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Archive for the ‘televisione’ Category

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Una rivelazione: non conoscevo questo libro e quest’autrice sino a qualche settimana fa, quando ne ho sentito parlare nella stupenda trasmissione di Edoardo Albinati Amabili Testi. Un curioso tra i libri degli altri, in onda ogni lunedì verso le 21.15 su Rai 5, in particolare nella puntata dedicata ai Marras. A proposito, vi consiglio di non perdere i prossimi appuntamenti e di recuperare in rete i precedenti: lo scrittore va a trovare a casa artisti, fotografi, musicisti, attori, registi e altri colleghi suoi non per la tradizionale intervista sul loro pensiero e lavoro, ma partendo dalle loro biblioteche personali, poiché poche cose svelano meglio le intimità d’ognuno che i libri raccolti nel corso del proprio cammino. Aggiungo, per amore, in formato cartaceo.

E appunto Pia Pera (1956-2016) in quest’ultimo suo testo (per la verità è da poco uscito, postumo, Le virtù dell’orto) intitolato Al giardino ancora non l’ho detto da un verso di Emily Dickinson, pubblicato all’inizio di quest’anno qualche mese prima di andarsene lo scorso luglio, narra con sincerità estrema e semplice una verità quotidiana: pagina dopo pagina, tutte splendenti, si trova il senso profondo di essere umani anzitutto con se stessi e dal punto di vista di una persona malata che sa di avvicinarsi alla morte (“Che sia questo della malattia il periodo più felice della mia vita, forse il più libero?”), ma che grazie sia all’orto-giardino creato nel corso di una vita (e forse andrebbe rivalutata la possibilità di morire in casa propria, forse il comodo e civile e talvolta necessario servizio d’hospice non andrebbe usato sempre, quasi a rimuovere, a pulire ciò che spetta a tutti noi, altro segno del conformismo laico beneducato regolativo ipocrita e soffocante del nostro tempo in azione sin dall’infanzia) sia grazie all’altro orto-giardino colorato, profumato d’affetti intensi, dagli amici ai collaboratori al cagnolino, cerca di affrontare le paure inevitabili e le molte difficoltà acuite dall’avanzare della sclerosi laterale amiotrofica con una serenità e una grazia che incredibilmente, o forse coerentemente, si sentono crescere riga dopo riga, mano a mano ci si avvicina alla fine: “Allora bisogna soltanto starsene in pace, e non rinnegare nulla, e rallegrarsi di avere imparato quel poco. Anche quel poco aiuta.”.  Che lezione di saggezza, senza volerlo essere. E viene in mente Montaigne: “La meditazione della morte è meditazione della libertà. Chi ha imparato a morire, ha disimparato a servire. Il sapere morire ci affranca da ogni soggezione e costrizione.” Il mio grazie dunque ad Albinati e a Pia Pera.

I haven’t told my garden yet – no, il giardino si è già abituato a vedere altri che se ne prendono cura. Certo, il mio ruolo non è cessato: scelgo chi lo fa al mio posto. Ma in un senso più profondo, non sono mai stata io sola a prendermi cura del giardino: anche il giardino si prendeva cura di me quando, in apparenza, mi davo tanto da fare. Adesso il giardino è il grembo in cui passo questo tempo fisicamente poco attivo in un senso di pace, serenità. È quello che vedo dalla finestra, quando sono sdraiata sul divano a leggere. Ne avverto la presenza benefica nonostante, in queste giornate troppo calde, non mi spinga fino ai suoi confini. Il giardiniere e la morte si configura allora così: il rifugiarsi in un luogo ove morire non sia aspro. Ove morire faccia un po’ meno paura. Dove sia possibile non darsi troppa importanza per l’inevitabile non esserci più, un giorno. Accettando con calma di essere qualcosa di piccolo e indefinito, un puntino nel paesaggio.”

Pia Pera, Al giardino ancora non l’ho detto, Ponte alle Grazie, Milano 2016.

PS. A ognuno di voi auguro festività liete. Ci ritroveremo nel 2017.

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Sidney Lumet (1924-2011), Oscar alla carriera nel 2005

A poco meno di due mesi dalla scomparsa, lo scorso 9 aprile, non so dire quanto manchi Sidney Lumet (Filadelfia, 1924 – New York 2011), cineasta che ho sempre trovato immenso nel suo essere asciutto, indagatore preciso della natura umana, dei suoi meandri più scuri e quotidiani, autore di una serie di perle luminose che avendo natura di classici, tuttora hanno e avranno da dire a intere generazioni pur avendo 40 o 50 o più anni alle spalle, tanto quanto sono a noi contemporanee le opere dei tragici greci scritte 25 secoli or sono o forse 25 minuti fa.

In particolare avvicino a Eschilo e a Sofocle questo tragico antico nato negli States del ‘900, che usa la realtà a lui nota come sfondo su cui inserire archetipi senza tempo del ventre umano per porsi e porci domande, attualizzando modalità della tragedia classica per narrare non tanto com’è diventato l’uomo, ma forse com’è sempre stato, nel bene e nel male, con eroi insieme negativi e positivi, come già Edipo, perché “l’animale sociale” del seme di Adamo (o meglio dei sassi di Deucalione e Pirra) è complesso più di quanto non voglia riconoscere a se stesso.

La parola ai giurati (1957)

Lumet, noto ai più per successi internazionali quali Serpico (1973) e Quel pomeriggio di un giorno da cani (1974), che hanno contribuito alla consacrazione di Al Pacino dopo Il padrino di Coppola, o Assassinio sull’Orient-Express (1974), con un cast all stars, per me resta anzitutto il regista di alcune pietre imprescindibili del grande schermo: La parola ai giuratiTwelve Angry Men (1957), il suo esordio con protagonista l’amico di una vita, il grandissimo Henry Fonda, dramma eschileo sulla giustizia, sul senso del diritto e dell’innocenza sino a prova contraria, da garantirsi a chiunque e oltre ogni apparenza, specie se venata di razzismo. Un film da vedere e rivedere cento e più volte, anche da un punto di vista fotografico (merito di Boris Kaufman, lo stesso di Fronte del porto di Kazan).

A seguire, l’altro capolavoro assoluto, Network – Quinto potere (1976), a dir poco profetico, con un’interpretazione giustamente premiata dall’Oscar del predicatore folle “Howard Beale”- Peter Finch (attore purtroppo scomparso prima di riceverlo), e della spietata, allucinata dirigente televisiva “Diana Christensen”- Faye Dunaway, senza scordare alcuni comprimari da applauso, fra cui William Holden e Robert Duvall: se volete capire meglio la natura della televisione, il suo potere di persuasione di massa, dunque anche il nostro tempo, oltre ad un’analisi impietosa del cinismo e del delirio di onnipotenza umano, dovete conoscere questa pellicola, farla vostra, studiarla scena per scena.

Onora il padre e la madre (2007)

Infine, l’ultima zampata eschileo-sofoclea, Onora il padre e la madreBefore the Devil Knows You’re Dead (2007), ancora una volta con una serie di attori perfetti, in piena forma tragica, fra cui spiccano i “fratelli Hanson”- Philip Seymour Hoffman ed Ethan Hawke, e il di loro padre “Charles Hanson”- Albert Finney: con una serie di flashback micidiali, con tanto di rumore da incastro degli ingranaggi del destino, meccanismo implacabile azionato però dalla volontà umana, Lumet ricostruisce tutti i pezzi della storia dai vari punti di vista sino all’inevitabile finale tragico, col padre che, guidato dalle Erinni che abitano gli abissi di ogni uomo, soffocherà il figlio ferito in ospedale, avendolo scoperto insieme al fratello mandante della rapina nella gioielleria di famiglia, in cui muore accidentalmente la loro madre, la di lui amatissima moglie.

Conclusione quasi shakespeariana, coerentemente senza sconti, con la dissoluzione del nucleo familiare nel sangue: un’assenza di catarsi al termine del racconto su cui meditare, proprio perché vedendolo, essa accada nelle vite degli spettatori, seduti sulle poltrone-gradinate del cinema, più che mai in questo caso versione moderna del teatro antico, dell’insopprimibile bisogno umano di narrare, vedere, ascoltare, capire.

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Ecco qualche verso di quarta categoria dedicato all’insigne critico Vittorio Sgarbi, che nel finale dell’intervista barbarica dello scorso 13 novembre 2010 su La7 dalla Bignardi (guardate il video a 7 minuti e 50), ha confuso un noto Tiziano, il ritratto di Jacopo Strada, con un altrettanto noto Lorenzo Lotto, forse mal ricordando il ritratto di Andrea Odoni: neanche i fondamentali distingue più.

Ma parla parla parla parla di sesso (sarà impotente?) e come sempre di se stesso. E grazie alla politica va cumulando cariche e incarichi in ambito storico artistico dalla Sicilia al Veneto, sottraendoli a chi per merito o per età potrebbe far meglio, benché meno o nulla televisivamente appariscente e famoso.

Ultimamente in mostre e interviste s’accompagna a una pornostar: per far vedere che o dare a intendere cosa? Ma non è esageratamente superato come escamotage? E soprattutto la pagherà come figurante o come badante?

Sgarbi Vittorio una novità

venti e più anni fa:

urla insulti sputi strepiti,

la nuova critica d’arte in tivvù.

E oggi? Un vecchio che si ripete

e nulla più.

Lorenzo Lotto, Ritratto di Andrea Odoni, 1527, Royal Collection, Castello di Windsor

Tiziano Vecellio, Ritratto di Jacopo Strada, 1566, Kunsthistoriches Museum, Vienna

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Questo post, volutamente privo di immagini, è dedicato a Mina Welby e Beppino Englaro (e a sua moglie), coloro che con coraggio e dignità sono rimasti.

Perché le loro battaglie civili e pacifiche sono per tutti e la democrazia vince quando si possono aggiungere diritti, anziché negarli (discorso estendibile anche ad altri tabù nostrani, come le unioni civili fra coppie omosessuali). Di insulti personali, di strumentalizzazione e violenza religiosa, politica, giornalistica ne hanno subite e duramente: ma non sono stati capaci di fermarli.

Perché ritengo tutti i movimenti pro life, pro family day, pro accidenti loro, ipocriti e pronti non al silenzio, alla pietà, ma a giudicare, a condannare col dito puntato, a mettersi in cattedra e dichiarare (anche da parte di chi governa, per puro opportunismo) che la larva cui s’era ridotto il corpo di Eluana Englaro poteva benissimo generare. Cose bestiali. Quando politiche vere di assistenza pratica, economica e psicologica al malato terminale o degenerativo e alla sua famiglia non esistono o sono del tutto insufficienti: anzi proprio alla famiglia e spesso alle donne viene lasciato tutto questo carico.

Perché questo non è uno spot pro eutanasia obbligatoria per tutti, ci mancherebbe: sarebbe nazista affermare tale “pulizia” sociale. Riguarda solo i casi di malattia irreversibile e anche in tali circostanze, chiunque decida di sopportare la sofferenza e voglia essere curato, alimentato, tenuto in vita dalle macchine, può e deve farlo, deve essergli permesso di farlo sino all’ultimo soffio della sua vita. Ma chi viceversa non ritiene più vita tale stato di cose, pur avendo ricevuto e tentato ogni aiuto possibile, dovrebbe essere lasciato libero di scegliere, di andare, senza criminalizzare né lui né i suoi familiari. Se Papa Wojtyla fosse stato intubato dopo l’ultima crisi respiratoria, forse sarebbe sopravvissuto qualche giorno in più: preferì evitare un’agonia ancor più lenta. Poté farlo.

Anch’io in caso di male o coma incurabile vorrei mi fosse legalmente concesso di non proseguire in nessun accanimento terapeutico, incluse idratazione e alimentazione indotte.

Perché film come Mare dentro (2004) e Le invasioni barbariche (2003) mi avvicinarono al tema e mi aiutarono a capire, a riflettere.

Perché non accada più che un Monicelli o un semplice sconosciuto si lancino dal quinto piano di un ospedale per liberarsi: sono notizie, fatti che gelano il sangue.

Perché quando Piero Welby morì il 20 dicembre 2006 mi commossi.

Perché, da credente, provai rabbia una volta di più per l’indegna decisione vaticana di negare i funerali religiosi richiesti dalla vedova, credente, che per decenni aveva accudito solo con la forza di un amore infinito suo marito che inesorabilmente decadeva. Quale scena vedere le porte di San Giovanni Bosco chiuse, mentre solo dieci giorni prima, per la morte di Pinochet venivano spalancate quelle della cattedrale di Santiago del Cile, con l’incenso e l’organo a coprire il puzzo di sangue e le urla degli assassinati che uscivano da quella bara.

Un tempo avevo sogni sulla Chiesa. Una Chiesa che procede per la sua strada in povertà e umiltà, una Chiesa che non dipende dai poteri di questo mondo. Sognavo che la diffidenza venisse estirpata. Una Chiesa che dà spazio alle persone capaci di pensare in modo più aperto. Una Chiesa che infonde coraggio, soprattutto a coloro che si sentono piccoli o peccatori. Sognavo una Chiesa giovane. Oggi non ho più di questi sogni. Dopo i settantacinque anni ho deciso di pregare per la Chiesa. Guardo al futuro.” Carlo Maria Martini, da Conversazioni notturne a Gerusalemme (Milano, 2008)

Infine, perché Mina Welby l’ho incontrata un anno fa, nel dicembre 2009, a Ravenna, nella sala conferenze di un hotel del centro, dov’erano pochi i cittadini venuti ad ascoltare (del resto l’iniziativa non era organizzata né interessava il PD che qui regna sovrano: perché dunque pubblicizzarla?). Ricordo che prima del dibattito pubblico, sia io che lei eravamo rapiti dalle belle immagini appese alle pareti: del tutto casualmente era in corso una mostra fotografica sul delta del Po e sugli uccelli d’acqua dolce e una delle grandi passioni di Piero Welby era la pesca su fiume.

Ci conoscemmo così, parlando di quella passione che li univa, delle loro passeggiate, del sole sui loro volti, dei suoni della natura, di amore, di vita.

Il Calibano – il blog di Piero e Mina Welby

Associazione Luca Coscioni

Vieni via con me 1Vieni via con me 2

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Ahi serva Italia, di dolore ostello,/ nave sanza nocchiere in gran tempesta,/ non donna di provincie, ma bordello!” Dante Alighieri,  Purgatorio, Canto VI, 76-78

Si è dato conto nel post precedente della memoria dovuta ad un grande italiano, Vittorio Foapater patriae senza ombra di retorica, figura intellettualmente onesta della sinistra non comunista.

Dunque una voce tuttora di riferimento, se fosse ascoltata dagli amorfi, quando non conniventi, PD e sindacati vari, in un frangente della nostra democrazia così buio come quello attuale, quando più che mai occorrerebbero coesione, voci unite e concretezza di proposte sul lavoro, il welfare, la maledetta precarietà (benedetta da quasi tutta questa classe politica e vigliaccamente battezzata col nome di un morto ammazzato, Biagi, che non aveva terminato né così pensato la legge che porta il suo nome), la tassazione e la riforma fiscale, il rilancio economico e d’immagine della nazione, le agevolazioni connesse per dare ossigeno alle imprese, ma anche pene certe e severe sull’evasione fiscale, le liberalizzazioni non selvagge, l’energia, la sanità, la famiglia tradizionale e non (e certo non quella dei blabla di convegni e family day, spesso promossi da gente indegna), l’istruzione ormai allo sbando (salvo i fondi abbondantemente elargiti per le scuole private), la ricerca azzerata dai tagli, i disgraziatissimi beni paesaggistici e culturali (più che emblematico l’ultimo crollo pompeiano, ovviamente sine culpa), cinema, teatro e cultura in generale vilipesa (del resto Bondi è un nulla e per Tremonti tutto ciò è men che inutile), il ritiro troppo a lungo rimandato dall’Afghanistan (ma qualcuno ha calcolato le spese per la Difesa degli ultimi dieci dodici anni, senza contare le perdite umane, civili e militari? Mentre in patria le forze d’ordine non hanno benzina, sebbene i politici non si neghino le scorte…), una legge elettorale non liberticida (ma quale partito la vuole veramente?), l’immigrazione, un federalismo equo e ragionato, la gestione rifiuti e dei problemi del Mezzogiorno, mafie anzitutto, etc., tutti frammenti di un Paese bloccato, specchio di un governo inerte, assente, incapace d’ogni agire nonostante la maggioranza schiacciante del 2008, essendo il suo capo sotto “ipnosi giudiziaria”, come l’ha denominata Paolo Mieli, e da anni ormai, per cui al volgo non spetta che “godersi” gli stacchi pubblicitari di Montecarlo, delle feste con le escort (ma non si chiamavano prostitute?), o del delitto della settimana, tutto pur di distrarre dagli impegni presi, dai problemi non risolti e cumulati.

Ma la responsabilità di questa impasse disastrosa è da attribuirsi anche alle mancanze della sinistra (dalla mai pensata legge sul conflitto d’interessi quand’era al governo per ben due volte, all’assenza di una ventina di deputati PD, grazie a cui è passato il famigerato scudo fiscale tremontiano del 2009 in favore dei grandi e grandissimi evasori, mafiosi inclusi, a numerose altre occasioni perse), che paralizzata dalla visione del proprio ombelico non trova soluzioni alternative serie da opporre ad una crisi economica devastante, al populismo ipocrita che impera e a cui compartecipa, alla notte di ogni etica, all’arroganza senza ritegno anzi alla violenza della politica, alla corruzione e al degrado dilaganti, trasversali (La casta di Stella e Rizzo è un must), oltre al connesso svilimento della magistratura, atto pericolosissimo, ormai quotidiano, cui si assiste come impotenti di fronte a certa maggioranza, al governo e ai media pubblici e privati direttamente loro rispondenti e asserviti.

Ora, di fronte a questo “regime di seduzione”, secondo la definizione dello storico Adriano Prosperi, autore della raccolta recente Cause perse (Torino, 2010), di fronte a sollecitazioni comunque positive sia all’interno del Partito Democratico, dove pure ci sono persone capaci (si pensi alle iniziative di quest’ultimo week-end del sindaco di Firenze Matteo Renzi), che in zone limitrofe (Vendola, il Movimento 5 stelle, il Popolo Viola), cosa fa il PD?

Alle regionali in Piemonte accusa Grillo e i suoi di avergli sottratto voti (come Di Pietro alle ultime politiche, del resto), anziché fare autocritica e capire perché quegli elettori delusi non possano né vogliano più votare PD: esattamente come si comporta il grande, si fa per dire, demagogo: è colpa dei comunisti, della stampa, della televisione, dell’Europa, delle toghe rosse, di Fini, dei propri coordinatori, mai una responsabilità propria. E chi non lo vota, è un “coglione”, ricordate?

Intanto s’avanza la Lega, questa sorta di nuova DC razzista, calata tra le valli, nella pancia delle valli, e dove arriva piazza i suoi in barba alla meritocrazia tanto sbandierata: la vicenda del “Trota”, neo consigliere regionale in Lombardia (come la Minetti, già igienista di Mr B., per il Pdl, ma i casi sono migliaia, essendo la norma, e in tutti gli schieramenti politici), è più che esemplare in questo senso. E poi continuare a urlare “Roma ladrona” o rinverdire battute tristi come SPQR, avendo propri ministri al governo, credo debba procurare ai dirigenti leghisti una sorta di libidine da fessaggine e creduloneria del proprio elettorato quasi senza pari.

Intanto, così temporeggiando, il PD, che negli anni ha cambiato molti nomi e nessuna faccia, ha definitivamente perso quasi per intero il nord del Paese, abbandonando amministratori capaci come Illy, Cacciari, la Puppato e Chiamparino, e da Roma, sostanzialmente, tacendo. Ogni tanto balbetta, quando proprio non può farne a meno perché l’ultimo bunga bunga di Mr B. è sotto gli occhi di tutti, ma resta vuoto come un guscio di noce, com’è nella sua natura del resto e laddove governa da decenni ininterrottamente, avendo creato una rete (come a Ravenna, ma sarà argomento di un altro post), non si comporta diversamente dal fintamente criticato Pdl o, si sarebbe detto in altri tempi, come nella vecchia, immarcescibile trinariciuta tradizione  baffoncomunista: tutti zitti, qui comando io, il Partito coi suoi vertici, so io chi va messo sulle poltrone e il resto del popolo… eseguire e basta! Avete presente le foto di Stalin sul podio coi suoi (lì almeno, ogni tanto, ne scompariva qualcuno “purgato”) e sotto migliaia di cittadini-compagni a sfilare.

Una strategia assai ben capita dall’imprenditore Berlusconi, che, in più, sa come indorare la pillola, anzi renderla vendibile, appetibile, richiesta: come ha intelligentemente spiegato Beppe Severgnini in La pancia degli italiani. Berlusconi spiegato ai posteri (Milano, 2010), egli è un grande assolutore: hai frodato il fisco? E che sarà mai… Hai violato una delle tante, troppe leggi? E che sarà mai… Sei andato con una minorenne o hai usato il sesso per fare carriera? E che sarà mai… Stracquadanio, deputato Pdl, docet (mentre se sei gay il problema c’è, dice il Premier, non potendo fare a meno delle sue irresistibili battute). Bisogna pur godersela la vita, no? Non come quei tristi comunisti…

A tutti dispensa ciò che più desiderano, l’assoluzione, non la soluzione: così ogni freno è saltato. Persino i cardinali giustificano le sue bestemmie e da pluridivorziato lo comunicano. Pazienza per chi non sa approfittarne.

Certo, ogni tanto qualcuno tira fuori del marcio vero, come l’ottimo Report di Milena Gabanelli sull’affaire Antigua, lo scorso 17 ottobre… Masi e ma no, si vedrà di farla tacere (basti vedere le vicissitudini per la messa in onda di Vieni via con me: a proposito, splendido l’intervento di Saviano su “Falcone e la macchina del fango” e visto lo share ottenuto dalla trasmissione, ci sarebbe molto da discutere sul fatto che gli italiani vogliono solo tv spazzatura e reality).

C’è un rimedio possibile, ipotizzabile a questo precipitare che pare senza soluzione di continuità, anche per scongiurare che, alla vigilia del 150° dell’Unità, l’Italia si spacchi in due, tre, cinque, venti pezzettini malridotti e difficilmente ricucibili? Sì, auspicabile quanto meno: ripeto, la responsabilità e l’inazione del maggior partito d’opposizione sono grandi: quando capiranno di non contentarsi del disco rotto e vacuo dell’antiberlusconismo, palliativo ormai consunto, e, anziché proporre nuovi fallimentari ulivi (ancora altre sigle? Pure vecchie…), renderanno noto cosa vogliono seriamente fare in merito ai problemi gravissimi di questo assai malconcio Paese (e solo un amore altrettanto disperato mi spinge a esprimermi così), coalizzando in un programma vero gli sforzi riformisti, con alternative plausibili e ben comunicate, finalmente Mr B. apparirà agli italiani, certo non a quelli che ne ricevono benefici e prebende, ma a tutti gli altri (e sono la maggioranza da riconquistare), per quello che è: un satiro invecchiato, corrotto, ricco certo, ma solo, un Hook spielberghiano imparruccato e truccato per nascondere gli anni, amico, ça va sans dire, di altri pirati quali Bush jr, Putin, Lukašenko e Gheddafi, e terrorizzato dalla giustizia famelica del coccodrillo.

Certo, per fare questo c’è bisogno di un atto di coraggio da parte della dirigenza attuale del PD: mettersi definitivamente da parte (come già richiesto otto anni fa a Piazza Navona dal regista Moretti e dai girotondisti). Contentarsi di consigliare eventualmente e nulla più, come gli ex leader di tutte le democrazie occidentali che sono davvero tali.

Così forse questa favola brutta, durata anche troppo a lungo, potrà avere una fine e ricominceremo a sognare, a costruire la realtà.

Ps. . Il senso delle opinioni espresse in questa pagina non vuole essere la rassegnazione alla denuncia qualunquista. Certo, toccando tanti e tali argomenti, il rischio della retorica da bar c’è. Ma le sono superiori e credo, spero, siano emerse chiaramente, la rabbia e lo sdegno, soprattutto la voglia di cambiare, animata dal mio essere e pensare da libero, forse sbagliando, ma senza tessere o mani da dover baciare.

Né la conclusione voleva essere bonariamente e ingenuamente speranzosa circa le virtù civiche nostrane: secolare è la tradizione amorale italica, favorita anche dalla gerarchia ecclesiastica, come ricordato più e più volte da Dante a Machiavelli, da Guicciardini al Leopardi del Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani e così via, dal sistema clientelare dell’antichità a quello fascista, sino ai giorni nostri telecratici. Eppure, non si può tacere, se non per speranza, per disperazione.

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"L'ineffabile" Silvio Berlusconi

 

“Ma in questa segregazione, ritrovata la sua libertà, e, in certo modo, tenuti alla larga gli occhi dei cittadini, sfogò finalmente e contemporaneamente tutti i suoi vizi, a lungo mal dissimulati. (…)

Più tardi, ormai principe, proprio mentre andava moralizzando la vita della comunità, trascorse una notte e due giorni, senza sosta, banchettando e bevendo insieme con Pomponio Flacco e Lucio Pisone, e subito dopo affidò all’uno la provincia di Siria, all’altro la prefettura della capitale, proclamandoli anche per iscritto amici carissimi di tutte le sue ore. Con Sestio Gallo, un vecchio libidinoso e scialacquatore, (…), rimproverato da lui stesso in Senato pochi giorni prima, accettò di cenare a patto che non cambiasse o togliesse nulla dalle sue abitudini, e che la cena fosse servita da fanciulle nude.

Una volta, per la questura, antepose a candidati nobilissimi uno del tutto sconosciuto, perché questo, durante un banchetto, aveva bevuto un’intera anfora di vino offertagli da lui. (…) Infine istituì una nuova carica, quella di addetto ai piaceri (…).

Nel suo isolamento di Capri escogitò anche salottini con divani, sede segreta delle sue libidini, nella quale gruppi di fanciulle e di invertiti, nonché gli inventori di accoppiamenti mostruosi, che egli chiamava spintrie (“bunga bunga?”, n.d.r.), in triplice catena si prostituivano vicendevolmente davanti a lui, per eccitare con tale spettacolo la sua virilità ormai in declino.”

Gaio Svetonio Tranquillo (70 c.a. d.C.-126 o 140 c.a. d.C.), dalle Vite dei CesariTiberio, III, 42-43 (trad. di Francesco Casorati, Roma, 1995)

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Mi affretto a ridere di tutto, per la paura di doverne piangere” Beaumarchais

Non c’è problema, Rai3, 2003: la prima apparizione televisiva di Cetto La Qualunque, forse il personaggio più coriaceo di Antonio Albanese (Lecco, 1964), del quale è coautore Piero Guerrera (Palmi, 1962): onorevole amorale, corrotto, violento, mafioso, volgare, eppure, in qualche assurdo modo, simpatico (o, sotto sotto, empatico?), il prototipo di tutto ciò che sarebbe venuto fuori nella realtà di questi ultimi tempi.

Non che sette anni fa non si facessero, o meglio, continuassero le nefandezze politiche. Ma La Qualunque, in leggero anticipo, non si vergognava di mostrare a chiunque la propria condotta, anzi orgoglioso di fare scuola con la new democracy, oggi più che mai vincente in Italia e che appunto, nel giro di anni brevissimi, avrebbe polverizzato ogni forma residua di contegno o di pudore, come si sarebbe detto una volta. Meglio ridere di noi stessi. O quasi.

È di qualche giorno addietro la notizia sconvolgente, circolata solo in rete, che alcuni senatori di Pdl (Maurizio Gasparri, Gaetano Quagliariello, Roberto Centaro, Filippo Berselli) e Lega (Federico Bricolo, Sandro Mazzatorta e Sergio Divina) hanno firmato e inserito nel disegno di legge sulle intercettazioni, già di per sé gravissimo, l’emendamento 1707 riguardante la “violenza sessuale di lieve entità” nei confronti dei minori, per evitare l’arresto anche in flagranza di reato: una sorta di alibi per la pedofilia (e di “lodo Vaticano”?). Neanche la fantasia più atroce di un qualsiasi La Qualunque avrebbe potuto concepire una bestialità simile.

 

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