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Archive for maggio 2013

Giovanni Falcone (Palermo, 18.05.1939 – 23.05.1992) e Paolo Borsellino (Palermo, 19.01.1940 – 19.07.1992)

Giovanni Falcone (Palermo, 18.05.1939 – 23.05.1992) e Paolo Borsellino (Palermo, 19.01.1940 – 19.07.1992)

La Storia secondo Fernand Braudel si misura e comprende meglio solo osservandone i tempi lunghi, quelli delle mutazioni epocali. Ci sono però anche i tempi brevi, attimi talvolta, fiammate che possono dare accelerate improvvise, benefiche o tragiche, certo anch’esse meglio leggibili nell’arco dei processi più lunghi in cui sono inserite. Se però è difficile per ognuno di noi capire sino in fondo e completamente il proprio tempo in relazione alle cosiddette “lunghe durate” (se faceste notare a un carolingio che la sua età è ancora considerata come parte dei secoli bui, potrebbe legittimamente domandarvi “perché?” e soprattutto “chi ha spento la luce?”), è però possibile assistere al fatto eclatante e capire che lì qualcosa sta cambiando, che qualcosa non sarà più uguale a prima. Tanto è vero che, ad esempio, quando succede io ho perfetta memoria di dov’ero e cosa stavo facendo.

Mi è capitato con l’11 settembre, di ritorno da una mattinata al mare, in Sicilia. E ricordo il colore del cielo e  i volti impietriti degli amici con cui guardavamo le immagini televisive.

Quasi dieci anni prima, ero un ragazzino, in un pomeriggio del maggio 1992 e poi del luglio dello stesso anno. Si era in cortile a giocare a calcio, l’odore dell’erba tagliata da poco, verso il 20 del mese. La prima volta, al rientro, vidi i miei scuri in volto a seguire il telegiornale, la seconda volta mi richiamarono in casa e lo stesso fecero anche le madri degli altri miei amici. Bisognava fermarsi. Assistere e capire che stava accadendo qualcosa di terribile a cui opporsi in qualche modo. Capaci e Via d’Amelio. Falcone e Borsellino.

E voi dove eravate, cosa stavate facendo in quei (o altri) momenti della Storia?

 

“Si può sorridere all’idea di un criminale, dal volto duro come la pietra, già macchiatosi di numerosi delitti, che prende in mano un’immagine sacra, giura solennemente su di essa di difendere i deboli e di non desiderare la donna altrui. Si può sorriderne, come di un cerimoniale arcaico, o considerarla una vera e propria presa in giro. Si tratta invece di un fatto estremamente serio, che impegna quell’individuo per tutta la vita. Entrare a far parte della mafia equivale a convertirsi a una religione. Non si cessa mai di essere preti. Né mafiosi. (…)

Credo che Cosa Nostra sia coinvolta in tutti gli avvenimenti importanti della vita siciliana, a cominciare dallo sbarco alleato in Sicilia durante la seconda guerra mondiale e dalla nomina di sindaci mafiosi dopo la Liberazione. Non pretendo di avventurarmi in analisi politiche, ma non mi si vorrà far credere che alcuni gruppi di politici non si siano alleati a Cosa Nostra – per un’evidente convergenza di interessi – nel tentativo di condizionare la nostra democrazia, ancora immatura, eliminando personaggi scomodi per entrambi.

Parlando di mafia con uomini politici siciliani, mi sono più volte meravigliato della loro ignoranza in materia. Alcuni forse erano in malafede, ma in ogni caso nessuno aveva ben chiaro che certe dichiarazioni apparentemente innocue, certi comportamenti, che nel resto d’Italia fanno parte del gioco politico normale, in Sicilia acquistano una valenza specifica. Niente è ritenuto innocente in Sicilia, né far visita al direttore di una banca per chiedere un prestito perfettamente legittimo, né un alterco tra deputati né un contrasto ideologico all’interno di un partito. Accade quindi che alcuni politici a un certo momento si trovino isolati nel loro stesso contesto. Essi allora diventano vulnerabili e si trasformano inconsapevolmente in vittime potenziali. Al di là delle specifiche cause della loro eliminazione, credo sia incontestabile che Mattarella, Reina, La Torre erano rimasti isolati a causa delle battaglie politiche in cui erano impegnati. Il condizionamento dell’ambiente siciliano, l’atmosfera globale hanno rilevanza nei delitti politici: certe dichiarazioni, certi comportamenti valgono a individuare la futura vittima senza che la stessa se ne renda nemmeno conto.

Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno.

In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere.”

Giovanni Falcone, da Cose di cosa nostra, in collaborazione con Marcelle Padovani (Milano, 1991)

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la rivoluzione della luna_andrea camilleri

Si vede che il nome Eleonora porta bene alle donne che nella sventurata storia degli uomini si sono trovate ad avere un qualche ruolo politico sempre migliorando le cose: è il caso di Eleonora d’Aquitania, madre di Riccardo Cuor di Leone e Giovanni Senza Terra e figlia di Guglielmo X il Tolosano (e sarebbe interessante sul filo dei trovatori collegare e raccontare le loro vicende in relazione all’unica vera spada nella roccia medievale, quella della Rotonda di San Galgano nella campagna senese) o di Eleonora d’Arborea, figura splendida della storia sarda, esempio di coraggio e virtù civili che andrebbe studiata in tutte le scuole italiane.

Non conoscevo invece Eleonora di Mora, nobile spagnola vedova di don Angel de Guzmán, che alla morte del marito per lascito testamentario si trovò a governare la Sicilia nel 1677, sebbene per soli ventisette giorni, giusto il tempo di una rivoluzione lunare (da cui il titolo del romanzo di Camilleri La rivoluzione della luna, appunto) sufficienti però a portare una serie di benefici, di piccole rivoluzioni a quella bellissima e così spesso maltrattata terra: calmierò e abbassò il prezzo del pane, istituì il Magistrato del Commercio per mettere ordine nelle maestranze palermitane, si occupò delle ragazze senza dote, delle orfane e di quelle costrette a prostituirsi o non più in grado di farlo, oltre a ridurre il “numero dei figli per ottenere i benefici concessi ai «padri onusti»”[1].

Venne sostituita solo per un cavillo legale trovato dal vescovo di Palermo (a sua detta “perseguitato” da donna Eleonora), ovvero la carica di Viceré siciliano assommava alla sua figura anche quella di Legato nato del Papa, cosa impossibile da attribuire a una donna.

Andrea Camilleri (Porto Empedocle, 1925)

Andrea Camilleri (Porto Empedocle, 1925)

Andrea Camilleri, da quel mago della narrazione che a tutti gli effetti è (e a mio modesto parere nei romanzi storici e civili, come nel capolavoro Il re di Girgenti o nei coinvolgenti e divertenti La concessione del telefono, La stagione della caccia, Il birraio di Preston e tanti altri, è sempre un passo avanti ai Montalbano, specie a quelli degli ultimi anni), prende spunto dalle scarne notizie su questo personaggio e ci costruisce uno dei suoi racconti più belli di sempre, essendo un elogio all’intelligenza, all’onestà e alla giustizia femminile, parole-virtù femminili anche nel genere.

Morto il Viceré don Angel durante una riunione, i sei titolati e corrotti Consiglieri siciliani anziché annunciarne il decesso, anzi in presenza dello stesso defunto, pensano di fare il comodo loro più che mai, cominciando ad approvare nefandezze varie.

Ma non hanno fatto i conti con le ultime volontà vicereali che assegnano il potere a Donna Eleonora, sua sposa. A nulla valgono i sotterfugi, le astuzie, i tiri bassi dei sei che pensano di unirsi in un fronte comune di disonestà per farsi forza e sconfiggerla. Non solo lei resisterà, ma circondandosi di amici fidati (e innamorati, perché fra le altre qualità, Eleonora è bella da togliere il fiato) come il suo medico personale, e inducendo alle dimissioni i suoi nemici, li sostituirà con altrettanti galantuomini sempre siciliani (perché, parabola moderna, di uomini giusti e desiderosi di fare il bene del popolo e della propria terra ce n’è sempre stati: spesso manca la volontà politica di servirsene), i quali a loro volta incrimineranno i loro predecessori riducendoli in carcere e sul lastrico (e non c’è peggior cosa per un ricco malfattore della povertà), sino alla strenua lotta col peggiore di tutti, il diabolico vescovo, assassino e pedofilo, corrotto e corruttore, mafioso ante litteram, una delle figure più sulfuree della fantasia camilleriana, ma che alla fine dovrà cedere, battuto da Eleonora, perché come insegna la saggezza popolare solo le donne ne sanno una più del diavolo.

Senza alcuna piaggeria da quote rosa, come sarebbe bello, anzi necessario avere oggi molte più donne nei punti chiave della politica e dell’economia a contrastare con la loro identità, col loro operato e con le squadre di lavoro da loro scelte i tantissimi diavoli che le e ci circondano.

E che tristezza, che sconforto, che pena ascoltare gli insulti rivolti al neo ministro per l’integrazione Cécile Kyenge in quanto donna e per il colore della sua pelle (ma davvero gli italiani sono razzisti? Non siamo ancora usciti dai tragici fasti di Rodolfo Graziani delle nostre campagne coloniali? Dalle parti di Affile, provincia di Roma, pare proprio di no: come se in Germania costruissero un mausoleo per uno dei peggiori gerarchi nazisti, cosa peraltro lì impensabile), oltre che per la proposta legittima e intelligente fra le altre di dare cittadinanza immediata ai bimbi nati in Italia benché da genitori stranieri. Non è solo questione di diritti, umanità, integrazione, ma di normale e banale buon senso. Dunque un’impresa in questo Paese.

Sellerio – La rivoluzione della luna

www.andreacamilleri.net


[1] Andrea Camilleri, Nota a La rivoluzione della luna, pg.275, Sellerio, Palermo 2013.

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Manuele Fior, Cinquemila chilometri al secondo, 2010

E la vita continua/ anche senza di noi/ che siamo lontani ormai/ da tutte quelle situazioni che ci univano/ da tutte quelle piccole emozioni che bastavano, Vasco Rossi, Anima fragile, 1980 

Vi è mai capitato di pensare che quella volta, se aveste preso un’altra direzione, fatto un’altra scelta, forse la vostra vita sarebbe cambiata, in meglio o in peggio chissà, comunque sarebbe diversa?

Del resto ogni scelta implica una rinuncia, sono possibilità che ci precludiamo in forza di ragionamenti o spinti dall’emotività che assai più spesso di quanto non riconosciamo condiziona, se non guida costantemente, i nostri passi.

Ma è poi vero che possiamo scegliere del tutto liberamente? Non sono qui a fare una lezione sul libero arbitrio, ci mancherebbe, ma ognuno di noi è  vincolato da se stesso, dal proprio passato che ha una parte non piccola nel continuare a formare il nostro carattere, dunque acuendo o meno la nostra capacità di rispondere in determinati modi, talvolta anche prevedibili, ai bivi che la vita ci pone dinanzi. Certo, mica vero sempre. Sempre si fa in tempo a sparigliare le carte, a fregarsene di orgoglio e calcoli e compagnia bella. Per fortuna. O la vita sarebbe un déjà vu inutile.

E la vita è qualcosa di delicato, fragile, quanto più ci fa male più si chiarisce la visione. Lo hanno capito (o sempre saputo) i tre struggenti protagonisti di Cinquemila chilometri al secondo, gioiello del 2010 di Manuele Fior, giustamente libro dell’anno ad Angoulême 2011.

Manuele Fior, Cinquemila chilometri al secondo, 2010

Manuele Fior, Cinquemila chilometri al secondo, 2010

Piero e Nicola, due adolescenti, amici per la pelle. Nel condominio dove abitano arriva Lucia, la timida magra Lucia, con sua madre, una donna ingrassata separata e dal pollice verde.

Inutile dire che le vite dei tre ragazzi si incroceranno sulla strada dell’amore, dell’innamorarsi reciproco e della gelosia conseguente sullo sfondo di un paesino della provincia italiana che, sbaglierò, ma a me ha ricordato Cervia sul finire degli anni’70 o inizio ’80. Ma queste supposizioni non sono importanti, perché questa vicenda è ovunque valida e attuale.

Con le dovute differenze di trama, l’atmosfera di certe scene riporta alla mente C’eravamo tanto amati di Scola, capolavoro denso di battute folgoranti che valgono il pur tutto stupendo film: “Vincerà l’amicizia o l’amore? Sceglieremo di essere onesti o felici?”.

Dopo la fine della storia fra Piero e Lucia, lei va a studiare in Norvegia, lui comincia la sua carriera di archeologo fra le sabbie dell’Egitto. Nicola appartiene al passato.

Entrambi, come si dice, si rifanno una vita: lei con Sven, un norvegese, lui con Cinzia un’italiana. E i loro percorsi corrono paralleli, al punto che più o meno nello stesso tempo aspettano un bimbo coi rispettivi compagni, solo che Lucia abbandonerà Sven divenuto così ostile a lei così dolce in gravidanza. Tornerà in Italia, da sua madre, dove crescerà sua figlia diventando insegnante di lettere in un istituto tecnico e come sua madre ingrassando oltre misura e oltre misura intristendosi.

Piero riuscirà a diventare un nome dell’egittologia e una sera, dopo anni, tornando al paese, eccolo al tavolo di un bar di un barista sgarbato o solo stanco, con l’unica voglia di chiudere bottega.

All’altro capo del tavolo Lucia. E che risate quei due ragazzi invecchiati, ma per una sera ancora così freschi e leggeri. Bellissimi, perché l’amore sembra non vedere i chili in eccesso di lei, la stempiatura di lui, le rughe, le borse sotto gli occhi e anche le rispettive amarezze, delusioni, dispiaceri e solitudini paiono svanire alla luce dell’altro. Tanto da riaccendersi la voglia dell’altro, il desiderio del corpo, che importa se nel bagno del bar. Invece importa. Perché è un attimo e tutto l’incantesimo, la sospensione temporale che aveva annullato il loro essersi persi, si rompe e tutto appare più buio, quasi squallido, impossibile continuare. La vita, quella loro vita, è andata via. È stata.

Manuele Fior, Cinquemila chilometri al secondo, 2010

Manuele Fior, Cinquemila chilometri al secondo, 2010

E così a volte ci aggrappiamo ai ricordi anche con alcuni amici per non dover ammettere che è finita, che abbiamo più passato che futuro davanti, anche se lo si sa benissimo ma non lo si dice per non essere sommersi dal dolore della perdita che ne conseguirebbe, trovarsi privi di una parte di vita importante sui cui abbiamo costruito la nostra identità, il nostro essere oggi.

Una passeggiata lungo la strada lucida di pioggia e la spiaggia di tanti anni prima ed ecco Lucia a casa. Piero sale sul taxi e via. Si volta, però. E vede. Vede dal portone uscire Nicola, anch’egli imbolsito, accogliere Lucia. Qualcosa si è salvato o doveva, poteva andare tutto diversamente? Sono domande cui ognuno risponderà ai propri giorni in fila fra dieci, venti o più anni, con pietà, c’è da augurarsi.

Ad alcune già ora chi è più che trentenne può cominciare a rispondere. Non prima di essersi commosso nelle ultime pagine del libro, in cui con un flashback l’autore ci fa tornare all’adolescenza dei tre ragazzi, dove i toni stessi dell’acquarello tornano solari (poteva esserci un linguaggio più delicato per raccontare questa storia? Si è catturati dalla magia di Fior proprio grazie al suo saper annegare i nostri occhi nei suoi colori, che a nuoto ci conducono nel tempo pagina dopo pagina, personaggio per personaggio, paesaggio dopo paesaggio), lasciandosi anni luce alle spalle i blu viola lividi del presente delle pagine appena precedenti e si chiude così, sulle note di una canzone di cui non sapremo mai il titolo né l’autore, ma che ha fatto da colonna sonora alla prima volta di Piero e Lucia e non li ha più lasciati. Si chiude così: appena prima di fare l’amore.

www.manuelefior.com

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Klaus Kinski in Fitzcarraldo di Werner Herzog (1982)

Klaus Kinski in Fitzcarraldo di Werner Herzog (1982)

Anche la sequenza finale del film Fitzcarraldo è legata a particolari circostanze della mia vita. Abbattendo gli alberi su alberi al prezzo di inenarrabili fatiche gli uomini creano una pista attraverso la foresta vergine e, con argani primitivi, trasportano la nave oltre il crinale montuoso fra i due fiumi, fin quando, dopo che l’assurdo progetto si è praticamente realizzato, l’imbarcazione di nuovo dondola tranquilla sullo specchio dell’acqua. Ma la notte, durante i festeggiamenti, gli Hivaros, che vogliono rimettersi in viaggio, tagliano le gomene, e subito il piroscafo prende la via verso valle, alla deriva in mezzo alle pareti rocciose del Pongo das Mortes. Fitzcarraldo e il suo capitano olandese non vedono altra prospettiva che l’ineluttabile naufragio, mentre gli Hivaros, raccolti sul ponte, guardano muti davanti a sé, persuasi che ormai il paese migliore da loro agognato non sia lontano.

E in effetti la nave sfugge come per miracolo alle cateratte della morte. Un po’ ammaccata, certo, e sbilenca, ma con l’eleganza di una primadonna, lascia le tenebre della giungla e, disegnando un ampio arco, esce sul fiume illuminato da una luce sfolgorante. È l’ora della salvezza, nella quale – altro miracolo – giunge la notizia che una compagnia italiana ha messo in scena a Manaus un’opera di Bellini, ed eccoli gli artisti che arrivano sull’acqua, un’imbarcazione dopo l’altra, eccoli che salgono a bordo, e si mettono a recitare e a cantare. Dietro i cappelli a punta dei puritani svetta la quinta di cartapesta delle montagne che, a quanto dice il libretto, si troverebbe nella regione di Southampton. Indiani dalle guance paffute suonano meravigliosamente il corno da caccia, come nemmeno gli angeli saprebbero fare, e Arturo e la folle Elvira, alla quale un felice concorso di circostanze ha restituito il senno, uniscono le loro voci in un duetto, che annulla la separazione dei corpi in una beatitudine incontaminata e si spegne con le parole “Benedici a tanto amore”. Nel frattempo la nave dei folli scivola via sul fiume d’argento. Così il sogno di Fitzcarraldo, quello di un’opera messa in scena nel cuore della foresta equatoriale, ha finito per realizzarsi. Lui è lì in piedi, appoggiato a una poltrona rossa di teatro, fuma un enorme sigaro, ascolta quella musica meravigliosa e sente un venticello leggero sfiorargli la fronte.

Winfried Georg Maximilian Sebald (Werthac, 1944 – Norfolk, 2001), da Moments musicaux, Milano 2013.

 

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