dal 4 ottobre al 24 novembre 2019 parallelamente all’esposizione Mai più curata dalla stessa Carini insieme a Benedetta Pezzi sul talentuoso Marco De Santi, quest’anno vincitore del premio Gaem.

L’evento è inserito nella programmazione della Biennale del Mosaico 2019.

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Sara Vasini, Paradiso, 2019

Sara Vasini. Paradiso (abstract dal catalogo)

di Luca Maggio

“La maggior parte degli uomini disprezza troppo facilmente la grazia.” Stendhal

Paradiso è cosa differente per ogni cultura, per ogni individualità.

Parádeisos originariamente è la trascrizione greca dell’avestico pairidaeza  che per Senofonte indicava il grande giardino recintato del re nella Ciropedia. Venne in seguito scelto per tradurre l’ebraico gan della Genesi biblica al posto del vocabolo più comune kẽpos, proprio per la sua valenza regale “che meglio si adattava a un giardino piantato da Dio” (G. Agamben, Il Regno e il Giardino, Vicenza 2019, p.13).

Paradiso è luogo terrestre celeste, tangibile ideale, perduto ritrovato, irraggiungibile vicinissimo mentale. È la meta possibile della ricerca di felicità o la ricerca stessa.

Nella riflessione di Sara Vasini, Paradiso è avere a che fare con la sua lingua madre, il mosaico, non una tecnica, più di un linguaggio, modo d’essere, di vivere nulla mai facile, anzi da esplorare con più tecniche e linguaggi, come nell’opera qui presente.

Alcuni anni fa, Sara acquista per caso un cartone del 1953 del maestro mosaicista Romolo Papa raffigurante il viso del San Pietro musivo del 1112 già nel Duomo di Ravenna. Dopo Codificazioni, il workshop da lei tenuto presso l’Accademia di Belle Arti di Lecce nell’aprile 2019, capisce che questo volto può essere inserito nel Saggio sulla cecità, sua serie in progress ispirata all’opera omonima di José Saramago e iniziata fra 2015 e 2016: circa una volta all’anno, Sara rielabora una copia musiva antica virandone i colori sino al monocromo “poiché a mio avviso il mosaico non è nel colore, come i più pensano, ma nell’andamento (…) nell’accostamento tra una tessera e l’altra” afferma con l’intento di far scoprire anche ai profani la bellezza del ritorno alla grammatica musiva – suo paradiso – senza distrazione o inganno cromatico.

Qui i San Pietro sono due: azzurro e rosa che, nella vulgata occidentale, rappresentano il maschile e il femminile: l’Adamo e Eva del video che collega, completa e chiude questa installazione.

Romolo Papa, Piazza Armerina, 1959

In un catalogo dedicato a Romolo Papa (niArt, Ravenna 2008) si vedono tre immagini in cui Romolo Papa, a Piazza Armerina nel ’59, si fotografa pressoché nudo, a parte un paio di mutande bianche, davanti allo specchio della sua camera, a pochi passi dai sontuosi mosaici romani. Perché si è autoritratto così?

L’ipotesi di Sara è che non si possa essere che nudi davanti alla lingua madre del proprio paradiso, come Adamo e Eva nell’Eden biblico o mentale o, in questo caso, in forma di video, dove Lorenzo e Adele, novelli Adamo e Eva, partono nudi – provvisti solo delle mutande bianche in omaggio alla foto di Papa – dalla propria dimensione identitaria e posizione di riconoscimento, ovvero l’azzurro/maschile e il rosa/femminile dei San Pietro della Vasini, e seguendo un rettilineo invisibile – come talvolta sono gli andamenti e le vie musive e sorgive della vita – camminano verso il centro, verso San Pietro, sotto gli occhi del quale accade l’avvicinarsi, l’incontro, la scoperta dell’Altro, occhi negli occhi, relazione possibile, incognita Paradiso. A quel punto tutto si interrompe, sospeso, e fa ingresso il mistero del presente. Forse del futuro.

Sara Vasini, Paradiso, frame dal video, 2019

In Ultimo tango a Parigi, c’è una scena breve e rivelatrice in cui Jeanne/Maria Schneider descrive il matrimonio pop moderno, quello della pubblicità felice e sorridente, che gli sposi come operai in tuta da lavoro possono sempre riparare, persino in caso di adulterio. Ma “l’amore no, l’amore non è pop” e quando si manifesta, la finzione cessa e “gli operai entrano in un appartamento segreto, si levano le tute e ridiventano uomini, donne e fanno l’amore.” Certo tenendo presente che “Amore non è solo vicenda di corpi, ma traccia di una lacerazione, e quindi incessante ricerca di quella pienezza, di cui ogni amplesso è memoria, tentativo, sconfitta” (U. Galimberti, Le cose dell’amore, Milano 2018, p.155).

Sara Vasini, Paradiso, frame dal video, 2019

Paradiso è anelare a questa autenticità scoprendo nell’altro l’inatteso, “l’enigma” direbbe Lévinas, il diverso da sé, esplorando confini e slanci insospettati, non già un autospecchiarsi sterile per trovare nell’altro la conferma ennesima di sé, un altro sé privo della spinta esplorativa, che è moto di vita. In questo senso “compito dell’arte e della poesia è sicuramente quello di liberare la percezione da tale rispecchiamento, e di aprirla a favore dell’interlocutore, a favore degli altri, dell’Altro.” (B. Han, L’espulsione dell’Altro, Milano 2017, p.82)

Sara Vasini, Paradiso, frame dal video, 2019

A questo appuntamento non si può presentarsi che in luce e nudità, privi di vergogna, come erano i progenitori del mito biblico, come sono gli attori del video che pure danno corpo a una verità, poiché avere desiderio dell’altro e farne esperienza in dolore e amore, con le difficoltà e la fatica spiazzante dell’altro, realizza in pienezza anche il proprio sé finalmente liberato, non più bloccato dai lacci delle paure autoinflitte, anzi arricchito dalla rivelazione della propria follia, l’altro sé in sé, come voleva Socrate nel Simposio platonico, pronto a essere nuovo, più profondamente umano nelle occasioni che verranno. L’altro spariglia le carte dell’io, rimette in gioco tutto, induce a donargli cura e tempo, cura nel tempo, il nostro proprio tempo. Avvicina a una natura più intima e umana che, come intuì Scoto Eriugena nel Periphyseon, è la sede vera del mistero di un possibile paradiso terrestre. Grazie, Sara.

Sara Vasini, Nuda Veritas, 2019

Ps. “Wahrheit ist Feuer und Wahrheit reden heisst leuchten und brennen” / “La verità è fuoco e parlare di verità significa illuminare e bruciare”: sono i versi di Leopold Schefer che Gustav Klimt scelse per la prima versione litografica della Nuda Veritas (1898), in cui la donna-Verità si svela di fronte all’osservatore significativamente reggendo uno specchio da cui si originano raggi luminosi.

Con il trittico finale Nuda Veritas, volutamente nascosto in sede di mostra dietro un tendaggio nero, Sara Vasini riconduce al mosaico proprio Klimt che dei mosaici bizantini di Ravenna si era nutrito per tradurli nello splendore della Secessione viennese. Il lavoro si sviluppa su linee con le tipiche lamelle-tessere di conchiglia della Vasini, insieme a qualche virgola colorata. Nella seconda fase di strappo, col cemento, qualcosa è andato diversamente. Alcune tessere sono rimaste agganciate alla tarlatana. Un errore? Quante volte nella vita di ognuno gli accadimenti prendono direzioni impreviste, incontrollabili? Per quanto non sia facile, bisogna accettarle, integrarle nel nostro percorso. Coerentemente Sara non ha voluto rifare l’opera, decidendo di esporre il dittico con la piega nuova, la bruciatura quasi, che esso ha deciso di assumere. Nuda veritas.

Nella terza immagine, il corpo nudo dell’artista stessa (a parte le mutande bianche, trait d’union con il Paradiso precedente), restituito dal medium fotografico come nell’autoscatto di Papa, veste la Veritas klimtiana, sostenendo uno specchio su uno sfondo marino, Bellaria, suo luogo di nascita, dove lei trova le amate conchiglie-tessere, sua lingua madre. Non è solo una posa speculare a quella di Klimt: questo ritratto è lo svelarsi di un’anima in tutta la sua forza sorgiva, nella sua fragilità definitiva: “Wahrheit ist Feuer und Wahrheit reden heisst leuchten und brennen.”

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Come ogni anno, è giunto il momento dei saluti estivi. Lascio i miei cari lettori in compagnia di alcune bellissime pagine tratte da Le parole di Jean-Paul Sartre.

Ci ritroveremo verso fine agosto, per l’inaugurazione di una mostra di pittura. Ma ora auguro a tutti tempi lunghi, lieti, privi di fretta, da trascorrere con chi amiamo veramente. Buona estate!

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Jean-Paul Sartre (Parigi, 1905-1980)

Ho cominciato la mia vita come senza dubbio la terminerò: tra i libri. Nell’ufficio di mio nonno ce ne’era dappertutto; era fatto divieto di spolverarli, tranne una volta all’anno, prima della riapertura delle scuole. Non sapevo ancora leggere, ma già le riverivo queste pietre fitte: ritte o inclinate, strette come mattoni sui ripiani della libreria o nobilmente spaziate in viali di menhir, io sentivo che la prosperità della nostra famiglia dipendeva da esse. (…) Talvolta mi avvicinavo per osservare queste scatole che si aprivano come ostriche, e scoprivo la nudità dei loro organi interni, fogli pallidi e muffiti, leggermente gonfi coperti di venuzze nere, che assorbivano l’inchiostro e mandavano un sentore di fungo. (…) Il caso mi aveva fatto uomo, la generosità mi avrebbe fatto libro; avrei potuto fondere quella chiacchierona della mia coscienza in caratteri di bronzo, sostituire i rumori della mia vita con iscrizioni incancellabili, la mia carne con uno stile, le molli spirali del tempo con l’eternità, apparire allo Spirito Santo come un precipitato del linguaggio, diventare un’ossessione per la specie, essere diverso, infine, diverso da me, dagli altri, diverso da tutto. Avrei cominciato col darmi un corpo non logorabile e poi mi sarei offerto ai consumatori. Non avrei scritto per il piacere di scrivere ma per ricavare dalle parole questo corpo di gloria. (…) Per rinascere bisognava scrivere, per scrivere erano necessari un cervello, occhi, braccia; finito il lavoro, questi organi si sarebbero riassorbiti da sé (…).

Io: venticinque tomi, diciottomila pagine di testo, trecento incisioni tra cui il ritratto dell’autore. Le mie ossa sono di cuoio e di cartone, la mia pelle incartapecorita sa di colla e di muffa, attraverso sessanta chili di carta mi sistemo comodissimamente. Rinasco, divento alla fine un uomo intero, che pensa, che parla, che canta, che tuona, che si afferma con la perentoria inerzia della materia. Mi prendono, mi aprono, mi espongono sul tavolo, mi lisciano col palmo della mano, e a volte mi fanno crocchiare. Non oppongo resistenza e poi, all’improvviso, sfolgoro, abbaglio, m’impongo a distanza, i miei poteri attraversano lo spazio e il tempo, fulminano i cattivi, proteggono i buoni. Nessuno può dimenticarmi, né passarmi sotto silenzio: sono un gran feticcio maneggevole e terribile. La mia coscienza è in briciole: meglio così. Altre coscienze m’hanno preso in carico. Mi leggono, salto agli occhi, mi parlano, sono in tutte le bocche, lingua universale e singolare; in milioni di sguardi mi faccio curiosità indagante; per colui che sa amarmi sono la sua più intima inquietudine, ma se vuole raggiungermi, mi cancello e sparisco: non esisto più in nessun luogo, io sono finalmente! Sono dappertutto: parassita dell’umanità, i miei benefici la rodono e la costringono senza posa a risuscitare la mia assenza.

Jean-Paul Sartre, Le parole, Parigi/Milano 1964, pp.31-32, 135-136.

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Giandomenico Tiepolo, Il Mondo Novo, 1791, Ca’ Rezzonico, Venezia

La fine di Venezia trova in Giandomenico Tiepolo il suo storico favoloso – il suo mitografo. I suoi disegni e i suoi affreschi dispiegano la libertà quasi infinita di un’arte che affronta la propria fine. (…) Quando Giandomenico trascrive le scene familiari della vita veneziana, giunge sempre al sarcasmo e alla caricatura. Introduce sempre un che di irreale, un che di fantastico, agile e sulfureo. (…)

Giandomenico Tiepolo, Pulcinella e i saltimbanchi, 1797, Ca’ Rezzonico, Venezia

Giandomenico Tiepolo, Pulcinella innamorato, 1793-97, Ca’ Rezzonico, Venezia

Ma in questo universo circola una figura onnipresente, ossessionante; una figura da circo, che sfugge alla scena per mescolarsi alla vita quotidiana e contaminarla con la sua irrealtà e la sua derisione: Pulcinella. Lo troviamo dappertutto. Tra le braccia del centauro che lo rapisce. Che divide il pasto col satiro nel suo antro. Spettatore davanti alla bottega dei ciarlatani. Che segue con noncuranza la passeggiata dei patrizi… In mezzo a tutti quei volti che son maschere, porta deliberatamente la sua maschera dal nero naso adunco; non si capisce se la sua gobba e il pancione sono posticci; la mitria bianca, smisurata, non lo abbandona mai e pare far parte della sua persona. Pulcinella si riproduce e pullula: è notevolmente prolifico. Più che un singolo personaggio, è un’orgia parassitaria. Pare che Giandomenico, in una specie di comico incubo abbia immaginato che questa razza invadente, per cui la vita si limita a dei giochi derisori, si desse da fare per cacciare da Venezia il resto del genere umano. Più crudele di Carlo Gozzi, che aveva tentato di resuscitare la moribonda commedia dell’arte, Giandomenico mescola a un mondo senile alcune figure dell’infanzia, come se volesse farci costatare che l’ozio puerile di Pulcinella costituisce la verità profonda di una società il cui ruolo storico è ormai terminato.


Giandomenico Tiepolo, L’altalena dei Pulcinella, 1791-93, Ca’ Rezzonico, Venezia
Giandomenico Tiepolo,
La partenza di Pulcinella, 1797, Ca’ Rezzonico, Venezia

Si potrebbe credere che una subitanea mutazione abbia fatto nascere in ogni famiglia un piccolo Pulcinella, votato, per tutta la vita, non al lavoro né alle occupazioni produttive, ma all’assurda gesticolazione di una festa perpetua. L’onnipresenza di un Pulcinella, che si mescola alle figure della mitologia e ai resti delle famiglie patrizie, può apparire come il simbolo di una confusione che demolisce tutte le gerarchie e tutte le divisioni tradizionali: è l’agente attivo di un gioioso ritorno al caos.

Giandomenico Tiepolo,
Pulcinella sviene sulla strada, da Divertimento per li regazzi, 1797-1804 ca.

Giandomenico Tiepolo,
Pulcinella impara a camminare, da Divertimento per li regazzi, 1797-1804 ca.

Per la folla di Giandomenico Il mondo nuovo è uno spettacolo di illusione. Non ci sarà alcun nuovo mondo: ci si affolla davanti a delle immagini bugiarde, e la vita popolare si lascia incantare dal prestigio di poveri saltimbanchi…

Jean Starobinski (1920-2019), da Le ultime feste di Venezia, in 1789 i sogni e gli incubi della ragione, trad. dal francese di Silvia Giacomoni, Milano 1981, pp.17-20.

Ps. Oggi compio 41 anni. Festeggio con questa pagina, col disincanto tragicomico del Pulcinella tiepolesco, restituito attraverso le parole illuminanti del grande Starobinski, scomparso giusto un paio di mesi fa.

Giandomenico Tiepolo, Il trionfo di Pulcinella, particolare, 1760-70, Statens Museum for Kunst, Copenaghen


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Il 15 settembre nell’ambito del festivalfilosofia 2017, è stata inaugurata la mostra Cesare Leonardi. L’architettura della vita, che occuperà fino al 4 febbraio 2018 gli spazi di Palazzo Santa Margherita e della Palazzina dei Giardini di Modena per delineare la figura poliedrica e trasversale di Cesare Leonardi (Modena, 1935), che nel corso di una attività durata oltre cinquant’anni si è occupata di architettura, urbanistica, fotografia, design, pittura e scultura, lavorando costantemente al confine tra progettazione e pratica artistica.

Viene così presentato al pubblico il patrimonio di opere e documenti custodito nella sua casa-studio, oggi sede dell’Archivio Architetto Cesare Leonardi, e raccontata l’avventura straordinaria di una vita dedicata alla progettazione, a partire dallo studio degli alberi (la catalogazione di oltre trecento specie arboree ridisegnate in scala 1:100 è raccolta nel volume L’Architettura degli Alberi pubblicato nel 1982 dopo venti anni di lavoro, ancora oggi uno strumento insuperato per la progettazione del verde) fino al design, ad esempio gli oggetti in vetroresina, la Poltrona Nastro, il Dondolo, la Poltrona Guscio e molti altri arredi (esposti nei più importanti musei del mondo: MOMA di New York, Victoria and Albert Museum di Londra, Centre George Pompidou di Parigi), oppure la serie Solidi, elementi di arredo progettati a partire da un unico materiale (la tavola di legno per i casseri da calcestruzzo), fino all’attività fotografica che accompagnerà tutta la sia produzione quale strumento di indagine e documentazione, senza scordare la scultura e la pittura praticate soprattutto negli ultimi anni.

A cura di Andrea Cavani e Giulio Orsini, il grande evento espositivo è organizzato e prodotto dalla Galleria Civica di Modena, Fondazione Cassa di Risparmio di Modena e Archivio Architetto Cesare Leonardi.

Press Irene Guzman

Cesare Leonardi. L’Architettura della Vita

Galleria Civica di Modena, Palazzo Santa Margherita e Palazzina dei Giardini

15 settembre 2017 – 4 febbraio 2018

 

Informazioni

Galleria Civica di Modena, corso Canalgrande 103, 41121 Modena

tel. 059 2032911/2032940

www.galleriacivicadimodena.it

Museo Associato AMACI

 

Archivio Architetto Cesare Leonardi
tel/fax 059 820010
progetti@archivioleonardi.it

www.archivioleonardi.it

 

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Paolo Ventura, Ex Voto (4), 2017, acrilici e matite colorate su fotografia

La Galleria Antonio Verolino presenta Variazioni su un tema, una mostra che riunisce opere di tre artisti, Arthur Duff, Alberto Gianfreda e Paolo Ventura, insieme a un intervento site-specific del giovane artista modenese Luca Zamoc.

L’esposizione, curata da Luca Panaro e Paola Formenti Tavazzani, inaugurerà venerdì 15 settembre 2017, alle ore 18.00 nell’ambito del festivalfilosofia di Modena.

Il progetto nasce attorno all’argomento centrale di questa nuova edizione del festival, che rifletterà sul rapporto tra il pensiero e l’arte indagando il concetto di tecnica, di lavoro e opera, oltre all’impatto che l’immagine ha sul mondo e i suoi significati e sulla trasformazione del ruolo dell’artista.

Pur nella evidente diversità delle tecniche utilizzate e nelle varianti proposte, le opere degli artisti presentati esprimono una costante rigorosa fedeltà alla loro personale, molto articolata, struttura di pensiero: per Arthur Duff la dinamica dei flussi che attraversano tutto l’universo dall’invisibile al visibile e viceversa; per Alberto Gianfreda la resilienza dell’icona, che si adatta a nuove specifiche situazioni in modo interattivo; per Paolo Ventura la teatralità ricreata e fotografata in un’atmosfera tra il reale e il surreale. Nelle opere recentissime esposte in mostra si vedrà come le scienze, in particolare l’astrofisica per il primo, l’antropologia del sacro per il secondo, e la storia, la cinematografia per il terzo e la filosofia per tutti, alimentino costantemente la loro ricerca.

Arthur Duff, Emitter, 2016, pietra lavica, neon, filo elettrico, trasformatore, cm 25×40

Arthur Duff, Black Star_Fragment_M14, 2016, corda in poliestere su telaio in ferro, cm 140×140

Arthur Duff a tutt’oggi presenta un corpus di opere molto vasto, che si è andato definendo negli ultimi anni e che possiamo suddividere in quattro filoni principali: i lavori con i fili annodati e tesati su telaio, di cui fa parte la serie Black Stars; i ricami su tela mimetica; le proiezioni al laser; i neon e le carte. In mostra saranno esposte quattro di queste tipologie di lavori sufficienti a evidenziare il carattere strumentale della parola e del segno. Nella voluta assenza del carattere semantico l’autore rivela l’interesse rivolto altrove: ad ambiti specifici della fisica e dell’astronomia. La scultura di neon crea una parola palindroma; i ricami su tessuto militare si attengono alla morfologia sottostante; la sagoma della pietra vulcanica determina l’andamento del tubo al neon; l’intreccio di nodi neri di Black Star Fragment ricrea un conglomerato di stelle ormai estinto ma visibile oggi.

Alberto Gianfreda, Nothing as it seems, 2017, ceramica, alluminio, misure variabili

Alberto Gianfreda, Nothing as it seems, 2017, ceramica, alluminio, misure variabili

Le opere di Alberto Gianfreda rappresentano invece l’approdo di un lavoro di ricerca volto a dare una nuova configurazione al marmo, per conferire al materiale statico e monumentale per antonomasia mobilità e adattabilità, caratteristiche sentite dall’autore come rispondenti alle esigenze della contemporaneità. Iniziata con l’elaborazione del marmo, la ricerca della versatilità dei materiali di Gianfreda si è estesa anche alla terracotta e alla ceramica. In mostra saranno esposti una serie di vasi cinesi, ridotti a frammenti e ricomposti. L’oggetto originario si legge appena; la destrutturazione dell’icona permette di intuirne la forma primaria e di offrire al contempo una molteplicità di nuove possibili configurazioni, che lo spettatore stesso può a suo piacimento creare. Una ricercata interattività e una riflessione sulla riformulazione dell’immagine. La resilienza dell’icona si configura come la metafora della resilienza della cultura di fronte ai mutamenti drastici della postmodernità.

Paolo Ventura, Ex Voto (1), 2017, acrilici e matite colorate su fotografia

Paolo Ventura, Ex Voto (2), 2017, acrilici e matite colorate su fotografia

I lavori di Paolo Ventura risentono infine degli schemi iconografici degli ex-voto dipinti, molto diffusi nell’Ottocento ma praticati anche nel XX secolo. Una ricca collezione è conservata nel Santuario della Consolata di Torino, dove l’artista si è recato per apprezzarne i dettagli di realizzazione. Gli ex-voto sono quadri basati su schemi ripetitivi, dipinti con grande realismo nella restituzione delle scene. Rappresentano solitamente personaggi vittime di incidenti o malattie, dai quali sono sopravvissuti, e le figure sono ambientate all’interno di luoghi rarefatti ed essenziali. Rifacendosi a questa iconografia, Ventura, si autoritrae fotograficamente in abiti militari della Prima Guerra Mondiale, intervenendo poi con acrilici e matite colorate negli occhi e sul volto in genere, che muta così di significato, specie per la presenza di alcuni schizzi di sangue che restituiscono ambiguità alla rappresentazione.

All’esterno della galleria l’intervento su tessuto di Luca Zamoc fa da ingresso iconografico alla mostra. L’opera esplora la genesi di “ars e techne” tracciando in bianco e nero figure e simboli del sedimento culturale e storico di queste discipline ed è pensata come contenitore alle opere esposte in galleria.

Press Sara Zolla

Variazioni su un tema. Arthur Duff Alberto Gianfreda Paolo Ventura

con un intervento site-specific di Luca Zamoc

a cura di Luca Panaro, Paola Formenti Tavazzani

Galleria Antonio Verolino

15 settembre – 22 ottobre 2017

Via Farini 70 (angolo Piazza Roma)

41121 Modena – Italy

Tel. +39 059 23 78 45

Fax +39 059 22 26 18

www.galleriaantonioverolino.com

info@galleriaantonioverolino.com

Instagram: galleria_antonio_verolino

 

 

 

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Effigie di Lorenzo Valla (Roma, 1407-1457)

Effigie di Lorenzo Valla (Roma, 1407-1457)

Ho esposto queste cose affinché tu, Catone, comprenda che non avresti dovuto accusare come barbari e selvaggi i costumi dei contadini. Ed ecco la chiusa di quei versi: “Fra loro la giustizia segnò le sue ultime impronte, quando abbandonò la terra”[1]. Infine tu definisci l’onestà (honestas) il sommo o l’unico bene, per poi dividerla nelle quattro virtù e azioni delle virtù. Nessuna virtù, infatti, è una nozione, ma è un’azione che mette in pratica una cosa prima conosciuta, come attesta Cicerone: “Tutta la lode della virtù consiste nell’azione”[2].

Su questo concordano praticamente tutti gli autori. Né Aristotele, né Virgilio trattano di queste virtù, allorché essi affrontano, a modo loro, la questione della contemplazione. Capita così che il bene proprio della vita contemplativa non si riferisca all’onestà, ma al piacere, come abbiamo ricordato in precedenza a proposito delle professioni, delle scienze e delle discipline.

Lorenzo Valla (Roma, 1407-1457), da De vero falsoque bono, Bari 1970. Questo dialogo filosofico ebbe quattro redazioni da parte di Valla: 1431, 1433, 1445-48 e una quarta definitiva, ma non databile con precisione, contenuta nel manoscritto Ott. Lat. 2075 della Biblioteca Vaticana.

[1] Virgilio, Georgica, II, 473-474.

[2] Cicerone, De officiis, I, 6, 19.

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umanisti-italiani

Giovedì 23 febbraio è stato presentato presso la Biblioteca Classense di Ravenna un volume molto importante per gli studi attuali e futuri sull’argomento: “Umanisti italiani. Pensiero e destino” (Einaudi, 2016).

I due autori, Massimo Cacciari, che ha firmato il saggio di apertura, e Raphael Ebgi, che ha curato i testi, ovvero l’antologia in cui sono leggibili anche pagine sinora inedite, hanno spiegato come la visione corrente del Quattrocento, tutta grazia e armonia, sia radicalmente da ribaltare, poiché lo spirito che abitava gli intellettuali umanisti era di piena consapevolezza della crisi già in corso nel loro tempo e che esploderà con ferocia definitiva nel Cinquecento, tra guerre, invasioni, riforme e controriforme. Ma il senso di questa tragicità della storia umana è già propria del secolo umanista che nel pieno smarrimento dei due capisaldi medievali (l’impero in sostanza assente e il papato diviso durante lo Scisma d’Occidente addirittura fra tre contendenti, romano, pisano e francese) non a caso si apre col rogo del riformatore boemo Jan Hus, per chiudersi con l’altro rogo, stavolta fiorentino, del Savonarola, passando per il grande shock della caduta di Costantinopoli (1453), assediata dai turchi di Maometto II.

Agli umanisti non resta che tentare l’impossibile, la quadratura del cerchio, conciliare gli opposti, dalla filosofia platonica con l’aristotelica, alla classicità (non vissuta come erudizione vuota ma come modello) col cristianesimo, scartando però il dogmatismo della Scolastica medievale e preferendo alle regole l’esperienza francescana (sì, il semieretico Francesco torna ad essere il santo di riferimento), senza scordarsi della mistica ebraica, la cabala tanto cara agli studi di Pico della Mirandola, arrivando addirittura a proporre da parte del pontefice Pio II la conversione del sultano Maometto II (potenziale guida temporale e autorevole anche per l’Occidente?).

Insomma, la tensione che animava i dibattiti e le posizioni dei protagonisti di questa stagione straordinaria della storia occidentale (e come non citare le due colonne teoretiche massime del Quattrocento tutto, Nicola Cusano e Leon Battista Alberti) era evidente.

In finale di battuta, ho domandato a Cacciari se nonostante tale certezza della crisi, si possano considerare gli umanisti come intellettuali che hanno conservato fiducia nelle capacità dell’uomo, proprio a partire dal desiderio utopico di concordare posizioni altrimenti inconciliabili. Questa la risposta: “Certo, ma tenendo presente che la tensione intellettuale e spirituale è dovuta anche alla coscienza del rischio che l’uomo corre di divenire, proprio per sua natura, superiore all’angelo o peggiore delle bestie. Sulla nave dei folli di Bosch è imbarcata l’intera umanità.”

umanisti-italiani-ravenna

 

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