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Ismail Akhmetov Foundation, Parco delle Arti, Tarusa, Mosca

Marta Severgnini (Milano, 1989) e Andreina Cristino (Foggia, 1991): vi siete incontrate a Ravenna in Accademia avendo scoperto una passione comune per il medium musivo. In realtà provenite da esperienze formative diverse, oltre a essere rispettivamente nate e cresciute nel Nord e nel Sud dell’Italia, con le differenze (atmosferiche, cromatiche, ecc.) che ciò comporta. Dunque quali sono stati i vostri percorsi e come siete arrivate alla necessità del mosaico?

M.S. Fin da piccola sono sempre stata attratta dal disegno e dalle materie artistiche, ed è per questo motivo che ho frequentato prima il Liceo Artistico e successivamente la Facoltà di Architettura al Politecnico di Milano. Tuttavia, alla fine della laurea triennale, sentivo la necessità di riavvicinarmi al lavoro manuale. Per questo motivo quando ho scoperto l’arte musiva e la possibilità di chiudere il mio ciclo di studi frequentando un biennio specialistico in questa particolare tecnica ho capito immediatamente che quella era la strada giusta per me.

È come se tutti i tasselli fossero andati al loro posto, ho dato così significato ad alcuni episodi della mia infanzia, come quando preferivo giocare con i mattoncini Lego piuttosto che con le bambole.

Marta Severgnini, Camillo, 2016, h. 77,5 cm, diametro 94,5 cm

Andreina Cristino, Odi et Amo, 2016, 20X16 cm

A.C. “Spiegami, com’è possibile creare un volto con questi piccoli cubetti di marmo?”

Ero rivolta con lo sguardo verso l’alto e l’espressione sorpresa quando pronunciai questo dubbio a mio padre che, all’età di otto anni, mi portò ad ammirare i mosaici della maestosa Basilica di San Marco a Venezia. Lungo il viaggio di ritorno verso casa le idee mi furono chiare, espressi il desiderio di voler fare mosaico una volta diventata grande. Nel percorso dei miei studi mi sono persa in altre distrazioni e interessi, considerando quel sogno di bambina irraggiungibile, fino a quando non incontrai Luigi La Ferla.

Era pomeriggio e io per ripararmi dalla pioggia entrai al 59 di Rue de Rivoli, una residenza d’artista nel cuore pulsante di Parigi. Fu un incontro decisivo col mio destino. Luigi mi spiegò com’era possibile creare un volto con piccoli cubetti di marmo. Così, a distanza di quindici anni dall’incontro col Cristo Pantocratore immerso nello sfondo di un mosaico dorato, mi ritrovai a crearli io quei piccoli cubetti di marmo all’Accademia di Belle Arti di Ravenna. E pensai che fosse serendipità, divina provvidenza o come dici tu necessità del mosaico.

La tessera tradizionale (marmo o pasta vitrea) vi è congeniale, sebbene tu, Marta, visti i tuoi studi di architettura, la declini verso una progettualità di design, mentre per Andreina mi sembra che la direzione sia decisamente scultorea. Vorrei che chiariste la vostra idea di mosaico, dall’uso dei materiali alla poetica che state sviluppando, avendo finalmente scoperto la vostra voce. Cos’è per voi il mosaico?

M.S. Il mosaico è una tecnica artistica, così come l’essere umano cerca espressione di sé stesso attraverso la pittura, la scultura e l’incisione, lo fa anche attraverso il mosaico, una tecnica antica che ha delle proprie regole compositive, e che utilizza i colori non per sfumature ma per accostamento di frammenti o tessere di diverso colore. Esistono diverse tipologie di approccio al mosaico: a ciottoli, il trencadís, il mosaico bizantino e quello industriale. Personalmente prediligo l’uso della tessera tradizionale in marmo o pasta vitrea.

Mi piace l’idea di preservare la funzione primaria del mosaico, nato infatti originariamente come rivestimento funzionale ed elemento decorativo: con queste due parole chiave trovano espressione la mia poetica e il mio gusto estetico, con il desiderio di coniugare Architettura, Mosaico e Design.

Questo mio sogno si concretizza attraverso la realizzazione di oggetti di design e arredamento completati e arricchiti attraverso il linguaggio musivo.

Marta Severgnini, Bella di notte, 2017

Andreina Cristino, Leben, 2018, 25X16 cm

A.C. Non so cosa sia il mosaico e mi piace non dovermi porre la domanda. In quanto a definizione, ne potrei declinare diverse attingendo a citazioni di maestri del mosaico. Il mio approccio con la materia è del tutto sperimentale, per ora il mosaico mi è congeniale come forma d’arte per dar voce a ciò che realizzo. Il mosaico tende, anche senza volerlo, a creare un rapporto viscerale con la materia. La materia ti sceglie, ti spinge a toccarla con possesso. Se poi per materia includiamo non solo i marmi ma anche gli smalti, allora rimani ulteriormente rapito dai giochi di luce e ti sembra di essere in contatto con qualcosa. È una magia e non va troppo elaborata e spiegata, si perderebbe il senso della sua funzione. Sono in una fase di profonda sperimentazione, quindi la voce è molto debole e tende a parlare poco. Dalle installazioni, fotografie, sculture e mosaico, la direzione è sempre la stessa, dare spazio e significato a quella emotività che tendo a reprimere in me, dare sfogo alla malinconia e tracciare un percorso di sensibilità nella sua concretezza. Non so,  per definizione, vogliamo avvicinarci all’arte terapia?

Ismail Akhmetov Foundation, Parco delle Arti, Tarusa, Mosca

Dopo la vittoria del Premio Tesi nel 2017, avete avuto la possibilità di una borsa di studio con residenza d’artista a Tarusa, vicino Mosca, nei primi mesi del 2018, grazie al mecenatismo di Ismail Akhmetov e alla Fondazione che porta il suo nome. L’artista Marco Bravura vi ha accolto e guidato in quella splendida officina creativa che è il Parco delle Arti per il quale ognuna di voi ha anche realizzato un’opera, che lì ha poi trovato immediata collocazione: la doppia stele ispirata all’art nouveau della Maison Coillot di Lille per Marta e il grande “gomitolo” di Andreina che riprende i colori e il filo del tappeto musivo Rosso Nureyev realizzato nel 1993 da Akomena Spazio Mosaico per la tomba del grande ballerino russo. Mi piacerebbe che raccontaste la vostra esperienza a Tarusa e alcune delle possibili letture di queste opere create appositamente per quel luogo. 

M.S. L’esperienza in Russia è stata impegnativa ma davvero molto bella, sono stati mesi di lavoro intenso, immersi come eravamo in uno spazio naturale quasi incontaminato e ricoperto di neve, le giornate lavorative scorrevano veloci senza che quasi ce ne accorgessimo. Il supporto di Marco è stato molto importante, grazie a lui ho imparato quei piccoli segreti che solo chi ha molta esperienza conosce.

L’opera da me realizzata è Feeling home e si ispira alla casa in stile art nouveau della Maison Coilliot di Hector Guimard. La scelta stilistica è stata dettata dalle affinità che riscontro con questo particolare stile, come la forte decoratività e le linee che si intrecciano sinuose. A livello emozionale invece la casa trasmette sicurezza, riparo e allo stesso tempo rispecchia la personalità di chi la abita, è abitudine infatti adornarla con segni ed oggetti che raccontano la storia di ognuno di noi. È proprio questo che rappresenta per me la doppia stele realizzata per il Parco delle Arti, un segno del mio passaggio in quel luogo, una piccola traccia di me.

Marta Severgnini, Feeling Home, 2018

Andreina Cristino, Rosso Nureyev, 2018, diametro 1,55 cm

A.C. La Fondazione Akhmetov gode di una struttura nuovissima, con comfort e personalità. Si incontrano opere di Verdiano Marzi, CaCO3, Marco de Luca e tanti altri, per non soffermarsi poi sui pavimenti dal gusto eccentrico/bizantino realizzati da Dusciana Bravura e del maestoso atelier di Marco Bravura. In questo scenario ho avuto quindi il privilegio di condividere tempo, spazio e creatività con il maestro mosaicista.

Rosso Nureyev, invece, rappresenta il gomitolo del tappeto che ricopre la tomba del ballerino russo, voluto dallo scenografo nonché suo amico Ezio Frigerio e realizzato da Akomena Spazio Mosaico.

Il destino per i Greci è simile alla filatura e alla tessitura. A ciascuno è affidata una quantità di vita, come un cumulo di lana che viene a poco a poco trasformato in un filo e intrecciato sul telaio. Rosso Nureyev voluto e pensato per il Parco che lo ospita, rappresenta le origini, quel gomitolo che intreccia e tesse il morbido e prezioso tappeto che è stata la vita estrosa e brillante del danzatore. 

Martin Buber, celebre pensatore chassidico, chiedeva non tanto chi sei ma dove sei. A che punto siete in questo vostro presente e dove vi vedete nell’immediato futuro (sogni, progetti, idee, ecc.)?

M.S. Dove sono…  solo all’inizio di una nuova grande avventura, una scommessa per il futuro. Ho studiato e appreso le tecniche necessarie ad intraprendere la strada del mosaicista da me scelta, ed ora si procede con pazienza un passo alla volta, una tessera dopo l’altra… proprio come nel mosaico!

Marta Severgnini, Geronte, 2017, h. 40 cm, diametro 59 cm

Marta Severgnini, Geronte (particolare), 2017

A.C. La mia formazione artistica mi rimanda alla celebre opera di Paul Gauguin Da dove veniamo? Che siamo? Dove andiamo?. Questi interrogativi filosofici mi portano a riflettere e talvolta anche con tanta ansia. È per questo che per placare le paure dell’ignoto futuro mi rifugio nella poesia. Goethe, ad esempio, esprime al meglio dove io mi trovi adesso: “C’è una verità elementare, la cui ignoranza uccide innumerevoli idee e splendidi piani: nel momento in cui uno si impegna a fondo, anche la provvidenza allora si muove. Infinite cose accadono per aiutarlo, cose che altrimenti mai sarebbero avvenute. Qualunque cosa tu possa fare, o sognare di poter fare, incominciala. L’audacia ha in sé genio, potere, magia. Incomincia adesso.”

Andreina Cristino, Rosso Nureyev (particolare), 2018

Contatti

www.martasevergnini.it

https://www.facebook.com/andcristino/

https://www.instagram.com/andreina.cristino/?hl=it

 

 

 

 

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Premessa: ho scritto il testo critico seguente, tuttora inedito, nell’aprile 2017.

Marco Bravura, Vortex Attraction, 2016

Marco Bravura, Vortex Attraction

di Luca Maggio

“L’ultima mia proposta è questa:/ se volete trovarvi,/ perdetevi nella foresta.”, Giorgio Caproni, Per le spicce

Andare oltre il mosaico per esplorare mondi nuovi musivi. Compiere un viaggio che (af)fondi in un’unica densa sinestesia aspetti visivi, tattili, sonori, reali e virtuali. Fare questo coinvolgendo più arti, più parti dello spirito per avvolgere lo spettatore-attore nell’opera vortice, una e trina a un tempo, scultorea, digitale, musicale. Numerose le implicazioni, necessaria la selezione.

Qui si parla dei sette grandi cerchi concentrici detti Vortex Attraction in oxide bianco, lavoro di Marco Bravura del 2016. Inutile dire della simbologia ruotante attorno al numero magico sette, dai passaggi alchemici per tramutare il piombo in oro, alle sette note musicali etc., la bibliografia e le stratificazioni culturali sono infinite.

Meglio concentrarsi sulla forma dell’opera che attrae chi la guardi come un gorgo, la fonte stessa della vita dove Narciso mirandosi perse sé stesso, giungendo a morte salvo rinascere in forma di fiore, mutando dunque, metamorfosi toccata, come narra Ovidio, anche alla ninfa di lui per mala sorte innamorata, la povera Eco, di cui da allora è dato percepire solo il debole rimando acustico che da ella prende il nome.[1]

Marco Bravura, Vortex Attraction, 2016

E i vortici, i cammini elicoidali della materia, costituiscono la ricerca degli anni ultimi di Bravura: Ardea Purpurea, RotoB, Vertigo, per citare le più note, sono la sua ossessione per i filamenti della vita che si combinano roteando dalla struttura del DNA a quella del mollusco Nautilus, sino alle galassie spiraliformi, poiché se c’è moto, c’è vita, e la vita è divenire che s’avvita, scorre, disappare, torna modificato per non arrestarsi mai[2], come appunto negli intrecci metamorfici dei miti antichi.

Il bianco di Vortex bandisce ogni distrazione per sollecitare e esaltare la caduta nella sua forma e allo stesso tempo il clinamen, l’impercettibile deviazione che conduce all’incontro degli atomi epicurei nel lasciarsi andare nel vuoto dei cerchi, abbacinanti nella loro purezza di luce che riflette altra luce, sensazione paradisiaca dantesca, sebbene non porti a un precipitare eterno, poiché tutto questo alfine si rivela essere una porta per un altrove ignoto, dove dimensioni altre di vita attendono d’essere visitate.

Per aiutare questo passaggio con delicatezza ecco sovrapporsi in un dialogo[3] che sa d’unione con la scultura di Bravura la proiezione virtuale di Giacomo Giannella dello studio Streamcolors[4] di Milano, sempre basata su immagini e una pioggia di colori da tappeti musivi precedenti dello stesso Bravura, il tutto coronato dal flusso ipnotico, quasi alla Gurdjieff, delle note di Rituel[5], brano per pianoforte e tanpura elettronica tratto dal concerto Metamorphosys[6] di Matteo Ramon Arevalos, titoli più che mai appropriati per questo viaggio.

Al piano Matteo Ramon Arevalos, Rituel, 2016; video di Giacomo Giannella dello studio Streamcolors

E si viaggia, appunto, liberi finalmente di attraversare nei particolari un mosaico metadimensionale, summa di antico e contemporaneo e finanche futuro, ché lo ieratico bizantino è senza tempo, sospeso, blu-luce anzitutto, pensiero estremo di Matisse, per quanto il caleidoscopio comprenda numerosi altri frammenti cromatici, ed è un compenetrarsi e allontanarsi di riflessi simmetrici, specularità di segmenti che s’aprono e chiudono, pareti, porte di Ishtar, labirinti coerenti appaiono e scompaiono con i loro giochi di luce, come nei dettagli del giardino di Compton House[7], benché la sensazione qui non sia mai d’inquietudine, piuttosto d’una pace illuminata, in cui s’assiste alla danza degli elementi geometrici in onde di mondi paralleli, parte a loro volta d’un universo sovrastante e uguale a sé stesso nella sua borgesiana infinita diversità.

Un piccolo dio di luce abita l’anima di queste spirali dalla suggestione mandelbrotiana e guida e immerge e fa riemergere nella natura di tale dimensione l’Ulisse che ne provi la navigazione, un precipitare in sé stessi per raggiungersi, come al termine d’ogni voluta vorticante, come a chi capiti di trovare Isidora, “città dove i palazzi hanno scale a chiocciola incrostate di chiocciole marine, dove si fabbricano a regola d’arte cannocchiali e violini (…). Isidora è dunque la città dei suoi sogni: con una differenza. La città sognata conteneva lui giovane; a Isidora arriva in tarda età. Nella piazza c’è il muretto dei vecchi che guardano passare la gioventù; lui è seduto in fila con loro. I desideri sono già ricordi.”[8]

Alla fine dell’Odissea spaziale di Kubrick, l’astronauta David Bowman vive qualcosa di analogo e indicibile, sperimentando la compresenza nel proprio esistere di passato e presente sino a un futuro di rinascita come feto stellare, che dalla sua forma circolare contempla ciò da cui tutto è iniziato, la sfera terrestre, il mistero, insomma, della vita.

www.marcobravura.com

Marco Bravura, Vortex Attraction, 2016

[1] Ovidio, Le Metamorfosi, III, 339-510, Milano 2007.

[2] Si veda il capitolo La forma delle cellule, in particolare il paragrafo Cilindri e onduloidi in D’Arcy Wentworth Thompson, Crescita e forma, Torino 1969 (edizione originale, On Growth and Form, 1917). Del resto, già Galileo affermava nel suo Il Saggiatore (Roma 1623) che il linguaggio della natura è intimamente geometrico: “La filosofia naturale è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi agli occhi, io dico l’universo, ma non si può intendere se prima non s’impara a intender la lingua e conoscer i caratteri nei quali è scritto. Egli è scritto in lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi ed altre figure geometriche, senza i quali mezzi è impossibile a intenderne umanamente parola; senza questi è un aggirarsi vanamente per un oscuro labirinto.”

[3] “And what is the use of a book,” thought Alice, “without pictures or conversation?” Lewis Carroll, Alice’s Adventures in Wonderland, 1865.

[4] Streamcolors – Humans Arts and Technologies – Digital Art Studio: http://www.streamcolors.com

[5] L’elenco delle più note variazioni musicali occidentali sarebbe ozioso, da Händel a Bach, da Beethoven a Rzweski, ma in questo caso le ripetizioni con varianti quasi evanescenti di Rituel (2010) di Mattero Ramon Arevalos si avvicinano più a sonorità minimali e mistiche, ispirandosi direttamente alla tradizione classica indiana, in particolare al Raga Yaman Kalyan, che viene suonato solo di notte.

[6] Mosca, Teatro Scriabin, 15 aprile 2016.

[7]  Peter Greenaway, I misteri del giardino di Compton House/ The Draughtsman’s Contract, 1982.

[8] Italo Calvino, Le città invisibili, Torino 1972.

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Massimo Baldini. A Tour not so Grand

L’esposizione Massimo Baldini. A Tour not so Grand che si terrà dal 9 al 22 novembre presso la Fondazione Carlo Gajani di Bologna presenterà circa 30 fotografie in bianco e nero dell’autore e sarà accompagnata da un testo introduttivo di  Attilio Brilli, autorevole studioso del Grand Tour e storico della letteratura di viaggio.

Massimo Baldini. A Tour not so Grand

In questa mostra Baldini gioca, ironicamente, sull’idea di un Grand Tour non poi così grande, come allude il titolo, nel senso che le mete dei suoi viaggi e del suoi studi con la macchina da presa non sono stati i classici luoghi da cartolina o i soliti monumenti contemplati nelle guide turistiche, ma le piccole realtà, i tanti musei nascosti, ad esempio, del nostro paese, considerati a torto minori, ma che minori non sono, perché ricchi di oggetti curiosi e autentiche poeticità.

Massimo Baldini. A Tour not so Grand

L’autore ha fotografato questi luoghi e le cose che in essi ha potuto osservare durante le sue visite. Ne ha colto, talvolta, la sottesa ironia, restituendoci un mondo popolato di oggetti che parlano attraverso la loro unicità. Mentre come viaggio di formazione culturale il Grand Tour ricercava in Italia le tracce dell’eredità classica, la mostra di Massimo Baldini perlustra invece la zona grigia delle rotte meno battute.

Sara Zolla press

Massimo Baldini. A Tour not so Grand

Massimo Baldini. A Tour not so Grand

Fondazione Carlo Gajani, via de’ Castagnoli 14, Bologna

Da venerdì 9 a giovedì 22 novembre 2018

Vernissage  venerdì 9 novembre, dalle 18.00 alle 20.00

Orari per le visite: da lunedì a giovedì, dalle 15.00 alle 19.00

Ingresso libero

 

 

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Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Premessa

Sabato 20 ottobre all’interno della dodicesima edizione di Rencontres Internationales de Mosaïque ha inaugurato la mostra In-Between di Matylda Tracewska presso la Chapelle Saint Éman di Chartres, visitabile sino al 16 dicembre 2018. Scrivere per questa esposizione e per quest’artista in piena maturità creativa è stato fonte di piacere profondo. Quello che segue è il testo in catalogo.

 

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Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Matylda Tracewska. In-Between

di Luca Maggio

“Le Temps scintille et le Songe est savoir.” Paul Valéry, Le cimetière marin

La metafora è tra le prime figure retoriche che si studiano sui banchi di scuola. Etimologicamente viene dal verbo μεταϕέρω ovvero “trasferire, portare oltre”. La metafora è alla base del linguaggio poetico, poiché è in grado di traghettare il significato e il suono delle parole quotidiane verso le rive delle Muse, ampliandone il senso o trovandone uno inedito.

Matylda Tracewska ha scelto di intitolare questa mostra In-Between perché ha avvertito a questo punto della sua vita l’urgenza di confrontarsi col passaggio materiale e metaforico di tecniche e mezzi differenti, il vetro e il mosaico principalmente, rispetto a un luogo così carico di storia per il quale ha pensato le nuove opere, dunque Chartres e in particolare la Chapelle Saint Éman.

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Questa ricerca poetica parla dunque di trasparenza in una delle località cardine delle vetrate medievali che “significano al tempo stesso luce e colore; costruiscono un’architettura colorata e luminosa, hanno dimensione monumentale e conservano nel tempo stesso il carattere prezioso delle gemme. (…) la semplice contemplazione dei colori splendenti aveva per effetto di innalzare lo spirito dalle cose materiali alle immateriali e di trasportare la mente da un mondo inferiore a uno superiore, in una regione dell’universo che non apparteneva interamente né alla bassa terra né al puro cielo.” (E. Castelnuovo, Vetrate medievali, Torino 2007, pp.8-9)

Tuttavia Matylda da sempre predilige un uso accorto dei colori che, sono delicatamente presenti come i ritratti di persone e personaggi. E questi compaiono quasi sospesi, come emergendo dal fondo per dare forme riconoscibili al grumo circostante, che in realtà mai è frutto di disordine ma studio attento dei pesi e delle distribuzioni delle singole tessere, qualsiasi sia la loro origine, lapidea, vetrosa, perlacea ecc.

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, foto Matylda Tracewska in studio

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

I colori della Tracewska, essendo la natura dei suoi lavori indubbiamente anche pittorica, richiamano il dilùcolo, la prima alba e non i fuochi del tramonto, le tinte del principio del mattino, chiarità aurorali che si giocano in delicatezze, soffi talvolta appena accennati, sfumati, tendenti al bianco, alla pura luce: non aggrediscono l’occhio, lo invitano all’ascolto, al raccoglimento e catturano l’anima senza il clamore di effetti spettacolari quanto effimeri: sono un canto gregoriano che accoglie il giorno e riverbera dopo essersi compiuto, come l’alternarsi delle voci di The Hilliard Ensemble e del sassofono di Jan Garbarek in Parce mihi domine nel capolavoro Officium o il salire e ridiscendere ora femminile ora maschile, nudo semplice e forte, del canto di The Tallis Scholars nel Magnificat di Arvo Pärt in Tintinnabuli.

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Matylda è riuscita a rendere metafora i materiali usati per riflettere sull’incontro fra natura, anche umana, e cultura, o meglio le culture che ha incrociato e fatto proprie: lei, artista polacca, che si è formata sul mosaico bizantino-ravennate, che segue, secondo la regola, gli andamenti delle tessere, a differenza della sua tradizione d’origine, che tende invece all’assemblaggio degli elementi. A ciò si aggiunga l’influenza orientale, in particolare la scoperta meditativa e spirituale dei giardini giapponesi, come quello di pietra, il Ryōan-ji di Kyoto.

Così quest’artista è arrivata a ciò che Heidegger chiamava “il giungere-nella-vicinanza di ciò che è lontano” laddove, commenta John Berger, “c’è un movimento reciproco. Il pensiero si avvicina a ciò che è lontano; ma a sua volta ciò che è lontano si avvicina al pensiero.” (Sul guardare, Milano 2017, p.123)

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Chi esperisce queste sue opere, grazie anche ai giochi di riflessione dei materiali scelti, si trova coinvolto in esse, felice di fermarsi, di restare intrappolato in un tempo che pare annullarsi nel suo dilatarsi, poiché sono “minuti depredati della luce” (Agota Kristof, I paesaggi più belli, in Chiodi, Bellinzona 2018, p.21) e sente la tensione alla verticalità attraverso la collocazione di ogni singolo lavoro, inclusi quelli sul pavimento, in dialogo con gli altri e il contesto operativo: tutto si eleva.

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Alle pareti nascono sia i due piccoli lacerti con trama a pelta, quasi foglie di pietra o pelli di mosaico antico appese forse per ricordare frammenti di memoria perduta, come il particolare di una lacrima che cade da un occhio ormai chiuso, sia i ritratti umani, corpi o solo volti, col loro carico di mistero irrisolto, che appaiono-scompaiono su trame musive a nido d’ape, o circolari, oppure bianche in opus reticulatum, o come incorniciate in foto senza tempo, o letteralmente pietrificati grazie all’uso di tessere lapidee. E ancora un altro viso, quasi galleggiante, su uno dei “muschi”, escrescenze organiche altrimenti aniconiche, fatte di onice e perline fittissime, posizionate senza lasciare interstizi, che sono invece evidenti per terra, lungo la navata centrale, sul tappeto di  tessere-calchi di resina, fiume geometricamente scandito e definito che l’artista ha ritoccato con pigmenti in polvere, inserendo qua e là qualche raro calcare bianco naturale con venature verdi, appunto come sassi in un corso d’acqua viva e corrente, bagnati dalla luce che li attraversa: “Più ancora dell’acqua, che mi è stata così cara, ho amato la luce. Non soltanto i colori che sono il suo ornamento e il suo lusso come lo stile è l’ornamento e il lusso del linguaggio. Ma quella semplice luce che ci giunge dal Sole e che fa vivere il mondo. Mi è sempre sembrato che la luce fosse qualcosa di paragonabile al pensiero o a quello che chiamiamo lo spirito: un dono della materia che però si eleva per miracolo, nello stupore e nell’emozione, alla sovrana dignità della grandezza e della bellezza.” (Jean D’Ormesson, Guida degli smarriti, Vicenza 2016, pp.39-40)

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Proseguendo in questo mescolarsi e annullarsi reciproco di natura e artificio (dove sono i confini ora?), dal pavimento emergono sia la scultura-installazione di bambù in vetri verdi, sia le quattro piccole sculture coperte di fiori di madreperla e l’unica in vetri blu. Esse richiedono una sosta per seguire le torsioni minute della luce che si adegua ai labirinti ora voluti ora casuali della Tracewska, la quale lega-slega-rilega le singole tessere in screziature grazie al filo della luce che illumina gli insiemi delle superfici, ma nel dettaglio, avvicinandosi, procede attimo dopo attimo, fiore di luce per fiore di luce nelle sculture di madreperla o frammento per frammento in quelle di vetri blu e si arrende, alla fine, questa luce, si abbandona soddisfatta per abbracciarne ogni millimetro e trovare dimora presso questi oggetti, cadendo in loro, nascondendosi fra gli interstizi per farsi materia essa stessa, metamorfosi in forma di vetro o madreperla, riverberando anche sulle pietre e resine circostanti. Ecco il mosaico, lo splendore.

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, foto Matylda Tracewska all’aperto

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Tutto infine conduce al culmine, alla cascata di luce dell’abside, la vera grande vetrata della Tracewska, il velo di organza e tessere di vetro visibili da ambo i lati e che forse non si limitano a scendere o salire verso l’altro, ma sono porta, passaggio diretto di un altrove luminoso come la finestra-icona di Pavel Florenskij: “una finestra è una finestra in quanto attraverso ad essa si diffonde il dominio della luce, e allora la stessa finestra che ci dà luce è luce, non è somigliante alla luce, non è collegata per un’associazione soggettiva a una nozione di luce soggettivamente escogitata, ma è luce stessa nella sua identità ontologica, quella luce indivisibile in sé e non divisibile dal sole che splende nel nostro spazio.” (Le porte regali, Milano 2007, p. 60)

A tanto è giunta Matylda Tracewska con le sue briciole di materia, di sguardi e mani pazienti, di trasparenze intuite, attese, pensate: con Devozione direbbe Yves Bonnefoy, per “mantenere gli dei in mezzo a noi.”

Uscendo da questo luogo, attraversati dall’eco dell’esperienza di tanta luce possibile, non si può che serbarne a lungo nostalgia.

facebook.com/matylda.tracewska

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

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Il Comune di Ravenna–Assessorato alla Cultura e il Museo d’Arte della città di Ravenna, presentano dal 6 ottobre al 13 gennaio 2019 la mostra ?War is over ARTE E CONFLITTI tra mito e contemporaneità a cura di Angela Tecce e Maurizio Tarantino.

L’esposizione si collega idealmente al centenario della conclusione della prima guerra mondiale, proponendo un percorso che, attraverso l’arte di due secoli, riflette sui conflitti non a livello puramente storico ma in maniera più ampia, artistica e poetica, personale e collettiva, estetica ed etica. Non si tratta infatti di una mostra storico-documentaria ma di un itinerario che suggerisce e testimonia letture molteplici sulla guerra: uno (e non l’unico) tra gli esiti possibili verso cui spinge la necessità antropologica della relazione tra diversi; il più crudele e distruttivo, ma anche il più potente creatore di mitologie.

L’arte si è da sempre misurata col tema del conflitto – o ne è stata condizionata – non solo attraverso la sua rappresentazione ma, spesso, anche attraverso il rifiuto, la rimozione, l’introiezione. Le opere scelte per la mostra intendono illustrare, con media diversi, la tensione che esiste da sempre tra la creatività individuale e l’urgenza di misurarsi con un tema così pervasivo e onnipresente alle coscienze più vigili.

L’allestimento si avvale di installazioni di Studio Azzurro, che rappresentano un ideale trait-d’union tra i vari temi affrontati e contribuiscono a rendere più affascinante e articolato il percorso espositivo che si snoda attraverso opere e immagini di grande impatto visivo ed evocativo: dal monumento funebre di Guidarello Guidarelli, simbolo delle collezioni del MAR, a Picasso e Rubens, fino ad arrivare ad artisti tra cui spiccano, solo per dirne alcuni, Abramovic, Beuys, Boetti, Burri, Christo, De Chirico, Fabre, Kiefer, Kentridge, Kounellis, Rauschenberg, Warhol.

Nell’ottica della valorizzazione delle collezioni permanenti, nel percorso espositivo della mostra sono presenti anche opere del patrimonio del Mar.

MAR – War is over

Marina Abramović, Balkan erotic Epic: Banging the Skull, 2005

Marisa Albanese, Combattente, 2000-2013

Botto&Bruno, See the sky about the rain VII, 2014

Davide Cantoni, Child soldier Liberia, 2007

Jota Castro, Borders, 2016

Jake & Dinos Chapman, Back to the end of the beginning of the end again, 2016

Christo, Running fence (Project for Sonoma County and Marin County, State of California), 1976

Benedetto Croce, La fine della civiltà, 1946, manoscritto autografato con dedica a Dora Mazza

Gilbert & George, Machete, 2011

Paolo Grassino, Lode a TT, 2005-2006

Renato Guttuso, Fucilazione in campagna, 1939

Thomas Hirschhorn, Pixel collage n. 84, 2017

Emilio Isgrò, Weltanschauung, 2007

Alfredo Jaar, Milan, 1946: Lucio Fontana visits his studio on his return from Argentina, 2013

William Kentridge, Execution of Partisan, 2015

Tullio Lombardo, Lastra sepolcrale di Guidarello Guidarelli, particolare, 1525

Hermann Nitsch, Schüttbild mit Malhemd,, 2007

Pino Pascali, Bomba a mano (Diario), “il 24-1-67 ho ricaricato la bomba con questo biglietto. Pascali l’ho riverniciata oggi con smalto verde di cadmio”, 1967

Perino & Vele, Senza titolo (Mappamondo), 2006

Pablo Picasso, Jeux de pages,Vallauris, 24 février 1951

Pittore dei Niobidi, Cratere attico a figure rosse, 475-465 a.C.

Pieter Paul Rubens, Alabardiere, 1605

Pietro Ruffo, Migrazioni 24, 2017

Andres Serrano, Fool’s mask, Hever castle, England (torture), 2015

Shōzō Shimamoto, ID 0561 Punta Campanella 40 (Canvas 33), 2008

Robert Rauschenberg, Kite, 1963

Andy Warhol, Sedia elettrica, 1971

 

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Ryoichi Kurokawa, oscillating continuum, 2013, scultura audiovisiva (2 display quadrati, audio 2 canali), 924 x 800 x 422 mm, 8 minuti

FONDAZIONE MODENA ARTI VISIVE è lieta di presentare al-jabr (algebra), prima mostra personale in un’istituzione Italiana dell’artista giapponese Ryoichi Kurokawa, che ha inaugurato venerdì 14 settembre 2018 presso la Galleria Civica di Modena, nella sede di Palazzo Santa Margherita, in occasione del festivalfilosofia 2018 dedicato quest’anno al tema della Verità. A cura di NODE – festival internazionale di musica elettronica e live media che si svolgerà a Modena dal 14 al 17 novembre 2018, l’esposizione raccoglie alcune tra le produzioni recenti più significative di Kurokawa, attraverso un percorso multisensoriale caratterizzato da imponenti opere audiovisive, installazioni, sculture e stampe digitali.

Originario di Osaka ma residente a Berlino, Kurokawa descrive i suoi lavori come sculture “time-based”, ovvero un’arte fondata sullo scorrimento temporale, dove suono e immagine si uniscono in modo indivisibile. Il suo linguaggio audiovisivo alterna complessità e semplicità combinandole in una sintesi affascinante. Sinfonie di suoni che, in combinazione con paesaggi digitali generati al computer, cambiano il modo in cui lo spettatore percepisce il reale.

Il concetto di unione delle parti rappresenta il tema chiave della mostra, a cui si richiama il titolo al-jabr, radice araba da cui deriva il termine “algebra” la cui etimologia indica la ricomposizione delle parti di un insieme. Nelle opere in mostra si ripropongono concetti e metodologie quali la  decostruzione e la conseguente ricostruzione di elementi naturali (elementum, lttrans, renature), la riunione di strutture divise (oscillating continuum), la rielaborazione di leggi e dati scientifici (ad/ab Atom, unfold.alt, unfold.mod). Tali metolologie ricordano una versione moderna e tecnologicamente avanzata della tecnica artistica del kintsugi, ideata alla fine del 1400 da ceramisti giapponesi per riparare tazze e vasi, in cui le linee di rottura sono evidenziate con polvere d’oro che rende la fragilità il loro punto di forza. Il kintsugi non è solo un concetto artistico ma ha profonde radici nell’estetica del wabi-sabi, la visione del mondo tipica della cultura giapponese fondata sull’accettazione della transitorietà delle cose che echeggia anche nella poetica di Kurokawa.

Ryoichi Kurokawa, lttrans #6, 2018, dittico, stampa digitale, 1200 x 600 mm ciascuno

Ne costituisce un esempio la serie elementum (2018): fiori essiccati e pressati che hanno perso la loro bellezza originale sono riassemblati dall’artista e arricchiti da un intervento su vetro creato attraverso un processo di elaborazione digitale dell’immagine che sembra collegare i vari frammenti e dare al fiore nuova vita valorizzandone il processo di decadenza. In maniera analoga le grafiche astratte della serie lttrans (2018), e le sculture appartenenti alla serie renature::bc-class (2015) possono essere percepite come immagini di fiori e insetti, ma, avvicinandosi gradualmente, si rivelano un insieme di filamenti e particelle: si tratta quindi di una rappresentazione digitale del vero in cui viene reso visibile il processo di ricostruzione, esattamente come avviene nel Kintsugi.

L’osservazione della natura per Kurokawa è intesa come analisi scientifica e negli anni il suo interesse verso questo tema lo ha portato a coinvolgere sempre più spesso membri di istituti di ricerca nel processo creativo. L’installazione audiovisiva unfold.alt (2016) trae ispirazione dalle ultime scoperte nel campo dell’astrofisica e cerca di tradurre i fenomeni che caratterizzano la formazione e l’evoluzione delle stelle. Per realizzarla, Kurokawa si è avvalso della collaborazione di Vincent Minier, astrofisico dell’Istituto di ricerca sulle leggi fondamentali dell’Universo che fa parte della Fundamental Research Division del CEA-Irfu, Paris-Saclay di Parigi.

In ad/ab Atom (2017) cambia l’ottica dello strumento: dal telescopio si passa al microscopio elettronico a scansione utilizzato per le ricerche sulle nanotecnologie. Realizzata durante una residenza presso l’INL, il Laboratorio internazionale di nanotecnologia iberica di Braga (Portogallo), l’opera è composta da sette schermi ad alta definizione posizionati in maniera elicoidale. Attraverso fenomeni audiovisivi generati dall’elaborazione di materiali quantistici, Kurokawa crea un viaggio nella scala nanoscopica in cui è possibile osservare l’estrema deformazione e astrazione del mondo atomico. Analogamente, la scultura audiovisiva oscillating continuum (2013) unisce l’infinitamente grande dell’universo e l’infinitamente piccolo,  nel tentativo di rappresentare la costante ricerca di equilibrio intrinseca in ogni forza e materia presente nel nostro universo.

Quella di Ryoichi Kurokawa è un’arte che mira dunque a rendere accessibile al pubblico livelli di osservazione del vero altrimenti impossibili da decifrare, suggerendo affascinanti parallelismi con il mondo interiore.

Irene Guzman press

Ryoichi Kurokawa, elementum #8, 2018, tecnica mista (stampa digitale, fiori pressati, alluminio, vetro), 12 x 260 x 260 mm

Informazioni generali

Mostra Ryoichi Kurokawa. al-jabr (algebra)

A cura di NODE – festival internazionale di musica elettronica e live media

Sede Galleria Civica di Modena

Palazzo Santa Margherita

Corso Canalgrande, 103 – Modena

Periodo mostra 14 settembre 2018 – 24 febbraio 2019

Orari di apertura

mercoledì, giovedì, venerdì: 11-13; 16-19

sabato, domenica e festivi: 11-19

In occasione di festivalfilosofia 

In collaborazione con fuse* 

Ingresso

Intero: 6 € | Ridotto: 4 €
Per tutte le riduzioni, convenzioni e gratuità, visitare il sito: https://www.comune.modena.it/galleria/mostre/ryoichi-kurokawa.-al-jabr-algebra

Informazioni

tel. +39 059 2032911/2032940 – fax +39 059 2032932

www.galleriacivicadimodena.it

Ufficio stampa

Irene Guzman | T. +39 349 1250956 | Email i.guzman@fmav.org

Link per scaricare materiali stampa:

https://www.comune.modena.it/galleria/area-giornalisti/ryoichi-kurokawa-al-jabr-algebra

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“Ti credi saggio, orgoglioso Zarathustra! Sciogli dunque l’enigma… Parla dunque: chi sono io?” F. Nietzsche

È stato un bell’incontro qualche sera a Ravenna fa col pittore Bacco Artolini e il performer Onico Giannetta durante un’esposizione/esibizione del duo. Il loro percorso è neomitologico o metamitologico, nel senso che riattiva narrazioni ancestrali e archetipiche combinandole con la contemporaneità alla ricerca del mistero-uomo, non necessariamente della sua soluzione.

E dunque, nel loro ultimo ciclo appena conclusosi, ecco le maschere e i dipinti di Afrodite, del Minotauro e di Icaro con tanto di profili facebook in dialogo con robot berlinesi, i versi del Faust di Goethe e musiche ora schubertiane ora elettroniche. In fondo sulla superficie minima di un microchip non si replica il labirinto di Dedalo?

L’entusiasmo di questi artisti, di questi ragazzi e i loro occhi colmi di voglia di continuare, di non rinunciare al loro percorso, anzi di diffonderlo, sono cose contagiose, che vanno incoraggiate per “scacciare/ le inutili grida e le antiche amarezze/ che svuotano il cuore.” (W.B.Yeats, da Nei sette boschi). Contro il cinismo del mondo, hanno già vinto.

baccoartolini.com

 

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