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Archive for the ‘arte’ Category

Premessa: di seguito presento un testo inedito, scritto questa estate per l’amico e artista Bacco Artolini e dedicato a un’unica sua tela: Il dono del cervo (2019). Si compone di tre parti: la prima in versi, in cui parla il cervo protagonista dell’opera. La seconda è una pagina critica e di studio, mentre le ultime righe sono affidate a un mio ricordo autobiografico, prosa dunque, sempre connessa con il dipinto. Buona lettura.

Bacco Artolini, Il dono del cervo, 2019

Bacco Artolini. Vie del sacro

di Luca Maggio

“Simulaverat artem/ ingenio natura suo” Publius Ovidius Naso, Metamorphoses III, 158-159

1.

A notte ascolto

Ombre che trovano

Me e domando pace

E tempo il senso

La durata sangue

E tempo

– cosa sia il mio mito

come tradurmi –

Sono vittima fatale della mente

Umana io vedo a occhi

Chiusi scotta il panno

Su cui poso il vassoio

Separa distrae

– lo schema mio facciale

multi-tri-angolare –

Mentre graffiti e polveri primordiali

Escono entrano da me generano

Ché sono universo

2.

Scrivevo un anno fa – settembre 2018 – sul percorso pittorico di Bacco Artolini come in generale fosse “neomitologico o metamitologico, nel senso che riattiva narrazioni ancestrali e archetipiche combinandole con la contemporaneità alla ricerca del mistero-uomo, non necessariamente della sua soluzione.”

In questa pagina l’analisi si concentra su una tela sola con i mezzi concorrenti di poesia, critica e prosa nel finale.

Nell’opera in questione, Il dono del cervo, datata sul retro 4 aprile 2019 (dove pure è scritto a matita: “dimmi buon/ signore/ che siedi così/ quieto, la/ fine del tuo/ viaggio che/ cosa ci/ portò” e ancora “piango il mio/ destino/ io presto/ morirò”), si vede centrale una grande testa di cervo mozzata, occhi chiusi, senza sangue, sopra un vassoio a sua volta su un panno – oggetto feticcio di questo artista – tutto come sospeso su uno sfondo notturno, il cui stellato è rappresentato da graffiti neoprimordiali con figure ora femminili e arrotondate evocanti la fertilità, ora maschili provviste di ali, che letteralmente fuoriescono dalle corna tronche come rami di ciliegio potati, volando, spargendosi sotto forma di semi sulla parete della grotta-notte, inseminando di sé il fondo scuro e uterino di questa sorta di rigenerazione cosmica, cui pure partecipano altri tratti minimi e fitti che lambiscono alcuni particolari anatomici della bestia – occhi orecchie muso – e si spandono forse per azione dei medesimi graffiti antropomorfi (e se questi si esaurissero atomizzandosi nei segni-trattini?), forse motu proprio originandodal capo dell’animale, in ogni caso contribuendo alla fecondazione del mistero contemplato nella parte inferiore del quadro da altri minuscoli guerrieri, a loro volta graffiti, provvisti di lance e scudi: undici a sinistra e due a destra (la somma di tredici non è incidentale), su cui plana un uccello, forse messaggero divino. Una nuvola di panno presenta sorregge separa la “ierofania” (Mircea Eliade) dagli astanti. Significativamente il confine fra lo spazio sacro in cui accade l’apparizione e gli angoli in cui sono radunati gli omini è marcato da un recinto di brevi solchi paralleli e ripetuti, attornianti per intero il panno che conclude il proprio spiegarsi in un nodo inestricabile, posto in un punto equidistante benché relativamente vicino ai due gruppi umani. Essi possono forse vedere, non comprendere sino in fondo.

Anche noi come questi figurini stilizzati stiamo assistendo a una sacra rappresentazione, epifania di spazio-tempo mentale, mitico, e in forza di tale finzione attorno alla parte dipinta è lasciato opportunamente vuoto un perimetro bianco.

Tralasciando lo schema di costruzione della testa, dovuto all’intersezione di più triangoli e trapezi, uno dei riferimenti celtico-camuni più espliciti è al dio cervo Kernunnos – Cernunno Cernunnus Cervino – dalle incisioni rupestri di Naquane in Valcamonica, in particolare la roccia 70 forse databile al VI-V sec. a.C., al cosiddetto calderone danese di Gundestrup del II-I sec. a.C., passando per la formella dell’altare di Parigi al cosiddetto “stregone” della caverna dei Trois Frères. Il cervo, come altre bestie, è ricercato dall’uomo che se ne ciba, ne usa la pelle per cucire indumenti, le ossa come utensili, ma ha specificità dovute alle corna arcuate connesse sia alla forma del sole e ai suoi raggi, sia al ritmo ciclico-stagionale della vita dato il loro cadere e rinnovarsi annuale, credenze in seguito metabolizzate armonicamente nel cristianesimo in figure di santi quali Uberto e prima ancora Eustachio. Questi, nelle mille sue traversie, incontrò Cristo nelle sembianze di croce luminosa – sole raggiato – fra le corna di un cervo in un bosco – grembo scuro e generativo in questo caso di selva. Senza contare il rimando nel vassoio qui dipinto alla decollazione di Giovanni Battista nei sinottici (Mt 14, 1-12; Mc 6, 14-29).

Altra figura essenziale è anche Atteone, erede in-consapevole, dionisiaco e mediterraneo, degli sciamani celtici che “uccise il cervo, gli mozzò la testa e la indossò. E i suoi cani, avendolo riconosciuto, si allontanarono da lui e lo abbandonarono” (P. Klossowski, Il bagno di Diana, Milano 2018, p.40). Salvo poi sbranarlo non appena Diana, gemella lunare di Apollo, ne decreta la metamorfosi completa in cervo a motivo della visione sacrilega del corpo suo divino e vergine. “Atteone, nella leggenda, vede perché non è in grado di dire ciò che vede: se fosse in grado di dirlo, smetterebbe di vedere. Ma l’Atteone che medita nella grotta presta all’Atteone che irrompe all’improvviso nel recinto sacro dove Diana fa il bagno le seguenti parole: Non dovrei essere qui, per questo sono qui.(…) mai testa di cervo fu più piena di pensieri; poiché anche il pensiero più generosamente disposto ad annullarsi è pur sempre geloso del suo progressivo nulla, e per quanto possa sprofondare nella notte, è pur sempre sguardo che scruta la notte.” (P. Klossowski, op. cit., pp.71,74)

Che poi questa notte in cui sorge il mito sia puro sogno di Diana, incubo di Atteone o ipogeo archetipico umano, lascio a altri quale viluppo da indagare.

Il percorso dei guerrieri graffiti, parallelo ai nostri occhi desideranti di avvicinarsi alla rivelazione di una conoscenza che da sempre l’uomo tramanda in forma picta ben prima del cosiddetto linguaggio alfabetico, è assimilabile a quello del pellegrino, “viaggiatore che ha lasciato la propria dimora per prendere la strada che lo porterà in un altro luogo. (…) il luogo a cui tende è l’incontro “del mistero”. (…) Al centro troviamo non solo la montagna cosmica ma anche l’albero sacro, asse del mondo” – nel nostro caso la testa del cervo con le sue corna – “Di per sé l’albero manifesta la realtà della vita in perpetua rigenerazione, è il simbolo della rinascita e dell’immortalità, il segno della fecondità, dell’opulenza, della vita e della salute. È l’axis mundi, che mette in comunicazione i mondi sotterranei, la terra e il cielo: asse del mondo, albero di vita, albero cosmico.” (J. Ries, Pellegrinaggi, pellegrini e sacralizzazione dello spazio, in AA.VV. Il mondo dei pellegrinaggi. Roma, Santiago, Gerusalemme, a cura di P. Caucci von Saucken, Milano 2018, pp.19, 22)

3.

Ora ricordo. Molti anni fa, ora nella mia mente. In una radura della Foresta Umbra, cuore del Gargano. Una famiglia di cervi. Apparizione come nella Visione di sant’Eustachio del Pisanello. Reciprocamente ci osserviamo. Sono solo. Vicino. Non so il tempo trascorso. Tutto è immobile. Persino le cicale tacciono. Non sono conscio di correre pericolo. Attimo di occhi di animali negli occhi di un altro animale. Riempie. Mi basta. Il silenzio in natura come esperienza possibile. Non è assoluto ovattato da laboratorio. Ma è silenzio. Poi un refolo. Tutto scorre. Perdiamo il contatto. Scompaiono. Proseguo verso il mare.

Ravenna, 31 luglio 2019

nel giorno di Ignazio di Loyola

guerriero e santo

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Franco Palazzo, Venus, 2003

Premessa: pubblico il testo critico scritto in occasione della mostra di Franco Palazzo Miti e Luoghi. Viaggio tra spirito e materia dal 31 agosto sino al 16 settembre 2019 presso la cornice rinascimentale dell’Oratorio di San Sebastiano a Forlì.

Franco Palazzo, Di luoghi, di assoluti luoghi, 2008

Arcadia ora

di Luca Maggio

Arcadia è il luogo del mito e il tempo della sua narrazione. Non esiste, eppure accade continuamente, direbbe Mircea Eliade, che fornisce più di una chiave per capire queste opere di Franco Palazzo, interpretabili come ierofanie, apparizioni del sacro tanto più vere e concrete quanto introvabili se non nella memoria dell’artista che ha scelto di fermare e astrarre parti di paesaggio del suo tempo mitico, l’infanzia e la giovinezza, all’incirca identificabili con le Murge, o meglio con la Messapia antica: “la natura subisce una trasfigurazione e ne esce carica di miti.” (M. Eliade, Trattato di storia delle religioni, Torino 2008, p.332)

Franco Palazzo, Isola, 2007

Ed ecco manifestarsi in queste grandi icone post-cézanniane le strutture che rivelano attraverso la mano del pittore il sacro: terra/la fecondità; rocce/ la forza e l’immanenza; cieli/ la trascendenza e, talvolta, alcuni elementi umani quali la casa più semplice in forma di capanna, o la torre possente e svettante, costruzioni fatte dall’uomo che si identificano come centri-templi del quadro e del mondo: sono l’omphalòs, l’ombelico, l’anello che congiunge l’architettura umana con l’al di qua o al di là di essa. Mai però è direttamente rappresentata la figura umana, salvo nella citazione della carrozzina nel primo piano di una tela, uno dei numerosi elementi misteriosi che indica semmai l’irraggiungibilità di questi luoghi della mente e la distanza temporale (l’infanzia?) e paradossale di questo oggetto in un contesto avulso dall’urbano. Ma resta l’uomo il destinatario di queste immagini ora dipinte ora incise e lo sguardo umano è invocato continuamente nelle atmosfere cariche di senso del mito, in cui nelle sacre rocce, sempre alte, si infittiscono i crepacci, le fenditure, le ombre e i passaggi, talvolta porte vere e proprie per un altrove scavato nei millenni dalle acque e dai venti e, anche, da mani umane, mentre il cielo è una striscia alta e orizzontale, al più solcata da una nuvola solitaria: c’è, ma è lontano. La terra e le sue pietre, dove scorre sempre dell’azzurro o del blu, quasi avessero incorporato il riflesso – forse l’essenza – del cielo, sono lo spazio autenticamente umano dove sviluppare la “nostalgia dell’eternità (…per) un Paradiso concreto e (creduto) conquistabile quaggiù, sulla terra, e adesso, nel momento presente.” (M. Eliade, op. cit., p.371)

Franco Palazzo, Nike, 2006

Queste utopie immaginifiche di Palazzo sono rese con una tecnica originale quanto laboriosa che prevede l’applicazione su tela di carte pregiate e poi acquerellate, talvolta con l’aggiunta di collage: la forza della delicatezza di quegli sbuffi di colore per rendere visibili le incertezze dei luoghi apparsi, la grazia che si sprigiona dalle meditazioni dei bozzetti e conquista gli spazi più vasti dei quadri maggiori, confermano la maestria di questo autore e la sua poesia di colorista che tanto si è imbevuta delle Illuminazioni di Rimbaud, ma in cui si riconoscono echi del Campana più lirico, quando nei suoi Canti Orfici parla di “aria rosa” e ancora: “Ecco le rocce, strati su strati, monumenti di tenacia solitaria che consolano il cuore degli uomini. E dolce mi è sembrato il mio destino fuggitivo al fascino dei lontani miraggi di ventura che ancora arridono dai monti azzurri: e a udire il sussurrare dell’acqua sotto le nude rocce, fresca ancora delle profondità della terra.”

Franco Palazzo, Astricta, 2004

Da queste profondità pure vengono il rame e il ferro e il piombo e altri metalli che uniti ai legni della superficie originano le sculture primordiali e modernissime di Palazzo, dai nomi ancora una volta echeggianti miti greci e forme messapiche, idoli ieratici e spesso curvilinei, sino alla Nike, forse il suo capolavoro, con le ali che stanno per abbandonare la scatola lignea contenitiva, il cui fondo è parzialmente incrostato di azzurro, mentre sulle pieghe lucide si riflette l’ombra del futuro, l’impossibilità di conoscere il destino e l’ineluttabilità di tendere alla verità: “sera dopo sera/ scrutando il futuro, i suoi margini bruciacchiati,/ tenendo in mano la mia vita come una cornice/ in cui speravo un giorno di entrare, non firmato e diretto a vele spiegate negli abissi.” (Charles Wright, Omaggio a Claude Lorrain, in Italia, Roma 2016, p.109)

Franco Palazzo, Saturno (puntasecca), 2008

Franco Palazzo. Miti e Luoghi. Viaggio tra spirito e materia

Oratorio di San Sebastiano, via Maurizio Bufalini 35, Forlì

La mostra resterà aperta, con ingresso libero, dal 31 agosto al 16 settembre 2019. 

Orari: da martedì a venerdì 15.30-18.30; sabato 10.30-12-30 / 15.30-18.30; domenica e festivi 10.30-12-30 / 15.30-19.00. Lunedì chiusura (visite su prenotazione  tel. 347.5779352 )

www.francopalazzo.it

Franco Palazzo, Lapis Aeolia (puntasecca), 2008

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Franco Palazzo, Nike, 2006

Sabato 31 agosto 2019 alle 17.30 si inaugurerà la mostra di Franco Palazzo Miti e Luoghi. Viaggio tra spirito e materia, a cura di Luca Maggio, presso l’Oratorio di San Sebastiano (via Maurizio Bufalini 35, Forlì), magnifico volume architettonico-rinascimentale, inserito nel quartiere dei Musei di San Domenico.

L’esposizione è concepita per documentare attraverso alcune opere pittoriche, plastiche e incisorie l’evoluzione della ricerca artistica dell’artista che indaga l’eterno rapporto tra materia e trascendenza, condotta dagli anni ’80 sino a oggi.

Martedì 3 settembre Nevio Spadoni, scrittore e drammaturgo ravennate di fama internazionale, e l’attore Carlo Garavini alle 17.30 interpreteranno alcuni versi di lirici dell’antica Grecia.

La mostra gode del Patrocinio dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Forlì, e, eccezionalmente,  di quello  dell’IBC – Istituto Beni Culturali della Regione Emilia-Romagna; dell’ Ordo Domus Mathae di Ravenna; Associazione culturale niArt di Ravenna; dell’Associazione per le Arti “Francesco Francia” di Bologna.

INAUGURAZIONE Sabato 31 agosto ore 17.30

Franco Palazzo. Miti e Luoghi. Viaggio tra spirito e materia

Oratorio di San Sebastiano, via Maurizio Bufalini 35, Forlì

La mostra resterà aperta, con ingresso libero, dal 31 agosto al 16 settembre 2019. 

Orari: da martedì a venerdì 15.30-18.30; sabato 10.30-12-30 / 15.30-18.30; domenica e festivi 10.30-12-30 / 15.30-19.00. Lunedì chiusura (visite su prenotazione  tel. 347.5779352)

www.francopalazzo.it

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Premessa: presento di seguito il testo critico e la poesia inedita da me dedicati all’opera grafica che l’artista Felice Nittolo ha ideato per l’edizione 2019 della Festa dell’Ospitalità di Bertinoro (29 agosto – 2 settembre 2019).

Felice Nittolo. Bacco 2019

di Luca Maggio

“Enivrez-vous sans cesse!/ De vin, de poésie, de vertu, à votre guise” C. Baudelaire, Spleen de Paris, 1869

L’invito del poeta a inebriarsi senza fine “di vino, poesia, virtù, a piacere vostro” credo sia la formula esatta per mantenere accesa la fiamma di ogni artista: ubriacarsi di vita, farsi da questo mistero sorprendere, innamorare, soffrendo anche, tornando poi con umiltà – da humus, terra – alle radici proprie, ovvero a esplorare e sperimentare partendo dall’amore per i materiali che in sé recano storie, combinazioni possibili, ibridazioni.

Come pochi altri creativi, Felice Nittolo ha fatto di questo stupore eclettico la sua cifra, rompendo i confini di ogni linguaggio da lui toccato, musivo, pittorico, scultoreo, ceramico, tutti accomunati dallo stesso fuoco. Quello che plasma la materia in una metamorfosi continua di significati ri-trovati e che da sempre lo affascina accompagnandolo.

Felice Nittolo, Bacco, 2004

Si prenda la serie Bacco del 2004 da cui viene la grafica appena compiuta per l’edizione 2019 della Festa dell’Ospitalità di Bertinoro: erano bottiglie e sono diventate carta su cui l’artista ha posto il suo segno distintivo. Lo stesso che quindici anni fa, memore della precedente esperienza americana con le bottiglie di Coca-Cola negli anni ‘90, ha tracciato sui vetri verde scuro – quasi eco degli smalti bizantini – delle bottiglie di vino piegate dal fuoco di una seconda e imprevista infornata.

Felice Nittolo, Coca-Cola, 1996

Questa modificazione che ha tradotto un oggetto di uso quotidiano su un piano di senso differente e rinnovato, non si limita a citare il ready-made di Duchamp, ma attraverso la scritta Bacco graffiata – per cancellarla o evidenziarla? – e la foglia d’oro applicata a mano con la tipica virgola zen o mezza luna o stelo sorgivo nittoliano, filo sottile della trama del mondo qui lasciato dall’uomo, personalizza e personifica queste ex bottiglie tutte uguali, ora neo-tessere di un discorso non solo musivo, essendo a questo punto tutti soggetti differenti grazie sia alle curvature casuali dovute al calore del fuoco, sia al successivo intervento della mano sapiente dell’artista stesso.  

Felice Nittolo, Bacco 2019

Il cambiamento subito da questi contenitori diviene simbolo della ricchezza di una territorialità e della cultura del contenuto, del vino stesso che muta e innova il territorio partendo da un sapere antico e contadino che ha sapore di rispetto per la terra, madre grande e umile, e il circostante.

Una volta un amico croato mi scrisse che “il vino è la luce del sole intrappolata nell’acqua”, un bellissimo detto locale che ha chiamato alla mia mente il nostro Dante: “Guarda il calor del sol che si fa vino,/ giunto all’omor che de la vite cola” (Purgatorio XXV, 77-78), quando il poeta Stazio paragona lo spirito che Dio soffia nel feto umano al vino, succo che viene dall’incontro fra un prodotto della terra e la luce di una stella, il Sole.

Il vino come anima terrestre-celeste, la stessa che riposa in queste bottiglie condotta da Felice Nittolo, l’artefice.

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benedica Dio

le tele dei ragni invisibili

traversate dalla luce

fra fili e foglie

rosseverdi, marroni

– gonfie di linfa

o mezze accartocciate

come caravaggio di collina –

nei filari di vite

vele al vento

si gonfiano

si danzano

riposano

stillando gocce

di rugiada

pipistrelli liquidi

al primo mattino

profumo dell’essere

nella terra

zolla per zolla

e là, appeso

sull’esilità di un filo

anche io

minuto

pronto a evaporare

L. M., 20.VIII.2019

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Marco Bravura, Ardea Purpurea, Ravenna 2004

Di seguito pubblico il mio articolo incluso nel catalogo Ardea Purpurea. Per una archeologia del presente (Skira, Milano 2019, edizione trilingue italiano, inglese e russo) dedicato alla meravigliosa opera di Marco Bravura a Ravenna, volume che domattina, venerdì 14 giugno alle ore 11.00, verrà presentato presso la Sala Muratori della Biblioteca Classense.

Visti i nomi prestigiosi (Albano Baldrati, Carolina Carlone, Philippe Daverio,
Linda Kniffitz, Cristina Mazzavillani Muti, Michele Tosi) che nel libro accompagnano le celebrazioni della scultura musiva in occasione dei settant’anni dell’artista, non posso che ringraziare per avermi coinvolto Daniela Lombardi Bravura, moglie di Marco e ideatrice instancabile dell’intero progetto. Come sempre quando tratto dei lavori di questo autore il testo si scrive da solo: dunque onore e piacere mio avere accettato.

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Ardea Purpurea: parole verso la luce

di Luca Maggio

“Tutto è dentro di noi.” Plotino, Enneadi III 8

Ardea Purpurea di Marco Bravura è un mito rigenerativo che affonda le radici negli archetipi cosmogonici di più culture antiche: tutto ha origine dal suono primordiale che attraversa passaggi successivi, dal dio onnipotente che per primo lo emette, alle divinità inferiori che lo intendono e trasferiscono al demiurgo, il quale è il solo concretamente capace di realizzare il comando del primo soffio vitale. È questo però un suono umido, ancora intriso di acque notturne, da cui si sta liberando per andare incontro alla luce del giorno nascente: “poiché la parola, il sole o l’uovo sono dapprima immersi nella notte delle acque eterne, è evidente che quando evocano l’aurora sono impregnati di umidità”, scrive Marius Schneider in La musica primitiva (Milano 1998, p.20) e in un altro volume essenziale, Pietre che cantano (Milano 2005, p.15), aggiunge: “il suono della parola è il suo corpo, mentre il senso della parola è luce che rischiara il suono.”

Marco Bravura, Ardea Purpurea (particolare), Ravenna 2004

Marco Bravura, Ardea Purpurea (particolare), Ravenna 2004

In Ardea Purpurea, longitudinalmente ai quattro lati delle due spirali-fiamma-ali elicoidali e dorate richiamanti la fenice, corrono quattro parole quasi sorgenti dall’acqua e dal suono-voce che essa diffonde: il demiurgo Bravura le ha tratte da alfabeti del passato, qui fatti rinascere. Sono parole provenienti non a caso da culture a est dell’oscuro occidente, tutte basate sulla forza della Parola: in sanscrito è scritto “Gloria alla Verità”, in giapponese “Virtù”, in aramaico, la lingua usata anche dal Cristo, “Libertà”, infine in greco antico ἐπιστήμη, la “Conoscenza”, laddove a proposito di questo vocabolo ricorda Giovanni Semerano nell’etimologia del suo Dizionario della lingua greca (Firenze 2007, p.94) che “si tratta di un sapere pratico, di abilità nel fare.”

Marco Bravura, Ardea Purpurea (particolare), Ravenna 2004

Marco Bravura, Ardea Purpurea (particolare), Ravenna 2004

La stessa dell’artista che significativamente pone alla base del monumento un labirinto, rivisitazione di quello pavimentale presente nella basilica di san Vitale, in questo caso con le piccole tessere-frecce che dal centro conducono verso l’alto. Non solo: questo percorso simbolico è immerso nell’elemento acqueo, da sempre fonte di vita e ponte con i morti, da cui sembrano sgorgare le quattro parole meditate e scelte come guida dell’opera stessa e più in generale quale sostegno dell’azione ideale e fisica dell’uomo, affinché lo direzionino, lo accompagnino verso la salita, viaggio catartico di rinnovamento e purificazione in cui incontrare figure geometriche, curvilinee, fitomorfe e zoomorfe sempre su fondo oro, omaggio alla tradizione bizantino-ravennate non solo in senso cromatico quanto spirituale, costituendo proprio attraverso l’uso dell’oro quella metafisica concreta di cui parla Pavel Florenskij nel fondamentale saggio sull’icona Le porte regali (Milano 2007, p.155): “la luce (…) si dipinge con l’oro, cioè si manifesta appunto come luce, pura luce, non come colore.”

Marco Bravura, Ardea Purpurea (particolare), Ravenna 2004

Viene da pensare alle Beatitudes di Vladimir Martynov nell’esecuzione stupenda del Kronos Quartet: un crescere e inseguirsi delicato e variare e ripetersi della melodia. Altri suoni, altra musica, che avvolgendo espande, porta altrove la mente, indica la luce, libera.

www.marcobravura.com

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Elia Cantori, Untitled (Explosion)

Questo evento è il secondo appuntamento espositivo dedicato alla giovane arte italiana presso Spazio Leonardo, il contenitore espositivo di Leonardo Assicurazioni – Gruppo Generali a Milano: una personale dell’artista visivo Elia Cantori con opere inedite appositamente realizzate. 

Il progetto nasce dalla collaborazione tra Marta Barbieri e Paola Bonino di UNA Galleria (che da oltre un anno curano la programmazione espositiva dello Spazio Leonardo) e la Galleria CAR DRDE di Davide Rosi Degli Esposti. 

Cantori presenta al pubblico un’installazione composta da dieci fotogrammi in bianco e nero e due calchi in alluminio e stagno di medio formato.

Il lavoro di questo artista, che tra i molti linguaggi predilige in particolar modo la fotografia, guarda con particolare interesse agli  ambiti scientifici, ai fenomeni celesti, agli effetti della luce e della cinetica. La sua attitudine sperimentale e il ricorso costante a processi fisici e chimici, ispirano fra l’altro paragoni fra il suo operare e quello di uno scienziato.

Press Sara Zolla

Elia Cantori. Deep Vision

Spazio Leonardo, Milano 22 maggio – 20 settembre 2019

Elia Cantori, Untitled (Mirror), 2018

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Federico Pietrella, Dal 24 febbraio al 1 Marzo 2019, 2019, timbri datari con acrilico su tela, cm 100×80, courtesy l’artista e Galerie Born, Berlino

Il Festival Ipercorpo diretto da Claudio Angelini dedica anche quest’anno una sezione speciale alle arti visive che accoglierà al suo interno e farà proprio il tema di questa XVI edizione: La pratica quotidiana. Dal 30 maggio al 2 giugno presso l’Oratorio di San Sebastiano a Forlì, sono invitati a esporre sei artisti: Bekhbaatar Enkhtur, Marta Mancini, Gabriele Picco, Federico Pietrella, Nazzarena Poli Maramotti, Alessandro Sarra, i cui interventi sono affidati alla curatela di Davide Ferri. La sezione arte del festival non proporrà una vera e propria mostra ma si articolerà in uno spazio di lavoro quotidiano, dove le opere degli artisti si contamineranno e attiveranno reciprocamente.

Ipercorpo 2019
Ipercorpo 2019
Ipercorpo 2019

Si vedranno i lavori di Federico Pietrella, veri e propri racconti del tempo, in cui l’artista, utilizza un timbro datario come pennello; i dipinti di Nazzarena Poli Maramotti, attraversati da forze e movimenti che preludono a diverse potenzialità dell’immagine; i lavori di Alessandro Sarra, che nascono per via di stratificazioni successive; i disegni di Gabriele Picco, realizzati in un modo rapido e dimesso, con tratti da diario adolescenziale; i dipinti di Marta Mancini, dalle larghe campiture astratte e un’installazione di Bekhbaatar Enkhtur caratterizzata dall’utilizzo di materiali trovati e figure di animali modellate in argilla.

Press Sara Zolla

Ipercorpo – Festival delle Arti dal Vivo. La pratica quotidiana

Presso l’Oratorio di San Sebastiano, Forlì 30 maggio – 2 giugno 2019

Gabriele Picco, People I don’t like, 2008, cm 29×21, inchiostro biro su carta

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