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Rosalba (Bianca Arcangeli), Frammento appenninico, 1991

Rosalba (Bianca Arcangeli), Frammento appenninico, 1991

“Ricordo quando andai a Bellaria, ospite di un’amica, che aveva un albergo proprio sul mare, ma aveva anche un suo giardino bellissimo, nella villa. Mi dava il permesso e quando tutti i villeggianti andavano a dormire io uscivo nella notte, stringendomi al mio impermeabile e andavo per boschi, a vedere gli alberi respirare, gli alberi che vivono di notte. Stavo anche due o tre ore: le mie prodezze notturne. Ma con il permesso della padrona dell’albergo. Poi un giorno mi hanno regalato Gita al faro e allora ho letto la Woolf, quella sì è la vera vita, la poesia. Lì c’è una notte che non si può dimenticare. E io volevo studiare la vita degli alberi di notte.”

Bianca Arcangeli in Rosalba, Bologna 2003.

Bianca Arcangeli (1913 - 2007)

Bianca Arcangeli (1913 – 2007)

Ps. Appartiene ai pentimenti della mia vita non essere più andato a trovare la signora Arcangeli a Bologna, dopo che ebbi la fortuna e il piacere d’incontrarla a Ravenna in occasione della bellissima mostra che il Mar organizzò nel 2006 in memoria del fratello Francesco. Come quella volta con Mastroianni al Donizetti di Bergamo o a Granada al concerto di Cesaria Evora, “Tanto”, pensai scioccamente, “ci sarà un’altra occasione”.

Di Rosalba ricordo l’incantamento infinito, la malìa dei suoi acquarelli nei miei occhi, che ancora dura. E la voce, debole ma ferma nel ricordo struggente dei fratelli scomparsi da tanto tempo (a proposito: mai nominargli Giorgio Morandi, “uno senza cuore…”). E lo sguardo, infine, dolce ma sicuro.

Anni dopo, in una libreria bolognese ho trovato Le poesie di Gaetano Arcangeli, volume dedicato e firmato da Francesco e Bianca a un anno dalla sua morte. Questo mi resta.

Per chi volesse conoscere meglio l’opera di Bianca e le figure straordinarie dei vari fratelli Arcangeli, Francesco lo storico dell’arte, Gaetano il poeta e Nino il musicista, consiglio l’elegante e assai ben curata pubblicazione Rosalba – Il riverbero della memoria di Beatrice Buscaroli.

 

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“Morandi, si diceva, faceva dei quadri astratti usando delle bottiglie e dei vasi come pretesto formale. Infatti il soggetto di un quadro di Morandi non sono le bottiglie ma la pittura fermata in quegli spazi.” Bruno Munari, Arte come mestiere, 1966

Giorgio Morandi, Natura morta, 1929, Mart, Rovereto

Bottiglie, vasi, fiori, paesaggio con casupola (Grizzana), conchiglia, conchiglie, brocca, scatole, ritratto (raro), autoritratti (rari), fiori di campo, rosa, vaso, bottiglia, bottiglie: Giorgio Morandi (Bologna, 1890-1964).

Sbaglia chi crede si tratti di un semplice figurativo, nulla di più lontano: su pochi centimetri di superficie, Morandi non riformula semplicemente oggetti e paesaggi, ma riflette sul senso del mondo, che è divenire e multiformità, come la natura di Ulisse, e corrisponde alle nuove disposizioni spaziali trovate, come al variare di forma delle sue bottiglie, in un’economia cromatica (come poi, per motivi altri, nel concittadino Pier Paolo Calzolari, classe 1943) ed esistenziale coerente ai colori bolognesi vissuti quotidianamente, in solitudine, per comporre tutto in una unità finale sempre inedita, pur ragionando sui medesimi oggetti nel suo studio-eremo di via Fondazza.

Giorgio Morandi, Autoritratto, 1925, Fondazione Magnani-Rocca, Mamiano di Traversetolo (Parma)

Purtroppo la sua statura d’artista non corrispose sempre a quella umana, talvolta crudele, come testimonia la vicenda penosa in cui venne coinvolto, o meglio, travolto Francesco Arcangeli.

Lo studioso nel ’64 dedicò a Morandi un saggio mirabile, forse il suo capolavoro, purtroppo rifiutato dall’artista, spinto da amici invidiosi di Arcangeli (Brandi? Lo stesso padre padrone Longhi?), arrivando addirittura a negargli un avvicinamento in punto di morte. Da tutto questo il povero Arcangeli non si riprese più, sino a morirne una manciata d’anni dopo: ancora ricordo lo sguardo carico di affetto e amarezza di sua sorella Bianca, che ebbi l’onore di conoscere qualche anno fa: dopo oltre trent’anni, di Morandi non voleva sentir parlare, troppo dolore.

Giorgio Morandi, Natura morta con cinque oggetti, 1956, acquaforte, Museo Morandi, Bologna

Ma tornando alla qualità indiscutibile del Morandi artista, oltre che pittore fu incisore e fra i più grandi di sempre, tanto da essere acclamato nel 1930, per “chiara fama”, professore di incisione all’Accademia di Belle Arti della sua città: l’acquaforte morandiana non è mai esercizio di stile, ma procede parallelamente al percorso pittorico, anzi, in qualche caso, ne precede anche di anni le composizioni su tela, in cui Morandi crea e dà respiro ad atmosfere bolognesi e universali, essendo in esse il tempo assente o indifferente (come in Piero della Francesca, su cui Morandi ebbe a meditare anche per fatti di luce e chiarità cromatiche), per cui un tema medesimo può, anzi, deve essere indagato a matita, ad olio, all’acquaforte, all’acquarello, contemporaneamente o a distanza di dieci, venti anni, non importa, l’esito non sarà mai uguale.

Giorgio Morandi, Paesaggio, 1921, Museo Morandi, Bologna

Il dato reale, dunque, è solo una scusa, un “pretesto formale”: quegli oggetti sono non a caso comuni, noti a chiunque, proprio per non concentrare l’attenzione su di essi, quanto per approdare a una soluzione spaziale d’insieme nuova e antica al contempo, dove tutto è in relazione, come aveva capito Argan, quando pose Morandi e Mondrian al culmine delle rispettive tradizioni, italiana e fiamminga, anzi quasi scambiandosele ad un certo punto: entrambi partono da Cézanne per giungere a conclusioni proprie, attraverso “vie parallele e con direzione opposta (…). Mondrian realizza figurativamente lo spazio partendo dalle cose (…). Morandi realizza figurativamente lo spazio partendo dal concetto di spazio. (…) Morandi conclude la cultura figurativa italiana, che parte dal concetto di spazio o dalla concezione unitaria del reale per dedurne la conoscenza delle cose particolari; Mondrian conclude la cultura figurativa fiammingo-olandese che parte dalle cose particolari, e deduce l’insieme dalla loro coesistenza e relazione. Mondrian parte dallo spazio empirico, l’ambiente, ed arriva ad uno spazio teorico: Morandi parte da uno spazio teorico ed arriva allo spazio concreto, all’unità ambientale.” (Giulio Carlo Argan, Giorgio Morandi, in L’arte moderna, Firenze, 1970)

Giorgio Morandi, Natura morta, 1956, Mart, Rovereto

Museo Morandi – Bologna

Centro studi Giorgio Morandi – Bologna

Mart – Museo d’arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto

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