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Archive for the ‘arte’ Category

Premessa: presento di seguito il mio testo critico pubblicato per la mostra Achiropita di Nicola Montalbini, inaugurata sabato 1 aprile presso la galleria Il Coccio di Ravenna (Via Agnello Istorico 6), dove sarà visitabile sino al 13 aprile. Non perdetevela!

Nicola Montalbini, Sanpietrini, inchiostri su carta, 2017

Nicola Montalbini. Segni, ossimori 

di Luca Maggio

Il visibile si porta in spalle tutto l’invisibile. Charles Wright, Breve storia dell’ombra 

Sanno di pazienza i minuti inchiostri naturali su carta di Nicola Montalbini, odorano di tempo meditato, d’osservazione di cose talvolta minime restituita agli occhi con l’invito sottinteso a fermarsi, guardare e ragionare di pittura. I soggetti importano fino a un certo punto. O importano proprio perché quasi neutri essendo a chiunque noti. Morandi docet.

Ed è morandiano l’atteggiamento solitario dell’artista, come la sua insistita maniacalità tessitrice (o da orefice, come lui ama definirla), che lo porta segmento dopo segmento tracciato in punta di pennello a “dare stile al caos” direbbe Pasolini, ovvero dal disordine grandinante delle singole migliaia di segni-cellula alla visione ordinata e precisissima dell’insieme che riformula porzioni di mondo dai più ignorate: anziché le bottiglie, i vasi o i bicchieri del grande bolognese, appaiono qui sampietrini, murature in mattone, finestre, porte, infissi talvolta rotti, particolari d’abitazioni di cui s’intuisce l’abbandono o la vita attraverso una luce accesa o una tenda mossa dal vento e creata lasciando abitare dal bianco stesso della carta quella minuscola parte di spazio che rappresenta il tessuto. Il dialogo fra Montalbini, i suoi strumenti e supporti è sempre fitto. E diversi sono i riferimenti colti sapientemente occultati.

Nicola Montalbini, La finestra, dalla serie ‘Prospettive rovesciate’, inchiostri su carta, 2017

La metafora dell’Alberti che intendeva il quadro come “una finestra aperta sul mondo”, diviene qui il suo opposto visto che numerosi soggetti sono proprio le finestre e dunque l’artista suggerisce di guardare non attraverso esse ma esattamente esse stesse (e forse proprio in virtù di questa scelta speculare sono albertiane all’ennesima potenza).

Nicola Montalbini, Buonamico dell’Antichità, dalla serie ‘Chiese Scomparse ‘, inchiostri su carta, 2017

Se la riflessione sul tempo e il silenzio può far pensare a Morandi, in realtà per l’intensità dei segni è alla grafica pressoché sconosciuta di Domenico Gnoli che il nostro guarda, come, d’altro canto, alla scultura del romanico padano potente e solida benché aerea nel suo essere sospesa su capitelli e pareti sacre. E dunque radicano l’immaginario montalbiniano Wiligelmo, Antelami, Nicolaus (con una strizzata d’occhio, qualche secolo più in là, al gusto antiquario del Mantegna e al suo carattere marcato e insieme sofisticato), tanto che questi piccoli inchiostri-formelle possono considerarsi la sua interpretazione dei cicli dei mesi medievali e giocano a ridare in leggerezza di materiali cartacei e tecnica usata la pesantezza muraria di caseggiati o marmorea di sarcofagi e amboni paleocristiani, colorati proprio perché il loro viaggio nel tempo li presenta oggi slavati, o ancora la compattezza del Mausoleo teodericiano, protagonista d’una miniserie in cui Montalbini indulge all’ironia nel passaggio fra la messa in opera della cupola all’inizio del VI secolo, a un uso surreale della vasca sepolcrale colma d’acqua, sino al progressivo abbandono dell’area sommersa dalle falde acquifere sottostanti in cui nuota un minuscolo Corrado Ricci, per chiudere con una visione di futuro post-umano in cui l’integrazione fra pietra e natura è definitiva e irreversibile.

Nicola Montalbini, La vasca, dalla serie ‘La Rotonda del Re’, inchiostri su carta, 2016

Eliminare la presenza della figura umana, sebbene evocata dai manufatti che l’uomo sa realizzare, è tipico della produzione anche precedente di Montalbini. E nemmeno queste serie, nate fra l’estate del 2016 e l’inizio del 2017, fanno eccezione: l’artista con ironia, anzi con piacere, svuota le case dai vivi e tratteggia piuttosto elenchi di finestre e selve di sarcofagi, póleis labirintiche che custodiscono morti. Come luminosamente ha intuito il poeta Charles Wright nel suo Omaggio a Giorgio Morandi: “È giusto che noi ti vediamo soprattutto dove non ci sei, tra i tuoi oggetti”. Ecco cosa sono queste decine di inchiostri: un unico autoritratto.

Nicola Montalbini. Achiropita

Testi di Luca Maggio e Paola Babini

Dall’1 al 13 aprile 2017

Galleria Il Coccio, Via Agnello Istorico 6, Ravenna (tel. 0544.34269)

Orari 9-12 / 16-19 (lunedì e domenica chiuso)

Contatto artista: nicola.montalbini@libero.it

 

Nicola Montalbini, Senza titolo, dalla serie La Città di Dio, inchiostri e acquarello su carta, 2016

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Stefano Arienti e Giovanni Ferrario, La danza delle polveri, 2009, installazione composta da 30 fogli

Oggi, sabato 25 marzo, alle ore 18.00 presso la Galleria Civica di Modena sarà inaugurata Antipolvere , mostra personale di Stefano Arienti a cura di Daniele De Luigi e Serena Goldoni

Nella Sala grande di Palazzo Santa Margherita sono state allestite opere che ripercorrono venticinque anni di attività di uno dei più noti e riconosciuti artisti italiani a livello internazionale.

Stefano Arienti, Libro Fenice, 2012, acrilici, matite, penna e altro su libro, 36x51x6 cm

Stefano Arienti, Senza titolo, 2015, slide da proiezione per Open Day 2015 dell’Accademia di Belle Arti di Carrara

Opere su carta e su supporti inconsueti, come i grandi disegni realizzati su teli da cantiere, commissionati da istituzioni pubbliche e fondazioni private, sono testimoni di un percorso di ricerca incessante in cui le immagini sono sottoposte a infiniti processi di studio e variazione: fotocopiate, ricalcate, tracciate con forature, intessute o disegnate in oro.

Tra le opere selezionate un grande telo realizzato nel 2012 per l’Isabella Stewart Garden Museum di Boston, mai esposto in Italia e due opere inedite realizzate nel 2017, ispirate a un capolavoro del Romanino conservato nella chiesa di Asola, paese natale dell’artista, e all’altarolo di El Greco, conservato presso la Galleria Estense di Modena e realizzato ad hoc per la mostra.

Irene Guzman press

Stefano Arienti, Stelline, 2012, carta traforata, installazione composta da 59 fogli

Stefano Arienti. Antipolvere

Galleria Civica di Modena, Palazzo Santa Margherita, corso Canalgrande 103 – Modena

26 marzo – 16 luglio 2017

A cura di Daniele De Luigi e Serena Goldoni

Orari mercoledì-venerdì 10.30-13.00 e 16.00-19.30; sabato, domenica e festivi 10.30-19.30.

Lunedì e martedì chiuso.

Ingresso gratuito

Ufficio stampa Pomilio Blumm

Irene Guzman tel. +39 349 1250956, email irene.guzman@comune.modena.it

Informazioni Galleria civica di Modena, corso Canalgrande 103, 41121 Modena

tel. +39 059 2032911/2032940 – fax +39 059 2032932

www.galleriacivicadimodena.it

Museo Associato AMACI

 

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umanisti-italiani

Giovedì 23 febbraio è stato presentato presso la Biblioteca Classense di Ravenna un volume molto importante per gli studi attuali e futuri sull’argomento: “Umanisti italiani. Pensiero e destino” (Einaudi, 2016).

I due autori, Massimo Cacciari, che ha firmato il saggio di apertura, e Raphael Ebgi, che ha curato i testi, ovvero l’antologia in cui sono leggibili anche pagine sinora inedite, hanno spiegato come la visione corrente del Quattrocento, tutta grazia e armonia, sia radicalmente da ribaltare, poiché lo spirito che abitava gli intellettuali umanisti era di piena consapevolezza della crisi già in corso nel loro tempo e che esploderà con ferocia definitiva nel Cinquecento, tra guerre, invasioni, riforme e controriforme. Ma il senso di questa tragicità della storia umana è già propria del secolo umanista che nel pieno smarrimento dei due capisaldi medievali (l’impero in sostanza assente e il papato diviso durante lo Scisma d’Occidente addirittura fra tre contendenti, romano, pisano e francese) non a caso si apre col rogo del riformatore boemo Jan Hus, per chiudersi con l’altro rogo, stavolta fiorentino, del Savonarola, passando per il grande shock della caduta di Costantinopoli (1453), assediata dai turchi di Maometto II.

Agli umanisti non resta che tentare l’impossibile, la quadratura del cerchio, conciliare gli opposti, dalla filosofia platonica con l’aristotelica, alla classicità (non vissuta come erudizione vuota ma come modello) col cristianesimo, scartando però il dogmatismo della Scolastica medievale e preferendo alle regole l’esperienza francescana (sì, il semieretico Francesco torna ad essere il santo di riferimento), senza scordarsi della mistica ebraica, la cabala tanto cara agli studi di Pico della Mirandola, arrivando addirittura a proporre da parte del pontefice Pio II la conversione del sultano Maometto II (potenziale guida temporale e autorevole anche per l’Occidente?).

Insomma, la tensione che animava i dibattiti e le posizioni dei protagonisti di questa stagione straordinaria della storia occidentale (e come non citare le due colonne teoretiche massime del Quattrocento tutto, Nicola Cusano e Leon Battista Alberti) era evidente.

In finale di battuta, ho domandato a Cacciari se nonostante tale certezza della crisi, si possano considerare gli umanisti come intellettuali che hanno conservato fiducia nelle capacità dell’uomo, proprio a partire dal desiderio utopico di concordare posizioni altrimenti inconciliabili. Questa la risposta: “Certo, ma tenendo presente che la tensione intellettuale e spirituale è dovuta anche alla coscienza del rischio che l’uomo corre di divenire, proprio per sua natura, superiore all’angelo o peggiore delle bestie. Sulla nave dei folli di Bosch è imbarcata l’intera umanità.”

umanisti-italiani-ravenna

 

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Nel corso dell’ultimo anno ho dedicato più di qualche post alla disastrosa conduzione politico-culturale del PD ravennate, dall’idea novissima e stupenda delle panchine musive, alle elezioni comunali, sino alla gigantesca toilette che tuttora orna Piazza Kennedy, in attesa, pare, d’essere spostata verso collocazione non del tutto precisata (l’orribile container da 180 mila euro verrà spiaggiato nottetempo così come dal nulla è apparso lo scorso 26 ottobre?).

Il primo articolo di questa serie era però del 28 gennaio 2016, quando già all’orizzonte si profilavano abbastanza nitide certe manovre, proseguite post elezioni comunali (giugno 2016) con la nomina della ex presidente di RavennAntica (Fondazione culturale con soci fondatori pubblici e privati) ed ex deputato PD Elsa Signorino ad assessore culturale del Comune di Ravenna.

Risultato? RavennAntica, in perdita da tempo, gestirà i servizi di Musei e siti pubblici (con gran festa sui media locali, ovviamente): http://www.ravennaedintorni.it/ravenna-notizie/52174/monumenti-statali-tomba-di-dante-e-mar-ravennantica-gestira-promozione-e-ticket.html

Contemporaneamente, è stato appena nominato direttore della Biblioteca Classense e insieme (!) del MAR (Museo d’Arte della città di Ravenna) Maurizio Tarantino, che sicuramente ha competenze in campo bibliotecario, ma museale? http://www.ravennaedintorni.it/ravenna-notizie/52211/dirigenti-comunali-altre-tre-conferme-novita-per-classense-e-municipale.html

Banalmente, sarebbe stato sufficiente indire un concorso pubblico per il MAR (come per la Classense, peraltro), solo che questa ipotesi non è mai stata presa in considerazione. L’intento, chiaro da tempo, era quello di affossare le attività della pinacoteca cittadina, ormai pari a zero, promuovendo il nuovo e dispendiosamente inutile museo archeologico di RavennAntica a Classe (a scapito, fra l’altro, anche di quello Nazionale in città).  Ce l’hanno fatta, con la benedizione del Ministero di Franceschini. Complimenti.

Ormai rassegnato, tiro le somme da omertopoli e affido queste opinioni a una bottiglia di vetro virtuale, nel mare della rete.

Luca Maggio

P.S. Aggiungo oggi, 5 marzo, queste due righe per riferire che la mega e imbarazzante toilette di Piazza Kennedy è stata rimossa pochi giorni fa. Finalmente.

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mosaique-magazine-2017

 

A gennaio è uscito il nuovo bellissimo semestrale Mosaïque Magazine n.13 con l’intervista a Sara Vasini proposta in anteprima mesi fa su questo blog e riveduta e corretta in occasione di questa pubblicazione.

A proposito, non posso che ringraziare Renée Malaval, mente e cuore della rivista insieme al marito Gilles Antoine, per questa generosa opportunità data a una giovane ma capacissima artista.

E visti anche gli altri nomi presenti in questo numero, non perdetelo!

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Alessandra Rota, L8, 2014, cm80x100x45, legno frassino naturale e tinto marrone rossastro

Alessandra Rota, L8, 2014, cm80x100x4,5, legno frassino naturale e tinto marrone rossastro

Alessandra Rota (Bergamo, 1976): potresti descrivere il tuo percorso di formazione artistica e in particolare cosa ha fatto scattare la tua passione per il medium visivo? Ci sono stati maestri che ti hanno indirizzato verso questo interesse o è stata una tua scelta?

Mi sono diplomata prima al Liceo Artistico Statale Giacomo e Pio Manzù di Bergamo e poi in Decorazione  all’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano.

Durante il mio percorso ho avuto la fortuna di incontrare docenti che mi hanno saputo stimolare sia visivamente che intellettualmente, oltre a essere umanamente ammirevoli. Il primo fra tutti è stato il professor Colombo di Ornato Disegnato nei primi due anni del Liceo. Realizzavamo principalmente tavole con matrici modulari, all’interno delle quali interagivano positivo/negativo, concavo/convesso, crescente/decrescente, bianco/nero, pattern/frattali, bidimensionalità/tridimensionalità. Mi rendo conto ora parlandone che dentro di me, in quegli anni, è stato piantato il seme della passione per il mosaico, inteso a modo mio.

All’Accademia ho avuto “un’overdose” di stimoli, la mia mente si è aperta e ho cominciato a essere me stessa. È ancora all’Accademia che Montefiore, il mio professore di Decorazione, mi ha permesso di sperimentare il mosaico. Dopo gli studi ho cominciato subito a lavorare nell’arredo, forse per distaccarmi dall’ambiente Accademico. È stato a questo punto che è germogliata la passione per il mosaico, il MIO mosaico in legno.

Alessandra Rota, L4, 2013, cm 100x100x3,7 legno frassino tinto grigio e bianco

Alessandra Rota, L4, 2013, cm100x100x4, legno frassino tinto grigio e bianco

Alessandra Rota, L2, 2002, cm 20x50x2 legno tanganica e palissandro

Alessandra Rota, L2, 2002, cm20x50x2, legno tanganica e palissandro

 

Alessandra Rota, L7, 2014, particolare, legno frassino tinto bianco e marrone pastello

Alessandra Rota, L7, 2014, particolare, legno frassino tinto bianco e marrone pastello

Usi il legno con tutte le implicazioni di sfumature e venature che ha questo materiale organico: a cosa è dovuta questa preferenza? In futuro pensi di servirti o hai già utilizzato anche altri elementi per le tue composizioni musive?

Il legno è vivo, cambia colore col passare del tempo e l’esposizione alla luce, si muove, può essere al naturale, tinto, laccato, usato, più o meno venato, giovane, vecchio, insomma non è mai uguale a se stesso. Cosa posso volere di più? Lavorando nell’arredo la scelta del legno è avvenuta fisiologicamente.

Ho provato  a misurarmi anche con marmi, paste vetrose, piastrelle, vetro. Col marmo, dal più duro al più tenero, vado d’accordo (guarda caso anche in questo materiale ci sono  le venature come nel legno ed è sempre preso a prestito dalla natura), ma a modo mio: solitamente recupero lastre di marmo scartate e comincio a prenderle a martellate per spaccarle, per poi passare a martellina e tagliolo. Le tessere che ottengo sono irregolari, anomale e il metodo diretto, il mio preferito.

Alessandra Rota, L6, 2014, particolare, legno tanganica e frassino tinto marrone scuro

Alessandra Rota, L6, 2014, particolare, legno tanganica e frassino tinto marrone scuro

Alessandra Rota, L5, 2013, cm 80x100x4,1 legno frassino tinto bianco e marrone pastello

Alessandra Rota, L5, 2013, cm80x100x4, legno frassino tinto bianco e marrone pastello

Alessandra Rota, M4, 2013, cm 60x60x2, marmi

Alessandra Rota, M4, 2013, cm60x60x2, marmi

Le tue opere sanno di cura negli accostamenti fra chiari e scuri, di simmetrie e giochi geometrici basati su forme quadrangolari, di rientranze  e sporgenze armoniche: parla della tua poetica.

Devo tornare ancora all’argomento legno per tentare di spiegarti un qualcosa che per me resta ancora un poco avvolto in un alone di mistero. Il legno è il materiale che prediligo al tatto e alla vista. Lo preferisco anche emotivamente e cerebralmente e in più riesco a dominarlo! Scelgo le mie tessere una a una per larghezza, altezza, profondità e tinta. La progettazione è sfiancante, a pari merito di quanto è distensiva l’esecuzione, coi suoi tempi lenti, alla faccia di questo mondo impazzito…  Creare un lavoro è un qualcosa di catartico: tentare di ordinare il disordine che c’è dentro di me. Nonostante ciò, le imperfezioni che si possono notare mi danno la consapevolezza che nulla può essere perfetto e tenuto completamente sotto controllo, però questo mi aiuta ad accettare limiti e imperfezioni dell’uomo, soprattutto mie. Oltretutto quando lavoro riescono a emergere le “due me”: positivo/negativo, concavo/convesso, crescente/decrescente, bianco/nero, pattern/frattali, bidimensionalità/tridimensionalità. Non sono e non sarò mai in grado di eguagliare i maestri mosaicisti utilizzando i loro attrezzi e i loro materiali, ma il legno è MIO, è come se me lo sentissi cucito addosso!

Alessandra Rota, L11, 2015, cm 64,2x81,3x3,9 frassino tinto lava e grigio

Alessandra Rota, L11, 2015, cm64x81x4, frassino tinto lava e grigio

Alessandra Rota, L9, 2015, particolare, legno frassino tinto bianco

Alessandra Rota, L9, 2015, particolare, legno frassino tinto bianco

Visto il design dei tuoi lavori, hai mai pensato di collaborare con studi d’architettura d’interni o oggetti d’arredo? Stai lavorando a progetti particolari o vorresti realizzarne in futuro?

Certo che ci ho pensato! La mia tipologia di mosaico oltre a poter essere applicata su rivestimenti d’interni, d’esterni, soffitti, lavori murali, si sposa benissimo soprattutto su elementi d’arredo quali testate letto, boiserie, ante, schienali, armadi, ecc., inserita su tutta la superficie o solo su una parte.

Resterò sempre aperta a tutte le opportunità che mi si presenteranno: mosaico, architettura, design, arredo e quant’altro, non voglio pormi limiti lavorativi. Mi piace essere poliedrica, mi aiuta a mantenermi viva e vigile!

Contatti: rota-alessandra@virgilio.it

Milano, ottobre 2016, evento NoLo Public Market in occasione della prima edizione della Fall Design Week

Milano, ottobre 2016, evento NoLo Public Market, in occasione della prima edizione della Fall Design Week

 

 

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mortara-1

Nel cuore nero del XIX secolo italiano, venne commesso un incredibile gesto di crudeltà nei confronti di un’indifesa famiglia ebrea bolognese da parte dell’agonizzante Stato pontificio (Bologna si sarebbe presto unita al Regno sabaudo nel marzo 1860 tramite plebiscito): la sera del 23 giugno 1858 il piccolo Edgardo Mortara, che avrebbe compiuto i sette anni il 27 agosto, venne sottratto di forza ai suoi genitori Momolo e Marianna e ai suoi sette fratelli dalla polizia su ordine dell’inquisitore Padre Feletti dietro denuncia dell’ex domestica dei Mortara di aver battezzato il bambino durante una malattia che credeva mortale. Tutto questo era falso e la donna solo un’ingrata vendicativa, ma bastò secondo la legge del tempo per avviare il sequestro e trasferire il piccolo “neocristiano” a Roma dove sarebbe stato educato al cattolicesimo e per sicurezza ribattezzato (dunque le autorità ecclesiastiche sapevano benissimo la malafede con cui stavano agendo), sino a diventare sacerdote e come tale morire nel monastero di Bouhay, vicino Liegi, nel 1940.

A nulla valsero gli appelli disperati della famiglia, il clamore che tale vicenda suscitò presso le corti di mezza Europa e il processo intentato sotto il Regno d’Italia all’ex inquisitore: Pio IX fu crudelmente irremovibile e a parte un breve incontro assistito non diede altri permessi di far rivedere il proprio bambino a dei genitori in sostanza distrutti.

Paolo Uccello, Miracolo dell’ostia profanata, 1467-1468, tempera su tavola, cm 43x351, Galleria Nazionale delle Marche, Urbino

Paolo Uccello, Miracolo dell’ostia profanata, 1467-1468, tempera su tavola, cm 43×351, Galleria Nazionale delle Marche, Urbino

Da secoli gli ebrei “deicidi” erano vittima dell’antisemitismo cristiano: senza citare gli studi fondamentali di Lev Poljakov, vengono in mente Il miracolo dell’ostia profanata di Paolo Uccello, lo straordinario Shylock shakespeariano, le persecuzioni della corona spagnola da Ferdinando II d’Aragona a Filippo II contro i marranos  o gli altrettanto orrendi pogrom dall’altra parte d’Europa, sino al caso Dreyfus nella civilissima Francia di fine ‘800.

E pur sapendo bene che il primo dovere di uno storico è sempre quello di contestualizzare avvenimenti e sentimenti altrimenti incomprensibili (la schiavitù nell’economia della storia antica, ad esempio), resta sorprendente il cieco accanimento dell’ultimo Papa Re nei confronti di questo bambino e della sua famiglia, come a voler dimostrare un potere ormai fuori dalla storia.

Vanni Cuoghi, Il caso Mortara, 2016, chine e collage su carta, cm 118x42

Vanni Cuoghi, Il caso Mortara, 2016, chine e collage su carta, cm 42×118

Steven Spielberg, basandosi sul libro di David Kertzer Prigioniero del Papa Re (The Kidnapping of Edgardo Mortara, 1997), girerà presto un film sull’accaduto e l’amico Vanni Cuoghi, nello splendido ciclo che lo scorso anno ha dedicato ai 500 anni del ghetto veneziano, ha ideato un’opera/libro d’artista con svolgimento orizzontale (forse memore della tavola uccellesca) sul caso Mortara di lugubre e calzante perfezione, così carica d’ombre e grigi e neri e azzurri plumbei (l’immagine è all’interno del catalogo Vanni Cuoghi. Da Cielo a Terra, testi di Ivan Quaroni e Riccardo Calimani, Ravenna 2016).

Ma è con piacere che in questo 27 gennaio desidero ricordare la madre di tutti gli studi senza il cui apporto non si saprebbe quasi nulla di una vicenda dimenticata anche a causa dell’orrore indicibile della Shoah, la storica Germana Volli col suo Il caso Mortara. Il bambino rapito da Pio IX pubblicato nel 1960 e recentemente rieditato dalla benemerita Giuntina di Firenze. L’attenzione, il rigore, la passione autentica e non faziosa per la storia e i suoi documenti rendono di stretta attualità la quarantina di leggibili e scorrevoli pagine di questo libro sia per gli accadimenti in esso descritti sia come esempio del lavoro di un vero storico che ha un solo fine: la verità.

Da sinistra: Riccardo Mortara (il fratello maggiore), la madre Marianna Padovani seduta e il figlio don Pio Edgardo Mortara, a Parigi nel 1878, primo incontro vent'anni dopo il rapimento. Tale immagine inedita è contenuta nel prezioso volume di Germana Volli e appartenente al fondo della figlia di Riccardo.

Da sinistra: Riccardo Mortara (il fratello maggiore), la madre Marianna Padovani seduta e il figlio don Pio Edgardo Mortara, a Parigi nel 1878, primo incontro vent’anni dopo il rapimento. Tale immagine inedita è contenuta nel prezioso volume di Germana Volli e appartenente al fondo della figlia di Riccardo.

 

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