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Archive for dicembre 2010

Derek Walcott

The time will come
when, with elation,
you will greet yourself arriving
at your own door, in your own mirror,
and each will smile at the other’s welcome,

and say, sit here. Eat.
You will love again the stranger who was your self.
Give wine. Give bread. Give back your heart
to itself, to the stranger who has loved you

all your life, whom you ignored
for another, who knows you by heart.
Take down the love letters from the bookshelf,

the photographs, the desperate notes,
peel your own image from the mirror.
Sit. Feast on your life.

Derek Walcott (1930), Love after love, from Collected Poems 1948-1984 (New York, 1986)

(Derek Walcott, Amore dopo amore

Verrà il tempo/ in cui, con gioia,/ saluterai te stesso arrivato/ davanti alla tua porta, davanti al tuo specchio/ e ognuno sorriderà al benvenuto dell’altro,// e dirà, siedi qui. Mangia./ Amerai di nuovo lo straniero che era il tuo io./ Dà vino. Dà pane. Restituisci il tuo cuore/ a se stesso, allo straniero che ti ha amato// per tutta la vita e che hai ignorato/ per un altro, che ti conosce a memoria./ Tira giù le lettere d’amore dallo scaffale,// le fotografie, le note disperate,/ e stacca l’immagine che hai di te dallo specchio./ Siedi. Sia festa e banchetto della tua vita.)

Ps. Con questi versi di Walcott dal finale oraziano, a me molto cari tanto da averne tentato una traduzione (ho poi scoperto non troppo dissimile da quella ufficiale italiana a cura di Barbara Bianchi, Gilberto Forti e Roberto Mussapi, in Mappa del nuovo mondo, Adelphi, Milano, 1992), si chiude il blog per il 2010. Saluto i lettori e li ringrazio di essere sempre più numerosi: “feast on your life” e a tutti buone feste! Tornerò passata l’Epifania.

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Questo post, volutamente privo di immagini, è dedicato a Mina Welby e Beppino Englaro (e a sua moglie), coloro che con coraggio e dignità sono rimasti.

Perché le loro battaglie civili e pacifiche sono per tutti e la democrazia vince quando si possono aggiungere diritti, anziché negarli (discorso estendibile anche ad altri tabù nostrani, come le unioni civili fra coppie omosessuali). Di insulti personali, di strumentalizzazione e violenza religiosa, politica, giornalistica ne hanno subite e duramente: ma non sono stati capaci di fermarli.

Perché ritengo tutti i movimenti pro life, pro family day, pro accidenti loro, ipocriti e pronti non al silenzio, alla pietà, ma a giudicare, a condannare col dito puntato, a mettersi in cattedra e dichiarare (anche da parte di chi governa, per puro opportunismo) che la larva cui s’era ridotto il corpo di Eluana Englaro poteva benissimo generare. Cose bestiali. Quando politiche vere di assistenza pratica, economica e psicologica al malato terminale o degenerativo e alla sua famiglia non esistono o sono del tutto insufficienti: anzi proprio alla famiglia e spesso alle donne viene lasciato tutto questo carico.

Perché questo non è uno spot pro eutanasia obbligatoria per tutti, ci mancherebbe: sarebbe nazista affermare tale “pulizia” sociale. Riguarda solo i casi di malattia irreversibile e anche in tali circostanze, chiunque decida di sopportare la sofferenza e voglia essere curato, alimentato, tenuto in vita dalle macchine, può e deve farlo, deve essergli permesso di farlo sino all’ultimo soffio della sua vita. Ma chi viceversa non ritiene più vita tale stato di cose, pur avendo ricevuto e tentato ogni aiuto possibile, dovrebbe essere lasciato libero di scegliere, di andare, senza criminalizzare né lui né i suoi familiari. Se Papa Wojtyla fosse stato intubato dopo l’ultima crisi respiratoria, forse sarebbe sopravvissuto qualche giorno in più: preferì evitare un’agonia ancor più lenta. Poté farlo.

Anch’io in caso di male o coma incurabile vorrei mi fosse legalmente concesso di non proseguire in nessun accanimento terapeutico, incluse idratazione e alimentazione indotte.

Perché film come Mare dentro (2004) e Le invasioni barbariche (2003) mi avvicinarono al tema e mi aiutarono a capire, a riflettere.

Perché non accada più che un Monicelli o un semplice sconosciuto si lancino dal quinto piano di un ospedale per liberarsi: sono notizie, fatti che gelano il sangue.

Perché quando Piero Welby morì il 20 dicembre 2006 mi commossi.

Perché, da credente, provai rabbia una volta di più per l’indegna decisione vaticana di negare i funerali religiosi richiesti dalla vedova, credente, che per decenni aveva accudito solo con la forza di un amore infinito suo marito che inesorabilmente decadeva. Quale scena vedere le porte di San Giovanni Bosco chiuse, mentre solo dieci giorni prima, per la morte di Pinochet venivano spalancate quelle della cattedrale di Santiago del Cile, con l’incenso e l’organo a coprire il puzzo di sangue e le urla degli assassinati che uscivano da quella bara.

Un tempo avevo sogni sulla Chiesa. Una Chiesa che procede per la sua strada in povertà e umiltà, una Chiesa che non dipende dai poteri di questo mondo. Sognavo che la diffidenza venisse estirpata. Una Chiesa che dà spazio alle persone capaci di pensare in modo più aperto. Una Chiesa che infonde coraggio, soprattutto a coloro che si sentono piccoli o peccatori. Sognavo una Chiesa giovane. Oggi non ho più di questi sogni. Dopo i settantacinque anni ho deciso di pregare per la Chiesa. Guardo al futuro.” Carlo Maria Martini, da Conversazioni notturne a Gerusalemme (Milano, 2008)

Infine, perché Mina Welby l’ho incontrata un anno fa, nel dicembre 2009, a Ravenna, nella sala conferenze di un hotel del centro, dov’erano pochi i cittadini venuti ad ascoltare (del resto l’iniziativa non era organizzata né interessava il PD che qui regna sovrano: perché dunque pubblicizzarla?). Ricordo che prima del dibattito pubblico, sia io che lei eravamo rapiti dalle belle immagini appese alle pareti: del tutto casualmente era in corso una mostra fotografica sul delta del Po e sugli uccelli d’acqua dolce e una delle grandi passioni di Piero Welby era la pesca su fiume.

Ci conoscemmo così, parlando di quella passione che li univa, delle loro passeggiate, del sole sui loro volti, dei suoni della natura, di amore, di vita.

Il Calibano – il blog di Piero e Mina Welby

Associazione Luca Coscioni

Vieni via con me 1Vieni via con me 2

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Ipotesi ricostruttiva del planisfero perduto del 1474 di Paolo dal Pozzo Toscanelli (in chiaro la posizione del continente americano da lui ignorato), da “A Literary and Historical Atlas of America”

“Molto mi piacque intendere la dimestichezza che tu hai con il tuo serenissimo e magnificentissimo Re (Alfonso V del Portogallo, ndr.). E quantunque altre volte io abbia ragionato del brevissimo cammino che è di qua alle Indie, dove nascono le specierie, per la via del mare, il quale io tengo più breve di quel che voi fate per Guinea, tu mi dici che Sua Altezza vorrebbe ora da me alcuna dichiarazione o dimostrazione acciocché s’intenda e si possa prendere detto cammino (…).

Laonde, come ch’io sappia di poter ciò mostrarle con la sfera in mano e farle vedere come sta il mondo, nondimeno ho deliberato per più facilità e maggiore intelligenza dimostrar detto cammino per una carta, simile a quelle che si fanno per navigare; e così la mando a Sua Maestà fatta e disegnata di mia mano, nella quale è dipinto tutto il fine del ponente, pigliando da Irlanda all’austro insino al fin di Guinea, con tutte le isole che in questo cammino giacciono; per fronte alle quali dritto per ponente giace il dipinto delle Indie, con le isole e i luoghi dove potete pervenire: e quanto dal polo artico vi potete discostare per la linea equinoziale, e quanto spazio, cioè in quante leghe potete giungere a quei luoghi fertilissimi d’ogni sorte di specieria e di gemme e pietre preziose (…) non abbiate a meraviglia, se io chiamo Ponente il Paese, ove nasce la specieria, la quale comunemente dicesi che nasce in Levante: perciocché coloro, che navigheranno al ponente, sempre troveranno detti luoghi in ponente; e quelli che andranno per terra al levante sempre troveranno detti luoghi in levante. (…)”

Paolo dal Pozzo Toscanelli (Firenze, 1397 – 1482), dalla lettera a padre Fernando Martins, 1474 (in La carta perduta, Paolo dal Pozzo Toscanelli e la cartografia delle grandi scoperte, Firenze, 1992)

Martin Waldseemüller, 1507, la prima mappa su cui compare il nome “America”, dal 2001 presso la Library of Congress, Washington D.C.

“A Cristoforo Colombo, Paolo fisico salute. Io ho ricevuto le tue lettere con le cose che mi mandasti, le quali io ebbi per gran favore; e stimai il tuo desiderio nobile e grande bramando tu di navigar dal Levante al Ponente come per la carta che io ti mandai, si dimostra; la quale si dimostrerà meglio in forma di sfera rotonda. Mi piace molto che elle sia bene intesa e che detto viaggio non sol sia possibile, ma vero e certo, e di onore, e guadagno e di grandissima fama appresso tutti cristiani (…) di modo che quando si farà detto viaggio sarà in regni potenti, e in città abbondanti: cioè di ogni qualità di specierie in gran somma e di gioie in gran copia. Ciò sarà caro eziandio a quei Re, e Principi che sono desiderosissimi di praticare e contrattare con cristiani di quei nostri paesi, si per esser parte di lor cristiani, e si ancora per aver lingua e pratica con gli uomini savi e d’ingegno di questi luoghi, così nella religione come in tutte le altre scientie, per la gran fama degli imperi e dei reggimenti che hanno di queste parte per le quali e molte altre che si potrebbono dire, non mi meraviglio, che tu, che sei di gran cuore, e tutta la nazione portoghese, la quale ha avuto sempre uomini segnalati in tutte le imprese, sii col cuore acceso, e in gran desiderio di eseguire detto viaggio.”

Paolo dal Pozzo Toscanelli (Firenze, 1397 – 1482), dalla lettera a Cristoforo Colombo (in La carta perduta, Paolo dal Pozzo Toscanelli e la cartografia delle grandi scoperte, Firenze, 1992)

Mo Yi-tong, 1763, presunta copia di una carta del 1418 (?) della dinastia Ming

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Giuseppe Arcimboldi, Il bibliotecario, 1562 ca., Skokloster Slott, Styrelsen, Stoccolma

Anni fa, rimasi male del fatto che a quasi nessuno degli amici cui l’avevo consigliato piacque quel piccolo gioiello che è Utz di Chatwin, in effetti diverso da altre cose sue.

Col senno di poi, capii che avevano ragione loro: non potevano amare la storia tragico-malinconica (e basata su fatti realmente accaduti) di quel povero collezionista di porcellane Meissen, stretto fra la morsa nazista prima e stalinista-sovietica poi, poiché la maggior parte di loro non era affetta da uno dei virus più incurabili che abbia mai infettato l’umana specie: il collezionismo. E collezionisti si nasce: il morbo può anche restare silente per anni e poi manifestarsi in tutta la sua inguaribilità.

Tutto può essere oggetto-feticcio da collezione: quadri, francobolli, monete, statue e stampe antiche o moderne, ma anche scarpe, tappi (ricordo che da bambino raccoglievo quelli dei succhi Valfrutta con le bandiere del mondo) e cavatappi, bottiglie della coca cola, pacchetti di sigarette, pipe, posacenere, lego e diolebenedica figurine, vestiti e gioielli, cammei, ma anche cartoline, come sa bene Enrico Sturani, il più grande, competente e divertente collezionista italiano (europeo? mondiale?) del genere: provate a leggere Cartoline. L’arte alla prova della cartolina (Barbieri Editore, 2010) o le esilaranti Memorie di un cartolinaro (Roma, 2004).

Carl Spitzweg, Il topo di biblioteca, 1850, Schweinfurt, coll. Georg Schaefer

Ma una delle peggiori tipologie di collezionista è quello di libri: ed è un attimo scivolare da bibliofilo a bibliomane, bibliofolle o addirittura bibliofago, come Johann Ernst Biren, che nel XVIII secolo da scrivano divenne duca di Curlandia e fu divoratore di carta in senso letterale, tanto da ispirare al Balzac delle Illusioni perdute, il capitolo Storia di un favorito (dello stesso autore, a proposito di collezionismo di dipinti, si ricordi il formidabile Il cugino Pons), e in tempi più recenti, una biografia da parte di Edgardo Franzosini, Il mangiatore di carta. Alcuni anni della vita di Johann Ernst Biren (Milano, 1989). Altro caso inquietante e realmente avvenuto è quello del parroco assassino Johann Georg Tinius, di cui è testimone il romanzo di Klaas Huizing Il mangialibri (Monaco, 1994, in it. Vicenza, 1996).

Di vicende legate alla bibliomania è ricca la letteratura di ogni tempo, da Luciano di Samosata a Cesare Beccaria, ma in particolare durante il XIX secolo numerosi sono gli autori francesi che vi si dedicano, dalla prima prova del giovanissimo Flaubert, Bibliomanie (1836), a Le Bibliomane di Charles Nodier (1831), dal Boulard bibliomane di Descuret (1841), a L’enfer du bibliophile di Charles Asselineau (1860), sino a La fausse Esther di Pierre Louÿs (1903).

Tornando al reale, non meno malato dell’immaginario letterario, che anzi sul dato reale si fonda e affonda l’inchiostro, sono testi godibilissimi le memorie di Via Ripetta 67. “Al Ferro di Cavallo”: pittori, scrittori e poeti nella libreria più bizzarra degli anni ’60 a Roma (Bari, 2005) di Agnese De Donato e La collezione (Torino, 2009) di Giampiero Mughini, in cui, come recita il sottotitolo, Un bibliofolle racconta i più bei libri italiani del Novecento, con pagine a dir poco commoventi (fra cui quelle su Dino Campana, stupende), libro dedicato a Roberto Palazzi (1946-2002), tragicamente suicidato otto anni fa, lettore onnivoro, libraio generoso, amico e maestro iniziatore di libri non solo di Mughini, ma di tantissimi altri, di tutti, come recita la dedica. Di questo grande sono stati raccolti e pubblicati poco tempo fa gli Scritti di bibliografia editoria e altre futilità (Macerata, 2008).

Filippo Tommaso Marinetti, 8 anime in una bomba, Milano,1919

Fra i suoi beneficiati, si trova ai primi posti Pablo Echaurren, romano benché figlio del cileno Sebastian Matta (al secolo Roberto Antonio Sebastián Matta Echaurren) e pittore a sua volta, autore di fumetti (Caffeina d’Europa. Vita di Marinetti, Roma, 2009) e della storica copertina di Porci con le ali, scrittore e marito della storica dell’arte e del futurismo Claudia Salaris, ma soprattutto e anzitutto collezionista, o meglio il collezionista di libri, plaquettes, manifesti e qualsiasi futurcellulosa partorita dai marinettiani:  fra le sue ultime perle, Nel paese dei bibliofagi (Macerata, 2010) è il coming out più fluviale e brillante che si possa avere da un bibliomane consapevolmente felice della propria mania, perché in sostanza, “il collezionista in genere, e quello di libri in particolare, è, senza appello, un tossico.” (Flaminio Gualdoni)

E come ogni tossico ha il suo pusher, così ogni bibliofilo-bibliofolle ha i suoi librai (spesso a loro volta intossicati dal “veleno” che vendono), contro cui combattere battaglie ferocissime e strategie che neanche Sun Tzu sui costi levitanti più di schiere di monaci buddisti, cui l’autore dedica strali spassosi (ai librai s’intende, non ai seguaci del mistico sorridente pluritrippe), poiché la carenza di pecunia è per ogni drogato l’incubo che prelude a crisi di astinenza insopportabili, alla perdita dell’oggetto tanto desiderato da scadere “nel fecale, nell’assolutamente anale”, poiché “senza lilleri non si lallera miei cari, e noi vollimo sempre vollimo lallerare, di molto assai.”

Tutto questo narrato nello stile libero, pirotecnico di Echaurren, fatto di suoni, neologismi, metafore, rime, assonanze, allitterazioni, onomatopee, doppi tripli sensi ed espressioni baroccofuturgaddesche, a mescolare-mascherare il vernacolo col linguaggio più intellettualmente chic, risultando così arguto e sempre assai competente (si veda anche il suo Futurcollezionismo, Milano, 2002), dando vita ad una scrittura “in movimento mentale perenne” talché “nessuno saprà mai se quell’errore è tale o è voluto, se il refuso che dopo l’ennesima lettura hai scovato è davvero un refuso o è il ghigno irridente di questo artista perenne e colto. E quindi lasci tutto com’è, non tocchi nulla perché potresti tu commettere un errore”, come scrive nella bellissima postfazione Annette Baugirard.

Ps. Parlando di libri, non si può alfine non segnalare per completezza, amore della materia trattata, brio di lettura e corredo iconografico di tutto rispetto, Una storia del libro. Dalla pergamena a Ambroise Vollard (Milano, 2008) di Flaminio Gualdoni.

Pablo Picasso, Ritratto di Ambroise Vollard, 1909-10, Museo Puškin, Mosca

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Michelangelo Merisi detto Caravaggio, Davide con la testa di Golia, 1610, Galleria Borghese, Roma

Va finalmente concludendosi l’anno dedicato al quarto centenario della morte di Michelangelo Merisi detto Caravaggio (Milano, 1571 – Porto Ercole, 1610).

Innumerevoli le mostre, mostrine e mostriciattole succedutesi facendo leva commerciale sul suo nome magico, che attira più turisti che api sul miele, come ha intuito uno dei critici da bar e da biennale che oggi vanno per la maggiore, definendolo “rockstar”.

Lo sanno bene a Porto Ercole dove mesi fa, con gran dispendio di media e denari per la ricerca, è stato annunciato l’evento più evento di tutti: il ritrovamento delle sue ossa da parte dell’équipe di Giorgio Gruppioni, docente di antropologia dell’Università di Bologna.

Che poi lo scheletro non sia comprensibilmente completo, che poi queste ossa pare siano sue all’80/85% e che, soprattutto, dal punto di vista critico non importi assolutamente una cippa sapere come il disgraziato sia morto (argomento eventualmente da sottoporre ad un truce plastico di Vespa o meglio al Grande Capo Estiqaatsi del duo comico Lillo e Greg), sembra non interessare molto Silvano Vinceti, coordinatore dell’operazione e presidente del mirabolante “Comitato nazionale per la valorizzazione dei beni storici, culturali e ambientali”, il quale, non pago, ha annunciato prossime campagne riguardanti Leonardo, Giotto o quanti altri possono venire in mente, avvalorando di fatto la definizione di archeologia di Ivo Perego, personaggio di Antonio Albanese: “un modo per rompere i coglioni ai morti.”

Di ben altro livello gli eventi un tempo legati alla riscoperta artistica del Merisi, fatti veri e non fattoidi, a partire dalla grande mostra che Roberto Longhi gli dedicò a Palazzo Reale a Milano, tra l’aprile e il giugno 1951, un’antologica di portata eccezionale per il numero e la qualità delle opere presenti, non solo del Caravaggio, ma anche di artisti italiani ed europei coevi da lui più o meno direttamente influenzati. Nella presentazione del catalogo (Sansoni, Firenze, 1951), un semplice libro in ottavo, corredato da un solo breve ma fondamentale saggio introduttivo di Longhi, si legge: “Siamo certi che il favore del pubblico decreterà il successo della Mostra poiché, nel travaglio della ricostruzione pacifica, il Paese è proteso a ritrovare quei valori dello spirito che sono suo patrimonio inconfondibile e sua durevole gloria”, firmato Achille Marazza, Ministro del Lavoro e presidente della mostra. Decisamente un’altra epoca.

Michelangelo Merisi detto Caravaggio, I bari, 1595-96 ca., Kimbell Art Museum, Fort Worth, Texas, U.S.A.

Per non avvilirsi troppo, vale la pena per il 2010 citare almeno l’esposizione curata da Claudio Strinati alle Scuderie del Quirinale (catalogo Skira, Ginevra-Milano, 2010), con rianalisi critica di 24 capolavori del Caravaggio, e la pubblicazione dell’importante raccolta di studi di Luigi Spezzaferro (Caravaggio, Milano, 2010), uno dei maggiori studiosi del nostro, purtroppo scomparso quattro anni fa, a partire dal saggio di apertura del ‘71 dedicato a La cultura del cardinal del Monte e il primo tempo del Caravaggio, titolo che fa tornare alla mente l’intuizione avuta da Federico Zeri (Diari di lavoro 2, Torino, 1976) circa l’attribuzione al giovane Merisi delle nature morte tuttora sotto il nome dell’ignoto Maestro di Hartford, da cui si è generato un dibattito tuttora aperto con studiosi illustri e seri a favore (Giuliano Briganti su L’Espresso del 17 febbraio 1979, Anna Ottani Cavina e, da lei citato in lettere inedite, Charles Sterling in Prospettiva Zeri, Torino, 2009, e in Federico Zeri. Dietro L’immagine, opere d’arte e fotografia, Torino, 2009, e, sostanzialmente favorevole all’ambito caravaggesco, anche Alberto Cottino in La natura morta italiana da Caravaggio al Settecento, Milano, 2003) o contro tale ipotesi (Maurizio Calvesi su L’Espresso dell’11 febbraio 1979, Mina Gregori in op. cit., Milano, 2003 e in Prospettiva Zeri, Torino, 2009, Ferdinando Bologna in L’incredulità del Caravaggio, Torino, nuova edizione accresciuta del 2006).

Più che cercar le ombre tra i fossi, inventando nuove e improbabili discipline, tipo la “necrofilologia”, la nascita della natura morta moderna, che a parte la regione fiamminga vede protagoniste europee la scuola lombarda (Figino, Galizia, Nuvolone) e quella romano-caravaggesca (Salini, Crescenzi, Bonzi detto il Gobbo dei Frutti, i Maestri di Hartford e Acquavella, etc.), dovrebbe continuare ad essere oggetto d’indagine, con scoperte e attribuzioni sorprendenti che attendono ancora di compiersi.

Maestro della natura morta di Hartford (il giovane Caravaggio?), Wadsworth Atheneum, Hartford, Connecticut, U.S.A.

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Luca Barberini, On the Oil Barrel, 2010

(Premessa: l’intervista che segue, a cura di Linda Landi, è apparsa sul sito e sul numero 419 del 2 dicembre 2010 del settimanale Ravenna&Dintorni, pagina 13.)

Il mosaico a Ravenna: un dibattito che auspicabilmente continua. È ora la volta di Luca Maggio, critico e insegnante di storia dell’arte (classe 1978) che porta avanti le ragioni di alcuni giovani mosaicisti in risposta all’intervista rilasciata da Saturno Carnoli su Ravenna&Dintorni del 18 novembre 2010 (a pagina 14).

«Non sono d’accordo sull’affermazione che segue – spiega Maggio, “la mia generazione non è riuscita a passare il testimone ai giovani, che oggi sono studenti meno motivati… noi abbiamo vissuto la rivolta, oggi invece manca un pensiero disobbediente e autonomo”. La ritengo mortificante verso chi ha insegnato e continua a insegnare mosaico con passione, e soprattutto verso chi è stato formato e con coraggio ha investito oggi la propria vita nel mosaico, in particolare in quello artigianale e artistico».

Double Game Academy, Ravenna, 2009: in primo piano l'opera di Silvia Naddeo, Eat Meet, premiata dal MAXXI di Roma

Qualche nome?

«Tra le cosiddette “nuove leve” ravennati, esistono realtà già qualitativamente affermate a livello nazionale ed internazionale come Dusciana Bravura, Matteo Randi, Filippo Tazzari, Caterina Baldassarri o la giovane Silvia Naddeo, romana d’origine ma ravennate per formazione musiva, di recente premiata dal MAXXI di Roma proprio per una scultura mosaico. Poi, Takako Hirai, giapponese che da anni collabora con Koko Mosaico ovvero Arianna Gallo e Luca Barberini, da tempo attivissimi nel settore, tra l’altro, Barberini è l’attuale vicepresidente dell’Associazione Internazionale Mosaicisti Contemporanei, e ancora il gruppo CaCO3 ovvero Âniko Ferreira da Silva, Giuseppe Donnaloia e Pavlos Mavromatidis, i quali solo nell’ultimo anno hanno diverse esposizioni all’attivo, dall’Artplay di Mosca al Museo Nazionale di Ravenna.

Ma si potrebbero citare molti altri artisti del’ultima generazione, anche stranieri. Mi preme dire che sono tutti più che “motivati e autonomi”, avendo un percorso, una poetica e dignità creativa originali. Non sono promesse, ma già realtà fertili, e ignorarli vuol dire non sapere quel che è accaduto negli ultimi dieci anni».

CaCO3, Organismo verde n.1, 2010

Ma il calo degli iscritti negli istituti di formazione è una realtà…

«Vero, ma penso che l’analisi di Carnoli sia comunque sbagliata, specie per le soluzioni avanzate. In sostanza lui propone di aprire nuovi spazi formativi, al momento non necessari. Se c’è un calo di iscritti, non è dovuto alla mancanza di qualità dei percorsi formativi, ma è da attribuirsi all’assenza di prospettive professionali future, che potrebbero essere attivate da una rete virtuosa di sinergie fra istituzioni pubbliche e private per commissioni e appalti musivi/edili in grado di offrire sbocchi lavorativi. Tutto ciò è difficile, ma non utopico e ne ha parlato per esperienza diretta anche l’architetto e designer Ugo La Pietra lo scorso 9 ottobre, in occasione del convegno “Architettura e Mosaico” organizzato dal Centro Internazionale di Documentazione sul Mosaico del MAR: o crei il circuito o ne resti fuori e Ravenna non può permettersi di vivere solo sul passato, specie riguardo l’identità musiva. In questo senso, occorrerebbero anche spazi espositivi adeguati.

Per i fondi da reperire, Carnoli citava la Regione, ammesso che ne abbia, ed eventuali tagli al Ravenna Festival, polemica vecchia e sterile. Il Festival dà lustro culturale al nome della città nel mondo, oltre ad aver commesso a Marco Bravura due considerevoli opere musive, l’Ardea Purpurea del 1999 a Beirut (una copia è in Piazza della Resistenza a Ravenna), e quest’anno le Onde a Trieste, in occasione di concerti diretti da Riccardo Muti. Sono segni importanti vista anche la candidatura della città a Capitale Europea della Cultura del 2019».

Dusciana Bravura, Alchemy, 2010, Artplay, Mosca



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Emilio Villa (1914-2003)

“Riuscendo a fare il vuoto interno, a creare in sé uno spazio di digiuno, isolando il testo poetico mentalmente da tutto lo si percorre meglio nei suoi meandri.” (Guido Ceronetti)

Emilio Villa (Affori, Milano, 1914 – Rieti, 2003): la sua traduzione dell’Odissea (Parma, 1964) e L’arte dell’uomo primordiale, scritto negli anni ’60 e uscito postumo (Milano, 2005) con l’importante postfazione di Aldo Tagliaferri, il suo maggior studioso, sono stati i miei veicoli per l’incontro con questo genio, parola come si sa abusata, da centellinare, anche se, e senza pentimenti, è in questo caso più che opportuna.

Villa, ex seminarista, traduttore di lingue morte per lui vive, caratteri sumeri, ebraici, greci e latini, con i quali talvolta scriveva, alternandoli e mescendoli ai moderni francese (come al provenzale antico), inglese, portoghese, spagnolo, oltre che al milanese natio e all’italiano, al suo italiano, un code-switching/code-mixing scritto, originale e altro da Pound, Villa poeta e critico d’arte illuminato e illuminante per intuizioni e ponti solo a lui possibili, attraverso differenze di stili e di tempi degli argomenti e degli artisti scelti, dalla preistoria alla contemporaneità più stringente, inventore di cultura tout court nonché di riviste e plaquettes rarissime già all’atto di nascita, croce e delizia di bibliofili e bibliofolli, come fra le altre cose narra Giampiero Mughini in alcune pagine commoventi del bellissimo La collezione (pag. 258-264, Torino, 2009),  fece della parola il centro del suo laboratorio sperimentale, dandole, più che poté, spazio e linfa novissimi: “siamo ancora due solitarie sparsae sibille, io e te, che si/ specchiano in faccia, in feccia, in furia, in fauci inficiate/ come due angeli stupidi e assorti, angeli mutuae faciei./ In realtà non sappiamo dire cosa sia il dire,/ quid sit dicere.

Eppure Emilio Villa resta un mistero: conosciuto da tutti negli ambienti culturali, probabilmente invidiato e per certo isolato da questi, ma anche outsider per scelta, per natura direi: alla muffa ipocrita di tanta intellighenzia italiana, accademica, partitica e non, preferì sempre e sempre fu preferito dagli artisti, coloro che fanno senza necessariamente bisogno di parole, cui pensò lui nel fondamentale e plurilinguistico Attributi dell’arte odierna 1947-1967 (Milano,1970), il capolavoro.

È piuttosto raro trovare Villa in commercio, pur avendo prodotto una quantità considerevole di testi, almeno fino al 1986, data della paralisi, oltre la quale il silenzio.

Emilio Villa, pagina autografa

Certo è che lo stesso Villa faceva spesso uscire cose sue in numeri limitatissimi e serie semiclandestine, quasi sempre impreziosite da disegni e opere grafiche dei suoi amici artisti: Fontana, Manzoni, Castellani, Burri, Mirko, Novelli, Turcato, etc. Moltissimo poi è rimasto allo stato di manoscritto o dattiloscritto, come il progetto incompiuto di una vita, le parti tradotte della Bibbia, conservate insieme a numerose altre carte nel Fondo Villa presso la Biblioteca Panizzi di Reggio Emilia, una delle motivazioni della mostra qui dedicatagli nel 2008, nell’ex Chiesa di San Giorgio, a cura di Claudio Parmiggiani (catalogo Mazzotta, Milano, 2008).

Quando si parla di critica nell’attività di Villa, non è da intendersi nell’accezione comune, ma come fatto d’arte sull’arte, ovviamente anni luce distante, anzi proprio cosa altra dal dannunzianesimo longhiano imperante all’epoca e in seguito attraverso la fungaia epigona.

Un’amica di questo blog (e splendida fotografa), Anna Marasco, laureatasi con una tesi dal titolo Emilio Villa e la ricerca dell’assoluto, mi disse: “Poche parole perché Villa non necessita di nessuno che parli per lui. Un genio. Probabilmente l’ultimo genio d’Italia. Un inclassificabile rabdomante nauseato dall’Italia e dalla sua classe accademica. Era troppo avanti, dunque inesorabilmente destinato all’oblio”.

Cara Anna, hai ragione quando dici che a Villa basta Villa, da cui l’imbarazzo iniziale anche mio per un semplice post, e hai ragione nel dire che era troppo avanti, ma sull’oblio voluto dall’ufficialità, perdura laddove è naturale che sia: Villa resterà, è già, specie per chiunque sia stato toccato dalla sua conoscenza, anche pochissimi, non importa, come dimostrano Il clandestino, la biografia dedicatagli da Tagliaferri (Roma, 2004) e il ricordo del poeta Nanni Cagnone su Le Milieu.

"Tutto è cominciato qui ma tutto finisce altrove, in qualche porzione di millennio", pannello a mosaico da alcuni versi di Emilio Villa, realizzato nel 1986 a cura dell'Istituto Statale d'Arte per il Mosaico G. Severini di Ravenna, attualmente collocato presso il MAR, Museo d'Arte della città di Ravenna


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